venerdì 22 gennaio 2016

La Fine di un Momento

Ed arriva anche la fine del secondo periodo toscano della mia vita.
Qui ho ripreso le fila della mia mente impazzita per il dolore. Ho trovato alcuni amici. Ho iniziato un lavoro importante.
Adesso è il momento di ripartire verso lidi più consoni alla mia nuova attitudine di vita.
E' un po'una terra di mezzo, questo paesino toscano. Non è l'abbandono del Samsara ma non è nemmeno la vita piena. E' come sospeso.
In dormiveglia.
E invece per il mio lavoro devo essere ben sveglia e attiva. E così pure per la mia pratica.
E' anche molto costoso come affitto e nella mia povertà non posso più permettermelo.
Sono rimasta finché non ho ripreso abbastanza le forze per ripartire.
Quindi addio, Toscana.
Sono un po'preoccupata per la fatica che, inevitabilmente, accompagnerà questo cambiamento, ma ne sono felice. E' veramente un nuovo inizio.
Con la pratica assidua è arrivata l'accettazione della solitudine. La mia mente l'ha abbracciata per poter sopravvivere e ritrovare il sentiero della serenità. E adesso tutto è quasi come in quel sogno, di tanti anni fa, in cui ero terribilmente sola, con un dolore acuto nel cuore, ma davanti a me c'era la catena dell'Himalaya e la veste da monaco.

domenica 17 gennaio 2016

Piani...Sogni...

L'impacchettamento mi mette in fase meditativa.
Forse perché sto cercando di vederlo come un ritiro di prostrazioni. E poichè non so ancora dove andrò e come sarà, lo prendo anche come una meditazione sull'impermanenza. Sull'essere capace di concentrarmi sul "qui e ora".

Però proprio per quello guardo le mie cose e, invece che provare per loro simpatia o affezione, mi sembrano un peso. A livello razionale so che non posso buttarle, perché i 3/4 degli oggetti che possiedo mi servono per lavoro... però sogno. In maniera vaga, cosa vorrei fare.

Se il lavoro andasse bene vorrei, un giorno, trovare un posto in cui costruire il quartier generale. Con clinica annessa.  La mia parte di proprietà la userei per fare una charity, così da non sentirmi che "possiedo" troppe cose.
Potrei avere una cucina professionale annessa alla clinica, in cui potrei sperimentare le ricette per i libri, e potrei mangiare in mensa col personale. Le statue e le cose sante potrei donarle ad un monastero, o, meglio ancora, mi piacerebbe fare uno stupa. Ci metterei dentro anche le cose importanti di Dario e non ci penserei più.

Le mie necessità si ridurrebbero così ad un ufficio-stanza di meditazione, il più semplice possibile, un bagno e una cameretta per dormire. Vestiti mi piacerebbe (come pensavamo sempre con Dario) una divisa tipo monaci cinesi. Due per il freddo, due per il caldo. Un piumino. Qualche maglione.

Sognare non costa niente. 

Casa Gaspari (Storie di Casa Mia)

