mercoledì 1 febbraio 2017

Storie di guerra e di casa mia: la Gina

Nella prima guerra mondiale avevano già mandato a morire in modo atroce tutta la meglio gioventù. Avevano bisogno di altra carne da macello. Richiamarono sotto le armi anche i ragazzini. Quelli nati nel primo semestre del ‘99. Li chiamarono i ragazzi del ‘99. Li mandarono sul fronte a morire ammazzati. Il nonno Giovanni si salvò. Tornò a casa con una emiparesi facciale, pieno di pulci e di pidocchi. Non credeva più a niente e nessuno. Era diventato cupo e introverso, ma tornò.
Il suo primogenito, mio padre, condivise lo stesso destino. Il fascismo era ormai agonizzante e, a corto di reclute, decise di mandare a combattere i ragazzini del primo semestre del 1926. Papà era nato in giugno… lo avrebbero mandato in Germania. A morire.
La nonna Lucia, la mamma di mio padre, era una donnetta piccola, poco simpatica, ma durante la guerra, in due occasioni diede il meglio di sé. 
La prima volta fu quando richiamarono sotto le armi papà. Il nonno non sapeva che pesci pigliare, ma la nonna Lucia disse: in Germania a morire tu non ci vai. Meglio che scappi in montagna coi tuoi cugini. E lo spedì in montagna.
Solo che papà, diciottenne romantico, finalmente sfuggito alla famiglia, una volta arrivato in montagna scoprì la resistenza e ci entrò. Non che combattesse, soprattutto scivolava nell’ufficio del nonno a stampare volantini con ciclostile, che poi, di notte, distribuiva. E poi girava con la radio ricetrasmittente, portava cibo e armi. Solo alla fine entrò veramente a far parte di un commando duro. Ma quella è un’altra storia.
Uno dei compiti di papà era spostare la radio ricetrasmittente con cui il comando partigiano comunicava con gli alleati. Essere trovato con quella radio voleva dire morte sicura. 
Il “mezzo” che papà usava per i trasporti (portava anche provviste, munizioni e legna) era la Gina. 
La mula più odiosa, testarda e pigra dell’intera Lessinia. Quando si impuntava non c’era niente da fare, né carote, né botte… nemmeno lo zucchero (una volta papà ci provò, anche se lo zucchero allora era merce carissima, da mercato nero) funzionavano.
Un giorno, su una mulattiera strettissima, mentre spostavano da un rifugio all’altro la ricetrasmittente, la Gina si impuntò. Ferma a gambe larghe in mezzo al sentiero, bloccava anche il mulo dietro di lei, quello guidato dal cugino di papà. I due ragazzi urlavano, la spingevano…niente. 
Finché delle mani pesanti calarono sulle loro spalle. Papà si sentì morire. Presi dal problema di far partire la Gina, non avevano sentito arrivare i repubblichini.
Papà e suo cugino vennero portati alla ex municipio del paese, dove i fascisti avevano allestito un comando. Li portarono in una stanza al quarto piano, e lì, sghignazzando, dopo averli pestati a sangue, dissero che avevano chiamato le SS per venirli a prendere. 
Loro si che sanno trattare con quelli come voi, concluse un repubblichino chiudendo a chiave la porta.
I due cugini erano terrorizzati. Le SS non volevano dire solo morte, si sapeva che prima li torturavano i partigiani. E che loro fossero partigiani, con quella radio ricetrasmittente le armi e le munizioni… non c’era dubbio.
Papà andò alla finestra e guardò giù. C’era una siepe fitta di rovi.
Dai che saltiamo, disse papà, lo spericolato. 
Ma sei matto Giaio? Sono quattro piani!
Meglio quattro piani che le SS. E poi sotto ch’è la siepe. 
Ma è di rovi! 
Basta che ti copri la faccia, che non ti cavino gli occhi. Disse. 
E saltò. 
Suo cugino, dopo un momento di panico saltò anche lui. 
Papà si ruppe una spalla, suo cugino un braccio. Ma riuscirono a scappare. I fascisti non credevano possibile che due ragazzini potessero scappare buttandosi dal quarto piano su una rovaia. Non avevano messo nessuna guardia da quella parte.
Non conoscevano papà.


Nessun commento:

Posta un commento