mercoledì 25 maggio 2016

Pensieri vari per i miei amici

Mentre, con i giramenti di testa che non mollano, mi preparo alla partenza per il ritiro, penso a tante cose.
Alla mia vita e alla mia pratica. A Dario, ovviamente. E al lavoro.
E mi accorgo che tutte queste cose fanno parte di un unico sentiero, non sono percorsi distinti.
Mi faccio molte domande sulle mie motivazioni e osservo le risposte non sempre limpide della mia mente.

Così oggi vorrei scrivere queste righe per voi che mi seguite con affetto da tanto tempo.

Le cose che racconto in questo spazio virtuale, sono parte del mio percorso. Che cerco di uniformare al Dharma, ma non so fino a che punto ci riesco. Quindi i pensieri che leggete qui, hanno valore per me. Non so come dire. Vi racconto la mia vita e in parte, la mia pratica. Non ho molto altro di cui parlarvi.
Non sto cercando di convertire nessuno, nè di convincervi che io ho ragione. Racconto. Così, come viene. E se qualche volta sembra che io dia consigli, bene, sono solo piccole cose, che voi potete trovare utili oppure no. Non è veramente importante. Sono solo un riverbero del mio affetto per voi.

p.s. Tornerò dal ritiro a luglio

martedì 24 maggio 2016

Quando i Giovani sono Vivi!!!

Ho avuto l'enorme piacere di incontrare, in questo ultimo giro in Toscana, due fratelli. Stavo malissimo fisicamente, ma queste due creature mi hanno riempita di gioia.
Troppo spesso incontro ragazzi senza meta, senza ideali, senza futuro. Tristi, spenti.
Invece queti due fratelli!
La sorella studia lingue ed è appassionata dello studio del cinese. Avreste dovuto sentirla mentre mi spiegava le cose. L'entusiasmo, l'impegno, la speranza di andare prima o poi a studiare in Cina.
Ma la scoperta è stato il fratello, un pochino più grande. Studia agraria all'università. Ha fatto un anno di Erasmus, non speso, come molti, in apericene e feste con gli amici, ma per incontrare i fautori di nuovi sistemi di agricoltura.
Studia e lavora i campi. E sta cominciando a sperimentare due sistemi: uno di uno svizzero che vive in Brasile. Un sistema agro-silvano. Marco e i suoi amici stanno cercando di capire come adattarlo al clima mediterraneo. E poi un altro sistema, di un italiano, per la produzione cerealicola.
La cosa veramente interessante, è che con questi due sistemi si ha finalmente una risposta alla produzione super ecologica (non la farsa che è adesso l'agricoltura bio) su larga scala. Mentre fino ad ora, bene o male, con sistemi come la permacultura, si riusciva solo ad avere produzioni a livello di orto o poco più.
Avreste dovuto sentirlo quando mi raccontava dei suoi esperimenti, di come ci voglia pazianza in agricoltura, di come l'impegno sia tanto per avere risultati. Di come con un gruppo di altri giovani agricoltori siano scambiandosi informazioni sulle sperimentazioni che stanno conducendo.
Gli brillavano gli occhi.
Mi ha scaldato il cuore. Per ragazzi così, beh, per ragazzi così ha senso restare nel mondo e cercare di fare il poco o tanto che potremo col progetto Gawa.
Una Niki malata ma felice!

http://agendagotsch.com

giovedì 12 maggio 2016

La Chiamata

Quando ero piccola ero affascinata da una cosa che mi avevano detto e cioé che quando fossi cresciuta il Signore mi avrebbe chiamata. E allora avrei saputo cosa era la cosa giusta da fare per me.
Mi preoccupavo moltissimo di non sentire la chiamata, di essere distratta nel momento in cui il Signore avesse cercato di contattarmi.
Mi guardavo intorno e vedevo un sacco di gente avere vite tristi, senza una meta, coi giorni che passavano uno dopo l'altro senza costruire niente, senza cambiare, senza crescere, senza mete da raggiungere. Avevo paura di diventare come loro. Ero sicura che le persone grigie erano quelle che "non avevano ascoltato la chiamata".
Crescendo non ci ho più pensato. La vita mi ha sballottata di qui e di là senza requie, prendendo le redini del mio destino senza che io potessi mai oppormi. Senza che potessi scegliere. O almeno così ho creduto per anni.
Eppure, un giorno, non so quando, devo avere scelto. Perché oggi guardo la mia vita e mi accorgo di aver risposto alla chiamata, non del Signore di quando ero bambina, ma ho risposto ed ho trovato il mio sentiero.
E mi accorgo che per seguire il mio sentiero sono disposta ad abbandonare tutto, perché tutto quello che era importante per me mi ha abbandonata, lasciandomi solo lui, il sentiero, il luogo in cui spero che troverò riposo per la mente, consolazione per il cuore e una meta da raggiungere.
Anche se spesso mi mette alla prova.

