giovedì 23 febbraio 2017

Della Felicità e le sue Cause (non ci sono pasti gratis)

C'è una preghiera buddhista che dice: possano tutti gli esseri avere la felicità e le sue cause.
Perché per essere felici, bisogna aver posto le basi di questa felicità, con azioni positive, condotta morale corretta, generosità, impegno, saggezza...

L'assunto "non ci sono pasti gratis" è vero anche e soprattutto a livello profondo.

Un esempio banale:
Ricordo la felicità che ho provato quando mi sono potuta comperare il cane dei miei sogni con i soldi che avevo risparmiato in un anno. Per un bambino di dieci anni, un anno è un orizzonte temporale lunghissimo.
Per un anno non mi sono comperata NIENTE. Ho letto e riletto i libri che avevo (e cominciato a scavare nella fornitissima biblioteca dei miei genitori i classici che mamma considerava comprensibili), non ho più comperato il Corrierino dei Piccoli (topolino arrivava gratis da uno zio che lavorava in Mondadori), ho rinunciato ai giocattoli di Natale e compleanno in cambio del corrispettivo dei regali in soldi e ho ampliato le mie incombenze in casa per ottenere un aumento della paghetta settimanale.
Il nonno Giovanni avrebbe voluto regalarmi il cane e via. Adorava fare queste cose con i nipoti. Ma mamma non ha accettato. Voleva che il cane arrivasse solo se VERAMENTE voluto e con l'impegno da parte mia di prendermene cura davvero.
Un animale non è un capriccio.
Così dopo circa un anno, ho potuto diventare l'orgogliosa proprietaria di un piccolo spitz: Iro. E' stata una delle grandi emozioni della mia infanzia. Era proprio mio e io ero la sua "mamma", dovevo occuparmente perché lui era la mia gioia ma anche la mia responsabilità.
Per me, le due cose, gioia e responsabilità, sono sempre andate a braccetto.

Ogni cosa di valore nella vita non arriva per caso, bisogna guadagnarsela. E, a volte, è veramente durissimo reggere. Ma quello che ci arriva quando abbiamo la consapevolezza di essercelo meritato è fantastico, è veramente una gioia incredibile.
Per questo, sono convinta, l'insoddisfazione è un tarlo che rode la nostra società.
Perché con la scusa di rendere le cose facili hanno tolto valore a tutto. Hanno tolto il gusto dell'impegno, il gusto di "farcela". In questo, il permissivismo della nostra società, non solo non permette alle persone di valore di emergere, ma condanna al grigiore di una vita senza ideali, senza vittorie e senza vere gioie una grande massa di persone.
Quello che, dentro, profondamente, sappiamo di non esserci meritato, non dà gioia vera, ma solo una devastante insoddisfazione. E per colmare questa insoddisfazione vogliamo ancora, e ancora e ancora. E siamo sempre più infelici, ma di una infelicità tremenda, senza riscatto, perchè, profondamente, sappiamo che non abbiamo posto le cause per avere la felicità.

In questi giorni sto attraversando una delle mie crisi violente da mancanza di Dario. Sto malissimo. Eppure, in fondo in fondo, so che ne verrò fuori. Perché voglio venirne fuori.
E, chissà, forse un giorno riuscirò anche a mettere le cause per essere di nuovo felice. Ma se ci riuscirò, sarà solo perché io ho reagito e cercato la strada. Non sarà qualche cosa che altri mi regalano.

Possano tutti gli esserei senzienti avere la felicità e le sue cause.
...ma lo auguro, per tutti noi, dal profondo del cuore.
Buona giornata, con affetto
Niki

giovedì 16 febbraio 2017

Addio alla lotta...