La casa era stata un piccolo convento. 
Poi, all’inizio del diciassettesimo secolo, un antenato facoltoso, l’aveva comperata dalla curia per scappare dall’aria malsana della città, essendo lui tisico.
Mamma aveva conservato la pergamena dell’atto di acquisto per anni, la perse in un trasloco. 
Uno strascico della sua precedente funzione di convento rimase per qualche secolo, una decima che la famiglia doveva pagare alla curia, finché il bisnonno Piero, anticlericale e antifascista fin dalla prima ora, non se ne liberò pagando una cifra per l’epoca esorbitante. Ma diceva sempre che ne era valsa la pena, pur di togliersi il giogo dei preti.
Si arrivava alla casa dalla piazza principale del paese, proseguendo verso le colline. Alla strada mostrava solo un muro arcigno, con finestre dotate di forti inferriate ed un cancello di ferro imponente, completamente cieco, con una piccola porta, sempre in ferro, al lato. La famosa “portina” dalla quale generazioni di ragazzi della famiglia era uscita o rientrata di nascosto.
La casa offriva la sua bellezza verso l’interno. La facciata austera, conservava ancora al primo piano le tracce del loggiato, ed era ingentilita da un enorme gelsomino di Spagna e alcune rose rampicanti, rosso cupo, che nessuno ricordava più quando erano state piantate. Un cespuglio così vecchio da essere ormai quasi un albero, di erba luigia accoglieva con il suo profumo fresco gli ospiti che si appressavano alla porta che dava sulla sala da pranzo. 
Sul tetto spuntava la torre della colombara, quella che prese fuoco e, ai lati, si aprivano due ali di portici. Di fronte alla casa c’era un piccolo giardino di rose e erbe aromatiche, poi il cortile pavimentato e quindi il pozzo, sulla sinistra, con la vera di marmo rosa scolpito. Un altro cancello di ferro battuto si apriva verso i broli, gli orti cinti da mura, le cantine a volta dove riposavano le botti di vino, la limonaia e la scuderia. Più lontano, nel secondo brolo, nascosti da una rosa banksia lutea immensa, c’erano il pollaio e la porcilaia.
Il primo brolo era giardino e orto, il secondo conteneva il frutteto, il terzo, coltivato a vigneto, era quello che confinava col cimitero. Nel terzo brolo, lontano dal via vai della cantina, c’erano anche gli alveari.
I soffitti della casa, all’interno, erano completamente affrescati, sia nei saloni che nelle salette. Nella cucina resisteva l’enorme camino, oramai abbandonato da anni e nelle stanze c’erano le stufe di maiolica. Ma la stanza in cui trascorrevo tutto il mio tempo, mentre mamma puliva la casa con la Mariota, per amore della nonna Emma, era il salottino veneziano. L’unico avanzo dei passati splendori. Scomparve la settimana successiva alla morte della nonna, venduto a qualche antiquario.
Tutte le storie più belle della mia infanzia vengono da lì. Mi sono state raccontate infinite volte dalla mamma o dalla bisnonna Emma, che alta,  asciutta, vestita di nero, con lo strangolino al collo fermato da un cammeo antico, mi parlava stando seduta sul suo scranno veneziano. Sedevo felice sul suo poggiapiedi, attenta a coprirle le gambe quando lo scialle le cadeva. Lei mi accarezzava la testa, chiudeva gli occhi e parlava del passato. Avevano il dono del raccontare, mamma e nonna ed io quello di ascoltare. Stavamo bene insieme.
La nonna aveva un rapporto speciale con mamma e con me. L’unica volta della sua vita in cui si decise ad usare il telefono fu quando nacqui (e nessuno glielo perdonò, aveva un sacco di nipoti e bisnipoti, perché per loro non fece nulla?). 
Lei, di solito così austera era molto dolce con me, affettuosa... io la adoravo.

La casa, dai tempi dell’infanzia di mamma, quando ancora c’era il bisnonno Piero, era decaduta. La famiglia era finita in rovina per la malaugurata gestione dello zio e della sua sciagurata moglie. Piano piano era stata spogliata dei mobili antichi, poi delle casse di argenteria, infine  l’intero complesso della casa era stato acquistato da un vecchio amico/concorrente del bisnonno. L’aveva comperata per le antiche cantine a volta e le botti pregiate di rovere di Slavonia, in cui si facevano invecchiare l’amarone e il recioto. I più buoni che abbia mai assaggiato nella mia vita. Per rispetto alla nonna, aveva messo nell’acquisto la clausola che finché la signora Emma fosse vissuta, sarebbe potuta rimanere nella sua casa.  Grazie a quella clausola gentile, la casa continuò ad essere il centro della nostra vita ancora per qualche anno.

Poi un giorno la casa si riempì di gente elegante, vestita di nero. La strada davanti casa, il cortile e perfino la piazza della chiesa erano ingombre di macchine. Mamma piangeva stringendomi forte e teneva in mano un gran fascio di rose rosse. C’erano fiori dappertutto. E tutta quella gente veniva a salutarla, chi le stringeva la mano, chi la abbracciava; io ero confusa. Vicino a noi c’era un grande cesto di vimini, che mano a mano che la gente passava a salutare mamma, si riempiva di biglietti.
In mezzo a tutta quella gente la nonna Emma spiccava per la sua assenza. E io volevo andare a cercarla.
Mamma non ha mai voluto che vedessi un morto, diceva che lei, nella sua infanzia, ne aveva visti troppi e per anni, anche grazie alle storie gotiche della Viola, aveva avuto gli incubi. Così nessuno mi disse che la nonna Emma era morta, per paura che volessi vederla. Mi dissero che era andata via, ma dove, dicevo io, dove che voglio andarci e la mamma piangeva e mi diceva, no, tu devi restare con me, non puoi andare.

Avevo cinque anni.  
Quando la nonna se ne andò, tutto scomparve. 
La casa venne trasformata in un residence di lusso. Né mamma né io abbiamo più voluto rivederla così snaturata. 