Con questo non dico che il mio sentiero sia giusto. Lo è per me.

mercoledì 11 maggio 2016

Cercando le cose per il viaggio

Quando si va a fare un ritiro, o un viaggio di quelli molto lunghi in posti "selvatici", ci sono cose da non dimenticare. Solo che, a forza di traslochi, non so più dove sono.
Coltellino svizzero, pentolino da viaggio (cinese di alluminio laccato, ma quello sono sicura che non l'ho più), resistenza per far bollire l'acqua...
Sto cercando nei momenti di pausa. Perché senza qualche cosa per scaldare l'acqua per il tè è dura, visto che non sarò ospitata al centro ma fuori, per tutto il ritiro e non ho idea se potrò chiedere anche solo l'acqua bollente.
Come possano pensare che si possa fare un ritiro stando fuori lo sanno solo loro, però è così e vuol dire che per me andrà bene così. L'importante è ricevere gli insegnamenti. E per questo li devo ringraziare.
Poi, in effetti, hanno anche ragione, probabilmente hanno dato i posti interni alle persone che frequentano e sostengono il centro tutto l'anno. E' grazie a loro se ho questa possibilità.
E' che la ricerca di questi vecchi "attrezzi da viaggio" riporta alla mente tante memorie.
Una volta, con Dario, eravamo partiti per un lungo viaggio assieme ad altre persone che sapevamo essere molto difficili. Prima di partire abbiamo preso l'impegno con noi stessi di mantenere la mente serena nonostante tutto e, se possibile, di rasserenare gli altri.
Ci siamo riusciti per 15 giorni... e ci è costato. Ma tutti erano allegri e nessuno si pestava i piedi con gli altri. Poi una persona si è incaponita a distruggere tutto, di proposito, e le liti sono cominciate. Ma noi non ci siamo fatti tirare dentro.
Però in due era più facile.
Come era più facile mantenere la mente sulla pratica. Dario mi aiutava tantissimo, ma con un garbo tale da non fare quello che "insegnava", mi insegnava senza dirmelo. L'ho capito solo adesso, che devo arrangiarmi da sola, quanto prezioso era quel suo insegnamento senza parole, con l'amore e con l'esempio.
Così continuo la mia ricerca ed ho un po'il nodo alla gola. Perché questa volta sarà un'altra prima volta senza di lui.

lunedì 9 maggio 2016

Lo so che sono strana

Sempre saputo di essere strana. Fin da piccola. Me lo dicevano gli altri.
Alla fine ci ho creduto. Così me ne sono andata per la mia strada, visto che, per quanto io mi fossi sforzata, non ero riuscita a seguire la loro.
Il Dharma l'ho incontrato per caso. Si dice così, vero? In treno, tornando da Torino e poi a Milano.
Ed è stato amore a prima vista.
Non che io sia mai stata una grande praticante, per fortuna avevo Dario vicino che mi aiutava. E mi aiutava talmente bene e con tale discrezione, che, adesso che sono sola da oramai quasi due anni, i suoi insegnamenti continuano ad indicarmi la strada.
E io la seguo. Perché è la "nostra strada", la sua, ma anche la mia.
Faticando, zoppicando, sbagliando. Ma non mollo. E millimetro dopo millimetro qualche cambiamento lo sto ottenendo.
Desidero sempre, sopra ogni cosa ritirarmi in meditazione. Adesso le mie sessioni quotidiane sono due e brevi,  a volte solo una, perché ho troppe cose da fare. Cose per me complicate.
Ma il lavoro è la mia pratica vera, come mi diceva sempre Dario. Un lavoro per vivere, ma soprattutto per fare del bene a quanta più gente possibile.
Per me sarebbe troppo facile mollare il mondo. Non c'è più niente che mi attira.
Vacanze? Si, sono carine ma è meglio un ritiro, funziona meglio. Casa? Un posto dove lavorare e tenere me e le cose al coperto e dove ho la connessione internet buona. Vestiti? Avessi due soldi in più mi farei una divisa, tipo monache cinesi, coi pantaloni. Così avrei risolto. Per ora vivo in tuta o in jeans e magliette. Cibo? E' il mio lavoro. Se è buono lo apprezzo, ma, lo sapete, vado avanti a minestroni o robe simili per settimane senza grossi problemi.
La sera, prima di dormire, studio. Mica perché sono brava... è che mi rasserena molto più di un romanzo. Oramai, a parte qualche autore per ragazzi che amo da sempre, non leggo più niente che non sia collegato o alla pratica o al lavoro (e leggo anche le notizie, per capire a che punto del Kalyuga siamo).
A volte mi trovo ad osservare la mia mente come un gatto osserva il topo, pronta a prenderla quando va in giro a fare danni. Purtroppo non sempre lo faccio, ma da qualche parte si deve pur cominciare.
Ultimamente vedo che anche i social mi attirano meno. Sono stati la mia ancora di salvezza per imparare ad accettare la solitudine, però adesso mi piace anche il silenzio della mia vita.
...insomma sto peggiorando.