Fin da bambina ho avuto un forte senso della giustizia. E, anche se ero fragile, non mi sono mai lasciata intimidire e ho sempre cercato di perseguire i miei ideali.
In questi ultimi 20 anni mi sono sempre tenuta informata, ho sempre cercato di capire cosa stava succedendo. Ho anche studiato economia, perché, ad un certo punto, mi sono resa conto che solo capendo l'andamento economico avrei potuto capire qualcosa, veramente, del mondo.
Ho studiato, valutato, ragionato, letto, discusso. Mi sono formata un'opinione su molte cose.
Ho cercato di spiegare, di mettere a disposizione di chiunque fosse interessato quello che avevo imparato.
Ma sono arrivata al limite.
La china che il mondo ha preso, con così tanti strati di menzogne che è ormai impossibile chiamare qualcosa "verità", con la moralità generalmente vista come un'anticaglia da abbandonare, oppure usata in modo distorto, senza reale comprensione del suo significato, e con una tendenza su scala mondiale verso forme più o meno evidenti di totalitarismo, mi ha sconfitta.
Quando il caos arriva al culmine non si cerca di combatterlo, si rischierebbe di portare, sia pure con le migliori intenzioni, altro caos.
Nemmeno lo si accetta, facendosi fagocitare.
Ci si ritira. Aspettando che passi la nottata, aspettando una nuova alba.
Così io mi ritiro.
Continuerò a guardare le cose che accadono, cercando di tenermi lontana il più possibile, anche emozionalmente. Lascerò che le cose scorrano come il karma collettivo le farà andare. E dedicherò le mie forze a quello che so fare meglio: prendermi cura delle persone. Scrivendo per intrattenerle o cercando di insegnare loro un modo più corretto di prendersi cura della loro salute con il cibo. Mettendo in queste cose tutto l'amore di cui sono capace.
Senza giudicare, senza aspettarmi risultati, facendolo perché è la cosa giusta da fare.
Non mi aspetto grandi cose. Non so nemmeno se vedrò l'inizio di una nuova alba di speranza. Ma non  posso sprecare la mia vita, nemmeno un secondo. Così oggi dico addio al mio aspetto "impegnato". Muore una Niki, ne nasce un'altra.
Spero sia più gentile e compassionevole della vecchia Niki, perché solo attraverso la gentilezza e la compassione si arriva alla pace.
Buona giornata a tutti, con affetto
Niki

domenica 5 febbraio 2017

Caffè...e il mondo cambia...

Seduta al tavolo della mia cucina sorseggio il caffè. Il cielo fuori è latteo, sembra un cielo da neve.
La stufa, per una volta, funziona bene e mi godo il tepore.
Ho già dato una scorsa alle notizie e mi prendo un momento per riflettere.
Perché, anche se vorrei essere in una grotta in montagna (nonostante il freddo) a meditare, sono come tutti noi nel mondo, e non posso fingere che le cose che succedono non mi tocchino.
Siamo vissuti per decenni nel più grande esperimento di ingegneria finanziaria che sia mai stato tentato. Un esperimento che avrebbe dovuto portarci dove le elites ci vogliono: ad un governo mondiale con una popolazione diminuita drasticamente.
Ma la natura umana è la natura umana. E il karma è il karma.
Così siamo arrivati, noi occidentali, da un benessere tranquillo, che, tutto sommato, ci sarebbe piaciuto condividere con altri, al caos e alla povertà (morali e materiali).
E dal caos e dalla povertà, dalla paura di un futuro sempre più incerto, è nata la ribellione alle elites.
Ma dove ci sta portando questa ribellione?
Quello che io vedo sono tre uomini potenti: Putin, Xi Jinping e adesso (sempre che non lo assassinino, ma non credo che succederà, con Eric Prince alle spalle)) Trump.
Tre polarità di potere.
Non penso che nessuno dei tre sia "il salvatore del mondo". Credo solo che, nelle loro mani, stia il futuro del mondo che sta per nascere dal caos attuale. Non mi aspetto ricette salvifiche, non mi aspetto che, imporvvisamente, i venti di guerra scompaiano. Sono potenti, vogliono fare gli interessi dei loro paesi e non è certo abbassando le armi che lo faranno.
Si confronteranno guardinghi, pronti ad approfittare delle debolezze l'uno dell'altro.
Nel frattempo dovranno anche tenere a bada le elites (la banda di cialtroni che ci hanno portato dove siamo adesso), che potrebbero cercare di creare problemi sia economici (la crisi mondiale è in fase matura e possono farla esplodere quando vogliono), sia politici, che di terrorismo. E questo renderà le cose ancora più difficili.
Un'altra cosa che vedo, in questo spostamento della bilancia del potere, è la rinascita di una politica fatta di energie molto maschili, e quindi potenzialmente aggressive, sicuramente dure. Ma, per chi conosce il bilanciamento della Via, c'era da aspettarselo, c'è stato uno svilimento innaturale dell'energia maschile negli ultimi decenni. Quando c'è un eccesso di Yin... risorge Yang.