A noi, a mamma ed a me, rimasero i ricordi.

mercoledì 13 gennaio 2016

Piano piano veloce veloce

Una volta in Tibet eravamo su un pulmino scassatissimo con un'autista matto come un cavallo. E tutti i tibetani gli urlavano kalè kalè! Piano, piano!
E lui correva sugli strapiombi rifacendoci il verso. Senza darsene per inteso.

La mia mente in questo anno e mezzo faceva come l'autista tibetano. Le dicevo, vai piano, fai le cose con calma, datti tempo! Kalé kalé!
E lei mi rispondeva, certo, vado piano, però c'è questo, però c'è quello. Kalè, kalè...si si, dopo.

Così praticavo a vanvera, lavoravo caoticamente, sempre stressandomi, sempre in ritardo. In ritardo con chi? Si, vero, i soldi finiscono. Non c'è tempo da perdere... Però si può affrettarsi lentamente.
Dopo il ritiro delle feste, in qualche modo, sto cambiando i ritmi.
Non che lavori meno. Lavoro e vivo diversamente.
Festina lente. Mi affretto lentamente.
Mi sveglio, vado in bagno, accendo una candelina ed un incenso sull'altare e torno a letto. Mi copro le spalle con una coperta, a mò di mantello e faccio le mie sadhane. Con calma. E' ancora buio e nessun rumore mi disturba, non squilla il telefono, la giornata è come sospesa e la mente è più tranquilla. La meditazione riesce più facilmente (non sempre... però, in generale, viene meglio).
Finite le sadhane mi alzo e metto su il caffè, o il tè, mentre guardo le notizie.
Poi la giornata comincia.
Ma la mente, dopo aver fatto le sadhane, è più limpida e più tranquilla. Affronta le cose meglio.
La sera poi, quando oramai sono troppo cotta per fare altro, ceno leggendo le ultime notizie o un libro rilassante, chatto un poco su fb. Poi mi prendo un libro di Dharma e concludo la serata leggendolo a letto. Chiudendo la giornata con la pratica.

E' un buon modo di tenere sotto controllo l'elefante selvaggio che è la mente. Sono piuttosto soddisfatta di questa routine. Non è invasiva, non interferisce con gli impegni, mi permette di fare di più con minore sforzo. Riuscissi a ficcarci dentro anche una pratica di Tai Ki...ma ancora non ci riesco. Kalé, kalè... non devo farmi fretta...

mercoledì 6 gennaio 2016

Dedicato ai Miei Amici

Per buona parte della mia vita sono sempre stata io quella che si prendeva cura, che, dove possibile, aiutava. Poi, improvvisamnte, mi sono trovata dalla parte di chi deve chiedere aiuto.
Non è stato facile. Non per orgoglio, ma non ci ero proprio abituata... mi sento a disagio quando non posso fare nulla per gli altri e ricevo soltanto.
Spesso, la sera, quando vado a dormire, penso alle persone che mi hanno aiutata o mi stanno aiutando in questo periodo e provo un'enorme gratitudine per loro. Tanto grande quanto grande è il vuoto che l'assenza di Dario ha generato nella mia vita.
A volte sono triste, mi sento sola o sono scoraggiata. Allora penso agli amici che mi sono stati o mi sono vicini. Ad amici che, a volte (come sta succedendo per una cosa importantissima in questi giorni), senza nemmeno conoscermi di persona, spendono tempo, impegno e fatica per me. Ad amici che hanno contribuito a sostenere economicamente il progetto di Dario. A Filippo, che mi è stato vicino quel terribile giorno e non mi ha lasciata sola davanti all'orrore della perdita.
 E, vi sembrerà strano, ma la gratitudine che provo per loro allontana il gelo del dolore e della solitudine.
Così mi sento ancora più grata nei loro confronti... e più mi sento grata e più il calore nel cuore aumenta.

Ho un debito con voi, amici cari, un debito che aumenta ogni giorno, perché non solo mi avete aiutata (o mi state aiutando) ma ogni giorno mi regalate un po'di gioia anche solo ricordando la vostra gentilezza.

martedì 5 gennaio 2016

Lavorare Senza Accorgersene

Reimpostato per l'ennesima volta tutto il progetto, questa volta penso che veramente ce la stiamo facendo. Stavolta si diventa "veri".
E la cosa buffa è che ieri sera, senza rendermene conto, sono andata avanti a lavorare fino quasi alle 11. Ma perché ero intrigata da quello che stavo facendo, non perché me lo fossi imposto.
E stamattina di nuovo. Alle tre meno qualcosa mi sono fermata e mi sentivo anche un po'in colpa, perché non avevo lavorato...poi mi sono detta: ma non è vero! Quello che ho fatto fin'ora era lavoro! Ed era anche lavoro abbastanza impegnativo.
E' davvero affascinante come questo ritiro mi ha ribaltato il modo di pensare.

lunedì 4 gennaio 2016

E comincia il 2016!