E' difficile capirmi? Lo so. Sono sempre stata strana. Oramai mi ci sono abituata.

giovedì 5 maggio 2016

L'Ultima Volta

E oggi la decisione è presa.

In questi anni ho cercato di condividere le informazioni con voi, di fare, come si diceva ai miei tempi, controinformazione.
Ogni volta che leggevo una cosa tremenda che i nostri governi ci stanno infliggendo senza che noi battiamo ciglio, non riuscivo a trattenermi e ne parlavo. Non perché fossi arrabbiata, ma perché sono preoccupata.
Personalmente, se le cose qui dovessero precipitare, la soluzione ce l'ho: mi ritiro in qualche buco in Asia a meditare e sono tranquilla per quello che mi resta da vivere.
Vivo con poco qui...immaginate in una capanna in Asia... :)
Mi preoccupo per voi che siete bloccati qui, per i ragazzi, per i bambini che nasceranno...per il mondo che gli stiamo creando con la nostra inerzia: una vita di schiavitù di debiti e di miseria morale e materiale.

Però, in un piano dell'esistenza caratterizzato dall'impermanenza, arriva la fine per tutto.
Oggi è arrivata la fine dei miei post di controinformazione.
A pochi giorni dalla partenza per il ritiro, mi sono resa conto che è arrivato veramente il momento di girare pagina.
Questa volta davvero.
Energie ne ho poche. Cassandra ha fatto abbastanza, può ritirarsi. E lasciare il posto ad una piccola donna che divide il tempo tra lavoro (al computer e in cucina), pratica e qualche amico. Che scriverà ancora post che parlano di tante cose. Ma nella sfera personale, o del lavoro.
Diciamo che oggi muore una parte di me.
Quella che per tutta una vita ha cercato la giustizia terrena, che non esiste.


domenica 1 maggio 2016

Casa Gaspari (la casa della nonna Emma)

