venerdì 12 giugno 2015

Il Gobbo

Premessa: quando raccontavo queste storie a Dario, lui rimaneva sempre sconvolto. Non capiva, lui milanese, come fosse possibile che negli anni sessanta potesse esistere a quindici minuti dal centro di Verona una tale miseria. Eppure sono storie vere. Le storie della mia infanzia. Nel 1968 papà curò i suoi ultimi casi di pellagra... 
So che vi ho promesso degli articoli di economia, ma in questi giorni sto lavorando parecchio, vi chiedo di portare un poca di pazienza, per scrivere di inflazione, banche etc. devo essere meno stanca. 
Intanto, per tenervi compagnia, vi posto questa storia, che sonnecchia nel mio computer da un paio d'anni. 


Lo chiamavano il gobbo, non ho mai saputo il suo nome. Anche lui quando parlava di se stesso, e lo faceva in terza persona, diceva: povero gobbo maledetto della lanterna magica di Parigi. 
Era piccolo storto e maligno. La gente ne aveva paura. 
Parlava male di tutti, sapeva tutto di tutti, dicevano che scriveva lettere anonime, però se in qualche casa c’erano problemi veri, correva a dirlo al parroco o al dottore perché dessero una mano a chi non sapeva neanche chiedere. 
Viveva in una bicocca lontana chilometri dal paese. Ci si arrivava dai boschi perché non c'era strada, solo un sentierino. D’inverno, quando nevicava, se voleva venire in paese, doveva spalare la neve con il badile per aprirsi la strada.
Erano boschi bellissimi, quelli intorno a casa sua, dove cresceva ogni ben di dio. Ed il gobbo, che conosceva quei boschi come le sue tasche, sapeva dove trovare tartufi, ovoli, porcini, marroni e asparagi selvatici.
Cacciava anche di frodo nelle riserve di un nostro lontano parente, che tanto non veniva mai. Faceva si e no una battuta di caccia con gli amici una volta l’anno e invece il gobbo doveva mangiare tutti i giorni.
Le cose che trovava le vendeva. Il papà era il suo miglior cliente, anche perché era un buon uomo. Comperava ovoli, asparagi e tartufi fino a far venire la nausea a tutta la famiglia e poi, quando mamma cominciava a guardarlo storto, li comperava di nascosto e li regalava ai parenti. 
- Ma come faccio, poveretto, a dirgli di no? 
E mamma sospirava e taceva. Anche se spesso faceva fatica a far quadrare i conti di casa. 
Sapeva, papà, che il gobbo aveva certe vecchie siringhe, che teneva in una scatoletta di ferro. Con la sua scatoletta girava per le famiglie che avevano malati bisognosi di iniezioni così guadagnava qualcosa. 
La zona in cui abitavamo era una condotta spersa nel nulla, povera, senza strade asfaltate, con gente che abitava in contrade lontane chilometri dalla strada sterrata più vicina. E anche se papà era giovane, non riusciva ad arrivare dappertutto. 
Così un giorno il gobbo era andato da papà. Dottore, se mi insegna come si fa a fare bene io imparo. 
L’unica cosa che aveva bisogno di imparare, di fatto, era a sterilizzare le siringhe, perché anche per fare un’endovenosa aveva la mano leggera e prendeva la vena la primo colpo. Lo faceva già, come mestiere, da sempre, ma gli era simpatico quel dottorino così serio, che voleva bene alla gente. Per quello si degnò di imparare a bollire i suoi arnesi. E dopo di allora, lo fece sempre, di sterilizzarli, per rispetto al dottore.
Non si sa come, ma aveva una moglie. Una donnetta che aveva sempre freddo, piena di vestiti e di scialli anche d’estate. Era una vita grama, la loro, ma non sapevano che ne potesse esistere di diversa. Andavano avanti così, giorno dopo giorno, bestemmiando il cielo, il gobbo era un gran bestemmiatore, e stentando sulla terra. Era la loro vita.
Poi una notte suonarono a casa nostra, ci furono parole concitate sull’uscio. Papà si vesti di corsa prese la topolino e passò a prendere il Mario, l’uomo che lo aiutava in queste occasioni.
Arrivarono sul monte, la neve era alta. Tirarono fuori la lanterna ed il badile e cominciarono a farsi strada nel bosco. Uno faceva luce e l’altro spalava, a turno. Quando arrivarono alla casa erano fradici di sudore nonostante il gelo della notte invernale e stanchi morti. Bussarono alla porta. Si accese una lanterna, la moglie del gobbo venne ad aprire.
Lui era lì, sul letto sfatto. Morto da tre giorni. 
Perché mi hai fatto chiamare solo adesso? Dottore ho aspettato che passasse qualcuno, la neve è alta. E se non passava nessuno?
Alzò le spalle. C’è freddo, non sarebbe successo niente. 
Un uomo della contrada più in la era passato la mattina, ma prima di chiamare il dottore, tanto non c’era urgenza per vedere un morto, aveva fatto tutte le sue commissioni e poi si era fermato a dormire da dei parenti. Nella notte si era ricordato del morto, si era spaventato, ed era corso a svegliare il dottore, così, come un matto.
Mario stava in piedi vicino alla porta, non diceva niente. 
I due uomini uscirono insieme nella notte. Non aveva senso restare lì, in quella casa fredda, sporca, piena di morte e di pazzia. Ripresero la strada in silenzio. Almeno non dovevano più spalare la neve. Che gente dottore, sono come bestie. 
Ma papà pensava, è il mondo che è una bestia, che li fa vivere come animali e li fa morire da disperati.

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