Appena uscita da ritiro mi sono piovuti addosso due giorni di stress pesante per il lavoro. Va reimpastato tutto, riorganizzato tutto.
Così tutto il benessere, la mente serena, l'energia che mi era aumentata, si sono sciolti come neve al sole e mi è venuta anche la febbre.
Stanotte sono stata molto male fisicamente, con la febbre alta, dolori al petto a sinistra, dissenteria, insomma una meraviglia! E poi, nel mezzo della notte, mi sono detta: la devo piantare. Non ci riuscirò stanotte e nemmeno domani, ma devo smetterla di appuntare etichette di "buono" e "cattivo".
Il ritiro, per un'altra persona, sarebbe stato un incubo. Otto ore di meditazione e quattro di lavoro ordinario, nel silenzio totale, staccate tutte le connessioni con il mondo. Da sola con me stessa, le mie paure, la mia solitudine.
Invece è stato bellissimo.
Perché la mia mente mi dice che è faticoso ma che è bello fare ritiri.
Deve diventare bellissimo anche aver a che fare con cose che feriscono, anche in mezzo alle difficoltà. O se non bellissimo deve diventare neutro.
Così mi sono messa a cercare ed ho scoperto che la mia self-defeating mind era già robustamente al suo posto. E mi sono detta: meglio così, che sia successo questo pasticcio che mi ha fatta stare malissimo, così l'ho beccata subito che si era solo nascosta. Che era robusta come prima. Ed ho deciso di riprendere a combatterla.
Da stanotte non le sto lasciando spazio, se vedo che si attacca al malessere fisico o al pasticcio che è successo, la stacco subito (subito...appena me ne accorgo, perché l'abitudine a non mollare le cose negative è dura da sradicare). Non è un ritiro, sono di nuovo connessa col mondo, sto lavorando a pieno ritmo (ieri 8 ore), è vita quotidiana.
Buon 2016 a tutti!
Che sia un anno positivo per la ricerca della serenità interiore per tutti noi, perché temo che se la cercheremo fuori ne troveremo ben poca.

p.s. Da oggi la Vagabonda torna ad essere solo il mio blog personale, di cui sono l'unica amministratrice.

venerdì 1 gennaio 2016

Se la Solitudine è una Scelta Serena

Natale e Capodanno sono, per noi persone sole, date infauste. Sono i giorni nei quali non c'è modo di sfuggire al fatto che non abbiamo nessuno, che siamo soli, che quelli cha amavamo non sono più con noi.
E allora è meglio prendere il toro per le corna e, invece che accontentarsi di surrogati, scegliere la solitudine del ritiro. Spegnere telefoni, staccare campanelli, dimenticare i social network ed accogliere il silenzio. Affrontare la crisi di terrore del giorno prima del ritiro, il terrore di ritrovarsi nudi davanti alla realtà della sofferenza.
E poi scoprire con serenità, quasi con gioia, l'aiuto che dà l'immergersi nel ritmo della pratica. In silenzio. Verrebbe il desiderio di non essere in questa terra di Toscana, così bella ma così terragna, verrebbe il desiderio intenso di essere tra le montagne. Le montagne hanno l'energia leggera perfetta per i ritiri.
La sveglia prima alle 5, il freddo della mattina non ancora nata, la luce delle offerte, lo scintillio dell'acqua nelle ciotole di metallo, l'incenso che brucia... e poi la meditazione, a volte facile, a volte dura, a volte insopportabile come una vescica nella scarpa quando si deve camminare ancora a lungo, a volte bellissima.
La mente si unisce al silenzio e lo ama, perché è un balsamo dopo le ore di impegno. Si schiarisce, rivede le cose in maniera diversa, sfoltisce i problemi, li razionalizza e li ordina.
Prende il lavoro, o il dolore, o la solitudine e li struttura per inserirli nella pratica.
Come in un ricamo infinito, un punto dopo l'altro, la mente cerca un disegno armonico da esprimere. Ma può trovarlo solo nella solitudine, nel confrontarsi con sé stessa, nell'andare oltre.