La casa era stata un piccolo convento. 
Poi, all’inizio del diciassettesimo secolo un antenato facoltoso l’aveva comperata dalla curia per scappare dall’aria malsana della città, essendo lui tisico.
Mamma aveva conservato la pergamena dell’atto di acquisto per anni, la perse in un trasloco. 
Uno strascico della sua precedente funzione di convento rimase per qualche secolo, una decima che la famiglia doveva pagare alla curia, finché il bisnonno Piero, anticlericale e antifascista fin dalla prima ora, non se ne liberò, pagando una cifra per l’epoca esorbitante. Ma diceva sempre che ne era valsa la pena, pur di togliersi il giogo dei preti.
Si arrivava alla casa dalla piazza principale del paese, proseguendo verso le colline. Alla strada mostrava solo un muro arcigno, con finestre dotate di forti inferriate ed un cancello di ferro imponente, completamente cieco, con una piccola porta, sempre in ferro, al lato. La famosa “portina” dalla quale generazioni di ragazzi della famiglia era uscita o rientrata di nascosto.
La casa offriva la sua bellezza verso l’interno. La facciata austera, conservava ancora al primo piano le tracce del loggiato, ed era ingentilita da un enorme gelsomino di Spagna e alcune rose rampicanti, rosso cupo, che nessuno ricordava più quando erano state piantate. Un cespuglio così vecchio da essere ormai quasi un albero, di erba luigia, accoglieva con il suo profumo fresco gli ospiti che si appressavano alla porta che dava sulla sala da pranzo. 
Sul tetto spuntava la torre della colombara, quella che prese fuoco e, ai lati, si aprivano due ali di portici. Di fronte alla casa c’era un piccolo giardino di rose e erbe aromatiche, poi il cortile pavimentato e quindi il pozzo, sulla sinistra, con la vera di marmo rosa scolpito. Un altro cancello di ferro battuto si apriva verso i broli, gli orti cinti da mura, le cantine a volta dove riposavano le botti di vino, la limonaia e la scuderia. Più lontano, nel secondo brolo, nascosti da una rosa banksia lutea immensa, c’erano il pollaio e la porcilaia.
Il primo brolo era giardino e orto, il secondo conteneva il frutteto, il terzo, coltivato a vigneto, era quello che confinava col cimitero. Nel terzo brolo, lontano dal via vai della cantina, c’erano anche gli alveari.
I soffitti della casa, all’interno, erano completamente affrescati, sia nei saloni che nelle salette. Nella cucina resisteva l’enorme camino, oramai abbandonato da anni e nelle stanze c’erano le stufe di maiolica. Ma la stanza in cui trascorrevo tutto il mio tempo, mentre mamma puliva la casa con la Mariota, per amore della nonna Emma, era il salottino veneziano. L’unico avanzo dei passati splendori. Scomparve la settimana successiva alla morte della nonna, venduto a qualche antiquario.
Tutte le storie più belle della mia infanzia vengono da lì. Mi sono state raccontate infinite volte dalla mamma o dalla bisnonna Emma, che alta,  asciutta, vestita di nero, con lo strangolino al collo fermato da un cammeo antico, mi parlava stando seduta sul suo scranno veneziano. Sedevo felice sul suo poggiapiedi, attenta a coprirle le gambe quando lo scialle le cadeva. Lei mi accarezzava la testa, chiudeva gli occhi e parlava del passato. Avevano il dono del raccontare, mamma e nonna ed io quello di ascoltare. Stavamo bene insieme.
La nonna aveva un rapporto speciale con mamma e con me. L’unica volta della sua vita in cui si decise ad usare il telefono fu quando nacqui (e nessuno glielo perdonò, aveva un sacco di nipoti e bisnipoti, perché per loro non fece nulla?). 
Lei, di solito così austera era molto dolce con me, affettuosa... io la adoravo.

La casa, dai tempi dell’infanzia di mamma, quando ancora c’era il bisnonno Piero, era decaduta. La famiglia era finita in rovina per la malaugurata gestione dello zio e della sua sciagurata moglie. Piano piano era stata spogliata dei mobili antichi, poi delle casse di argenteria, infine  l’intero complesso della casa era stato acquistato da un vecchio amico/concorrente del bisnonno. L’aveva comperata per le antiche cantine a volta e le botti pregiate di rovere di Slavonia, in cui si facevano invecchiare l’amarone e il recioto. I più buoni che abbia mai assaggiato nella mia vita. Per rispetto alla nonna, aveva messo nell’acquisto la clausola che finché la signora Emma fosse vissuta, sarebbe potuta rimanere nella sua casa.  Grazie a quella clausola gentile, la casa continuò ad essere il centro della nostra vita ancora per qualche anno.

Poi un giorno la casa si riempì di gente elegante, vestita di nero. La strada davanti casa, il cortile e perfino la piazza della chiesa erano ingombre di macchine. Mamma piangeva stringendomi forte e teneva in mano un gran fascio di rose rosse. C’erano fiori dappertutto. E tutta quella gente veniva a salutarla, chi le stringeva la mano, chi la abbracciava; io ero confusa. Vicino a noi c’era un grande cesto di vimini, che mano a mano che la gente passava a salutare mamma, si riempiva di biglietti.
In mezzo a tutta quella gente la nonna Emma spiccava per la sua assenza. E io volevo andare a cercarla.
Mamma non ha mai voluto che vedessi un morto, diceva che lei, nella sua infanzia, ne aveva visti troppi e per anni, anche grazie alle storie gotiche della Viola, aveva avuto gli incubi. Così nessuno mi disse che la nonna Emma era morta, per paura che volessi vederla. Mi dissero che era andata via, ma dove, dicevo io, dove che voglio andarci e la mamma piangeva e mi diceva, no, tu devi restare con me, non puoi andare.

Avevo cinque anni.  
Quando la nonna se ne andò, tutto scomparve. 
La casa venne trasformata in un residence di lusso. Né mamma né io abbiamo più voluto rivederla così snaturata. 


A noi, a mamma ed a me, rimasero i ricordi.