lunedì 28 settembre 2015

Un'Altra Storia dal mio Passato

Stasera, come spesso mi succede, mi è presa la malinconia. Mi manca lui.
E per reagire mi sono tuffata nei miei ricordi. In un passato lontano. In un mondo con dei personaggi più garbati, più inconsueti, più poetici di quelli che si incontrano oggi.
Cari amici vi racconterò di un personaggio della mia infanzia:Rino, il poeta.



Rino era stato amico di Depero e di Marinetti, era un giornalista, no era un poeta vernacolare, no, aspetta, era un pittore. 
In realtà era un po'di tutto questo ma, fondamentalmente era un individualista, un anarchico, disadattato e un po’romantico. 
Non si era mai curato di conformarsi alle regole dalla società. 
Viveva in una specie di scantinato umido e oscuro in un vecchio e malfamato quartiere; i suoi vestiti sapevano sempre un poco di muffa. Lo scantinato era pieno di opere d’arte, risultato di scambi con altri artisti quando tutti loro erano giovani e facevano una vita grama, ma erano pieni di sogni e di entusiasmi. Per anni Rino si tenne a galla vendendo a collezionisti le opere dei suoi vecchi amici che avevano fatto strada.
Era sempre gentile, servizievole, ironico. 
I capelli ricci un po'lunghi, il viso scavato, sensibile, gli occhi inquieti, lo spolverino grigio e, in mano, l'eterna sigaretta senza filtro.
Non si atteggiava a vittima della società, semmai, diceva, sono vittima di me stesso. 
Papà e mamma gli erano molto affezionati e lo aiutavano. 
Lo adoravo. Quando veniva a trovarci, con i suoi foulard di seta e la sua eleganza più che stropicciata, con vestiti che un tempo erano stati di prima qualità, ma ormai avevano i polsini lisi, si sedeva, con un bicchiere di vino in mano e mi raccontava degli scultori e la loro lotta con la creta. Dei pittori e delle loro manie. Degli scalpelli buttati per terra, dei colori, delle tele che ospitavano i loro sogni. Delle modelle bellissime che avevano sempre freddo e posavano vicino alle stufe accese. Delle discussioni feroci sul futuro dell’arte in osterie fumose. 
Io, diceva, non sogno così intensamente. Non ci credo, diceva, così tanto. Passo, guardo, mi diverto, ma non ci credo davvero, non ci soffro a cercare una via espressiva. Mi manca la passione. Tu invece, piccolina, la passione ce l’hai, tu sei un’artista. E guardava pensoso i miei scarabocchi, i miei primi acquerelli.
Poi se ne andava da qualche parte, nella sua vita un poco errante. Per un poco nessuno sapeva dov’era, cosa faceva. Ed improvvisamente ricompariva, i capelli ricci, il sorriso ironico, il bicchiere di vino in mano. 
Declamava una poesia nel fumo e nel rumore della botega del vin. Gli amici applaudivano, gli passavano un vassoio di grissini avvolti nel prosciutto di Parma e gli dicevano mangia! Che i poeti hanno sempre fame! Lui prendeva un grissino, non mangiava mai molto, e ringraziava. Con quella faccia scavata sempre un po’stranita.
Passava nella vita educatamente, senza mai toccare molto nessuno. Sfiorava appena le esistenze degli altri e non si impegnava in niente. La sua ricca famiglia lo aveva disconosciuto. Il vino aveva distrutto la sua carriera. 
E lui veleggiava leggero, quasi non gli importasse davvero di nulla, e in fondo era sempre solo, anche se aveva tanti amici e tante donne, sempre diverse.
Quando si ammalò, mamma e papà si presero cura di lui, e quando fu chiaro che non c’era più niente da fare, che il fumo, alla fine, aveva vinto sul vino e se lo stava portando via con un cancro ai polmoni, lo portarono all’ospedale. Almeno avrebbe avuto l’assistenza continua e non sarebbe morto al buio e con le lenzuola bagnate, nel suo scantinato. Loro lo andavano a trovare tutti i giorni.
Poco dopo il suo ricovero, in una mattina d’autunno, una di quelle mattine calde con la luce dorata che a volte l’autunno regala, si alzò dal letto, mise la vestaglia di seta (un pochino sfilacciata ai polsi) e si avviò tranquillo verso il reparto femminile. 
Si presentò, garbato come sempre, con un leggero inchino: signore, disse, sono Rino, sono un poeta. E sto per morire. Sono venuto a trovarvi per salutare, attraverso voi signore, tutte le cose ed i momenti belli che la vita mi ha dato. Sono venuto a ringraziare per tutto quello che ho avuto ed a dire addio. 
Si avvicinò alla malata nel letto più vicino e la baciò. 

E mentre si risollevava, semplicemente, morì.

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