domenica 1 maggio 2016

Casa Gaspari (la casa della nonna Emma)

La casa era stata un piccolo convento. 
Poi, all’inizio del diciassettesimo secolo un antenato facoltoso l’aveva comperata dalla curia per scappare dall’aria malsana della città, essendo lui tisico.
Mamma aveva conservato la pergamena dell’atto di acquisto per anni, la perse in un trasloco. 
Uno strascico della sua precedente funzione di convento rimase per qualche secolo, una decima che la famiglia doveva pagare alla curia, finché il bisnonno Piero, anticlericale e antifascista fin dalla prima ora, non se ne liberò, pagando una cifra per l’epoca esorbitante. Ma diceva sempre che ne era valsa la pena, pur di togliersi il giogo dei preti.
Si arrivava alla casa dalla piazza principale del paese, proseguendo verso le colline. Alla strada mostrava solo un muro arcigno, con finestre dotate di forti inferriate ed un cancello di ferro imponente, completamente cieco, con una piccola porta, sempre in ferro, al lato. La famosa “portina” dalla quale generazioni di ragazzi della famiglia era uscita o rientrata di nascosto.
La casa offriva la sua bellezza verso l’interno. La facciata austera, conservava ancora al primo piano le tracce del loggiato, ed era ingentilita da un enorme gelsomino di Spagna e alcune rose rampicanti, rosso cupo, che nessuno ricordava più quando erano state piantate. Un cespuglio così vecchio da essere ormai quasi un albero, di erba luigia, accoglieva con il suo profumo fresco gli ospiti che si appressavano alla porta che dava sulla sala da pranzo. 
Sul tetto spuntava la torre della colombara, quella che prese fuoco e, ai lati, si aprivano due ali di portici. Di fronte alla casa c’era un piccolo giardino di rose e erbe aromatiche, poi il cortile pavimentato e quindi il pozzo, sulla sinistra, con la vera di marmo rosa scolpito. Un altro cancello di ferro battuto si apriva verso i broli, gli orti cinti da mura, le cantine a volta dove riposavano le botti di vino, la limonaia e la scuderia. Più lontano, nel secondo brolo, nascosti da una rosa banksia lutea immensa, c’erano il pollaio e la porcilaia.
Il primo brolo era giardino e orto, il secondo conteneva il frutteto, il terzo, coltivato a vigneto, era quello che confinava col cimitero. Nel terzo brolo, lontano dal via vai della cantina, c’erano anche gli alveari.
I soffitti della casa, all’interno, erano completamente affrescati, sia nei saloni che nelle salette. Nella cucina resisteva l’enorme camino, oramai abbandonato da anni e nelle stanze c’erano le stufe di maiolica. Ma la stanza in cui trascorrevo tutto il mio tempo, mentre mamma puliva la casa con la Mariota, per amore della nonna Emma, era il salottino veneziano. L’unico avanzo dei passati splendori. Scomparve la settimana successiva alla morte della nonna, venduto a qualche antiquario.
Tutte le storie più belle della mia infanzia vengono da lì. Mi sono state raccontate infinite volte dalla mamma o dalla bisnonna Emma, che alta,  asciutta, vestita di nero, con lo strangolino al collo fermato da un cammeo antico, mi parlava stando seduta sul suo scranno veneziano. Sedevo felice sul suo poggiapiedi, attenta a coprirle le gambe quando lo scialle le cadeva. Lei mi accarezzava la testa, chiudeva gli occhi e parlava del passato. Avevano il dono del raccontare, mamma e nonna ed io quello di ascoltare. Stavamo bene insieme.
La nonna aveva un rapporto speciale con mamma e con me. L’unica volta della sua vita in cui si decise ad usare il telefono fu quando nacqui (e nessuno glielo perdonò, aveva un sacco di nipoti e bisnipoti, perché per loro non fece nulla?). 
Lei, di solito così austera era molto dolce con me, affettuosa... io la adoravo.

La casa, dai tempi dell’infanzia di mamma, quando ancora c’era il bisnonno Piero, era decaduta. La famiglia era finita in rovina per la malaugurata gestione dello zio e della sua sciagurata moglie. Piano piano era stata spogliata dei mobili antichi, poi delle casse di argenteria, infine  l’intero complesso della casa era stato acquistato da un vecchio amico/concorrente del bisnonno. L’aveva comperata per le antiche cantine a volta e le botti pregiate di rovere di Slavonia, in cui si facevano invecchiare l’amarone e il recioto. I più buoni che abbia mai assaggiato nella mia vita. Per rispetto alla nonna, aveva messo nell’acquisto la clausola che finché la signora Emma fosse vissuta, sarebbe potuta rimanere nella sua casa.  Grazie a quella clausola gentile, la casa continuò ad essere il centro della nostra vita ancora per qualche anno.

Poi un giorno la casa si riempì di gente elegante, vestita di nero. La strada davanti casa, il cortile e perfino la piazza della chiesa erano ingombre di macchine. Mamma piangeva stringendomi forte e teneva in mano un gran fascio di rose rosse. C’erano fiori dappertutto. E tutta quella gente veniva a salutarla, chi le stringeva la mano, chi la abbracciava; io ero confusa. Vicino a noi c’era un grande cesto di vimini, che mano a mano che la gente passava a salutare mamma, si riempiva di biglietti.
In mezzo a tutta quella gente la nonna Emma spiccava per la sua assenza. E io volevo andare a cercarla.
Mamma non ha mai voluto che vedessi un morto, diceva che lei, nella sua infanzia, ne aveva visti troppi e per anni, anche grazie alle storie gotiche della Viola, aveva avuto gli incubi. Così nessuno mi disse che la nonna Emma era morta, per paura che volessi vederla. Mi dissero che era andata via, ma dove, dicevo io, dove che voglio andarci e la mamma piangeva e mi diceva, no, tu devi restare con me, non puoi andare.

Avevo cinque anni.  
Quando la nonna se ne andò, tutto scomparve. 
La casa venne trasformata in un residence di lusso. Né mamma né io abbiamo più voluto rivederla così snaturata. 


A noi, a mamma ed a me, rimasero i ricordi.

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