Ci aspetta un futuro incerto ed un periodo di enorme instabilità.
Nella mia cucina, per una volta calda, bevo un altro sorso di caffè e penso che non sono più giovane, sono stanca, sono sola... e ho davanti a me il periodo di più grande sconvolgimento che l'umanità abbia mai sperimentato.
L'unica cosa che posso fare, piccola come sono, è mantenere i mei impegni, cercare di migliorare, di tenere la mente in equilibrio... e di sopravvivere.

mercoledì 1 febbraio 2017

Storie di guerra e di casa mia: la Gina

Nella prima guerra mondiale avevano già mandato a morire in modo atroce tutta la meglio gioventù. Avevano bisogno di altra carne da macello. Richiamarono sotto le armi anche i ragazzini. Quelli nati nel primo semestre del ‘99. Li chiamarono i ragazzi del ‘99. Li mandarono sul fronte a morire ammazzati. Il nonno Giovanni si salvò. Tornò a casa con una emiparesi facciale, pieno di pulci e di pidocchi. Non credeva più a niente e nessuno. Era diventato cupo e introverso, ma tornò.
Il suo primogenito, mio padre, condivise lo stesso destino. Il fascismo era ormai agonizzante e, a corto di reclute, decise di mandare a combattere i ragazzini del primo semestre del 1926. Papà era nato in giugno… lo avrebbero mandato in Germania. A morire.
La nonna Lucia, la mamma di mio padre, era una donnetta piccola, poco simpatica, ma durante la guerra, in due occasioni diede il meglio di sé. 
La prima volta fu quando richiamarono sotto le armi papà. Il nonno non sapeva che pesci pigliare, ma la nonna Lucia disse: in Germania a morire tu non ci vai. Meglio che scappi in montagna coi tuoi cugini. E lo spedì in montagna.
Solo che papà, diciottenne romantico, finalmente sfuggito alla famiglia, una volta arrivato in montagna scoprì la resistenza e ci entrò. Non che combattesse, soprattutto scivolava nell’ufficio del nonno a stampare volantini con ciclostile, che poi, di notte, distribuiva. E poi girava con la radio ricetrasmittente, portava cibo e armi. Solo alla fine entrò veramente a far parte di un commando duro. Ma quella è un’altra storia.
Uno dei compiti di papà era spostare la radio ricetrasmittente con cui il comando partigiano comunicava con gli alleati. Essere trovato con quella radio voleva dire morte sicura. 
Il “mezzo” che papà usava per i trasporti (portava anche provviste, munizioni e legna) era la Gina. 
La mula più odiosa, testarda e pigra dell’intera Lessinia. Quando si impuntava non c’era niente da fare, né carote, né botte… nemmeno lo zucchero (una volta papà ci provò, anche se lo zucchero allora era merce carissima, da mercato nero) funzionavano.
Un giorno, su una mulattiera strettissima, mentre spostavano da un rifugio all’altro la ricetrasmittente, la Gina si impuntò. Ferma a gambe larghe in mezzo al sentiero, bloccava anche il mulo dietro di lei, quello guidato dal cugino di papà. I due ragazzi urlavano, la spingevano…niente. 
Finché delle mani pesanti calarono sulle loro spalle. Papà si sentì morire. Presi dal problema di far partire la Gina, non avevano sentito arrivare i repubblichini.
Papà e suo cugino vennero portati alla ex municipio del paese, dove i fascisti avevano allestito un comando. Li portarono in una stanza al quarto piano, e lì, sghignazzando, dopo averli pestati a sangue, dissero che avevano chiamato le SS per venirli a prendere. 
Loro si che sanno trattare con quelli come voi, concluse un repubblichino chiudendo a chiave la porta.
I due cugini erano terrorizzati. Le SS non volevano dire solo morte, si sapeva che prima li torturavano i partigiani. E che loro fossero partigiani, con quella radio ricetrasmittente le armi e le munizioni… non c’era dubbio.
Papà andò alla finestra e guardò giù. C’era una siepe fitta di rovi.
Dai che saltiamo, disse papà, lo spericolato. 
Ma sei matto Giaio? Sono quattro piani!
Meglio quattro piani che le SS. E poi sotto ch’è la siepe. 
Ma è di rovi! 
Basta che ti copri la faccia, che non ti cavino gli occhi. Disse. 
E saltò. 
Suo cugino, dopo un momento di panico saltò anche lui. 
Papà si ruppe una spalla, suo cugino un braccio. Ma riuscirono a scappare. I fascisti non credevano possibile che due ragazzini potessero scappare buttandosi dal quarto piano su una rovaia. Non avevano messo nessuna guardia da quella parte.
Non conoscevano papà.