martedì 16 maggio 2017

L'alba sul terrazzo

Mi alzavo presto la mattina. Quando i rumori delle donne che lavavano i panni iniziavano appena a sentirsi, e salivo in terrazzo.
Dal tetto, sul quale sventolava uno stendardo della vittoria, si vedeva l'Himalaya. Il sole era appena spuntato e c'era, intorno, quell'aria della vecchia Kathmandu, una perfezione fragile, leggera, che il giorno che avanzava a grandi passi insieme all'intensificarsi dei rumori, avrebbe presto spazzato via.
Con la mia tazza di tè bollente in mano assaporavo la bellezza di quella pace, sognando vagamente i picchi che si stagliavano lontano, coperti di neve.
Parte dell'incanto era la sua precarietà. Sorseggiavo il tè godendo di quella perfezione così effimera, cercavo di assorbirla in me, per quando la vita sarebbe diventata insopportabile, per poterla estrarre dai meandri della memoria, per serbare un raggio di gioia per il mio futuro lontano, che presagivo oscuro.
Poi le gattine scoprivano che ero sul tetto ed iniziavano ad ululare sulle scale. Kogendra accendeva la pompa dell'acqua, per caricare la cisterna. Il venditore di latte passava gridando per la strada e le donne salivano sui tetti delle case per stendere i lunghi festoni dei sari ad asciugare. Un odore forte di peperoncino e di aglio arrivava dalla casa del generale, facendomi starnutire.
Il cancello cieco si apriva e Karana e Tashi entravano, ridendo per qualche loro scherzo.
Il giorno, con i suoi impegni, mi aveva raggiunta. Era il momento di rientrare in casa e nella mia vita.
A volte, quando sono serena, mi sembra di essere ancora sul tetto della casa di Chundevi Marg, mentre guardo le vette dell'Himalaya.
E che la vita, giù sotto, da qualche parte, mi stia ancora aspettando. 

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