mercoledì 3 giugno 2015

Samsara

Mangiare per soddisfare solo il palato non mi dice più nulla da anni, pur essendo io una cuoca di un certo talento. Il cibo è cura, salute. Deve piacere, ma deve soprattutto far star bene, dare gioia e vitalità. 
Uscire, girare, andare in vacanza tanto per farlo è fatica sprecata. Viaggiare per lavoro, affetto, cura, per ricevere o dare insegnamenti, invece, è benvenuto. 
Impegnare energia per vestirmi bene? Truccarmi? E perché? E’ un impegno. Per il vivere civile basta essere puliti ed in ordine.
Tutte le cose legate al Samsara costano fatica e danno piaceri (se li danno) effimeri. Ed io ho poca energia, chi mi incontra non lo vede, perché sorrido spesso e maschero la stanchezza. Dario lo sapeva bene. Però poi torno a casa e sono stanca. Per cosa, mi chiedo, vedendo i miei giorni che passano veloci. Per un salto nel Samsara, che probabilmente, mi porterà ancora dolore? La vitalità residua che ho mi serve per altro: per le pratiche, lo studio, il lavoro. Quello ha ancora e sempre senso. Dà pace, dà serenità. 
Il resto è vuoto. Sa di cenere. E’ come un deserto che si estende all’infinito nel quale ho paura di perdermi.
Non ho i capelli tosati, non porto la tonaca, ci sono alcuni voti del vinaya che mi creerebbero problemi nei prossimi anni (spero) attivi nel settore lavoro, ma ho adottato, in realtà, un sistema monastico di vita. Ed ogni volta che, spinta da qualche persona che mi vuole bene, faccio un tentativo per “rientrare” nel Samsara, mi esplode in faccia.
Ho provato due volte.
Non ci proverò più.
Ne capisco sempre meno il senso.
A  pochi giorni dal mio cinquantacinquesimo compleanno è arrivato il momento di ritirarmi, mentalmente, dal mondo. Di alzare delle gentili barriere virtuali e dedicarmi alla preparazione per la morte. Lavorando, studiando, insegnando, praticando. Volendo bene. 


Il giorno in cui non si medita sulla morte almeno tre volte, dicono i Maestri, è un giorno sprecato. 

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