domenica 7 giugno 2015

Samsara Addio! :-)

Perdere Dario per me è stato l’equivalente interiore del terremoto in Nepal. Una devastazione. E con lui ho perso ogni senso di orientamento, ogni riferimento, ogni equilibrio.
All’inizio, nel mio dolore onnipervasivo mi sembrava che l’unica risposta fosse il monacato.
Poi, sono passata all’estremo opposto, ho cercato di dimenticare la sofferenza rientrando (insomma... mettendo un piede sulla soglia) nel Samsara. Ma il Samsara non è una risposta. E’ la causa della sofferenza.
Ti mostra molte cose che, da lontano, sembrano allettanti , ma quando poi ti avvicini, con una zampata riaccende tutto il dolore e lo amplifica.
Non è una soluzione nemmeno il monacato preso come si prende un sonnifero per addormentarsi e non pensare. Il monacato è una scelta seria, non il rimedio palliativo per la perdita di un grande amore.
Così, in questi giorni nei quali il mio corpo, tanto per cambiare, mi ha lasciata a terra, ho pensato alla storiella taoista. Forse è una disgrazia o forse no. 
Perché con gli svenimenti quotidiani e la mente incupita, mi sono decisa a lavorare per stare meglio. Ma meglio davvero. Nello spirito della via di mezzo.
Non c’è bisogno di prendere i voti per tenere lontano il Samsara, il distacco dal Samsara è nella mente. 
Se riuscirò a partire col mio progetto, essere monaca potrebbe intralciarmi. Non tutti cadono in deliquio per una tonaca rossa e poi la tonaca, crea una distanza. Se parti con un progetto che deve aiutare quante più persone possibili non puoi farlo facendoli sentire lontani. 
Certo, se mi facessi monaca,  per me la vita sarebbe più semplice. I voti sono anche un sigillo energetico, una protezione ed io, che giro per il mondo con la mia sensibilità e percezione eccessiva, di una protezione avrei bisogno, adesso che il mio difensore non c’è più. Ma si impara a fare senza. E se un domani potrò permettermelo, avrò una segretaria che mi farà da filtro. In fondo, in Nepal, avevo la mia Tashi.
Ma anche rientrare nel Samsara per dimenticare il dolore è un errore. Gravissimo. Farsi coinvolgere di nuovo nelle sciarade del Samsara. Ricadere nel credere che le emozioni siano positive, che bere un mojito in un locale sul mare in buona compagnia sia la felicità, che il sorgere del desiderio di sentirsi ancora femminile ed ammirata sia bello o che ci sia qualche cosa, nel mondo, che valga come la gioia del Sentiero, è un’idiozia.
Così ieri (e andrò avanti anche oggi), mi sono imposta una cura drastica, quella che mi ordinano sempre i medici tibetani quando ho troppi collassi. Niente computer e stare a letto. Non sostenuta dai cuscini per leggere. Proprio sdraiata, in modo da dare al cuore il maggior riposo possibile. Ho tolto gli ormeggi e sono piombata nel sonno. Come un gatto malato. Ho dormicchiato tutto il giorno e tutta la notte. Con 27 gradi in casa avevo la pelle diaccia ed ho dovuto tirare fuori le coperte perché avevo troppo freddo. Stamattina sto già meglio, ma farò la stessa cosa anche oggi (giusto qualche salto su fb per vedere se c’è un messaggio importante da un’amica). 
In questo modo il corpo si riprende perché il cuore ricomincia a lavorare come si deve. Con il cuore che ricomincia a funzionare, la mente diventa limpida e serena. 
Le crisi, fisiche o mentali che siano, hanno due aspetti se li sai cercare: uno devastante, altrimenti non sarebbero crisi ed uno meraviglioso.

Perché sono delle grandi opportunità per guardasi dentro e chiarire le cose. Chiarirle davvero.

Nessun commento:

Posta un commento