sabato 26 settembre 2015

Del Buddhismo Tibetano... dal mio punto di vista

Quando ho incontrato il Buddhismo tibetano è stato come tornare a casa. Qualche cosa nella mia testa ha fatto clic. E tutti i pezzi del puzzle si sono sistemati al loro posto.
Ho trovato le risposte alle mie domande. Ed ho trovato un percorso di vita sobrio, critico, libero. Che mi ha fatta evolvere per più di vent'anni.
Non sono mai riuscita ad accettare le apparenze delle cose. Non sono mai stata una del branco, ero sempre la pecora nera, sempre quella che si arrampicava affannosamente e confusamente per cercare di avere una visione più chiara.
Non ho mai accettato le verità rivelate, l'ipse dixit. Non per intelligenza, ma per una mia intrinseca incapacità di pensare che nel mondo esistessero assoluti perfetti. Per questo ho preso, ai miei tempi, botte, sia dai fascisti che dai comunisti.
Potevo aderire alla lotta per una singola cosa, un singolo problema dopo che mi ero convinta che era giusto risolverlo in un determinato modo. Ma non accettare l'ideologia in toto.

Il percorso spirituale non è una cosa da masse. Non può, come voleva fare, ed ha fatto il PCI nei decenni di monopolio della scuola, abbassare il livello della cultura per renderlo accessibile al popolo.
Il percorso pirituale vero, serio, quello che coinvolge tutta la tua vita, quello che ti fa cambiare sempre e ti aiuta-costringe ad accettare anche le sfide più difficili è, per sua stessa natura, solitario.
Non si va in gita premio verso l'illuminazione.
Non ci sono scorciatoie.
Ci si va a piedi, un passo dopo l'altro. Con gli occhi ben aperti. La funzione "autocritica" molto sviluppata, la funzione "critica" sveglia ma temperata dalla compassione.
Sembra difficile? Lo è.
E nessuno ha tutte le risposte. Ci sono dei manuali di istruzioni, delle mappe (gli insegnamenti), ma poi ognuno è responsabile di sé stesso. Anche il più grande maestro del mondo, può solo darti indicazioni, non può farti illuminare, perché sei tu che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, vivi con te stesso. Sei tu che devi diventare onesto con te stesso. Devi avere il coraggio di guardare le cose (tue o del mondo) con occhio disincantato e compassionevole.
O almeno devi provarci... perché dirlo sembra facile ma metterlo in pratica è tutto un altro paio di maniche.

All'interno di questo percorso io sono rimasta sola. E per la prima volta in vita mia mi trovo a chiedere aiuto.
Ero abituata a darlo, l'aiuto.
Non è un passaggio facile.
Ieri sera mi sono detta: se mi succede vuol dire che devo integrare anche questo nella mia pratica. Che mi mancava questo passaggio.
I Ginda-la, gli sponsor, sono una figura di un certo rilievo in Tibet. Sostengono le attività benefiche per accumulare meriti. Sono molto onorati, perché senza di loro tante cose non potrebbero esistere. Al punto che si dice che quando un praticante raggiunge l'illuminazione si illuminano anche i suoi Ginda-la.
Non credo che sia vero, ma credo che un gesto di generosità crei, karmicamente, un vincolo. Sostieni un progetto malvagio? Ne ricaverai i frutti karmici. Sostieni un progetto che sarà di beneficio? Ne ricaverai i frutti karmici.
Perché poche cose sono certe come il Karma.
Quindi di fronte ai miai Ginda-la, quali che siano le loro contribuzioni, grandi o piccole (come Marina, che ha dato un contributo ieri), io ho la responsabilità non solo di produrre un risultato. Non solo di essere riconoscente e di mostrare, appena possibile, in maniera tangibile, la riconoscenza.
Ma sono soprattutto responsabile di mantenere perfetta la motivazione, i metodi e la moralità del progetto che queste persone stanno aiutando.
E' un impegno importante.
Cercherò di assolverlo al mio meglio. Ve lo prometto.




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