sabato 2 maggio 2015

Requiem Aeternam (Una Storia dei Tempi della Guerra)

Quando la Wermacht decise di insediare un comando nella valle, scelse come sede la casa della mia famiglia
che fu costretta a condividerla con il comando tedesco. 
Quando glielo dissero, che i tedeschi stavano per requisire la casa, la bisnonna commentò, per fortuna che Piero non c’è più perché non avrebbe sopportato questi demoni in casa. Non disse altro.
Quando fu il momento, spiegò a mia mamma come si sarebbe dovuta comportare durante l’occupazione della casa, non devi parlargli, non devi sorridergli, ai tedeschi. Uccidono gli ebrei che sono il popolo di Gesù. Sono l’Anticristo.
Non si interessava di politica, la bisnonna Emma, ma su certe cose si era fatta delle idee personali e molto precise, pur vivendo in una situazione di quasi ritiro da sempre.
Lei, la bisnonna, risolse il problema di averli in casa decidendo di non ammetterne l’esistenza: semplicemente non li vedeva.
Dal giorno in cui i tedeschi si insediarono, nonna e nipotina si barricarono in camera. Uscivano nelle fresche albe estive o nelle gelide mattine invernali, con la strada resa sdrucciolevole da uno spesso strato di ghiaccio, per andare a messa prima, alle 5. Rientravano silenziose dalla portina e scivolavano veloci in cucina, dove la bisnonna, corroborata da una gran tazza di caffè, sovrintendeva come al solito alla preparazione del cibo. 
Era, il caffè, un gran lusso in tempo di guerra. Se ancora ce n’era in casa lo si doveva alla lungimiranza del bisnonno, che aspettandosi tempi duri, nel ‘40 si era procurato sacchi e sacchi di caffè crudo per la sua Emma. Aveva fatto venire un signore per insegnarle a tostarlo per bene sul focolare, con una palla di metallo con dei manici lunghissimi. Poteva cadere il mondo, ma la sua Emma avrebbe avuto il caffè. In effetti, bastò fino alla fine della guerra.
Finite le incombenze in cucina, nonna e nipote, si ritiravano in camera. I pasti venivano loro serviti su di un vassoio.
Passavano il tempo leggendo, ricamando, chiacchierando. Mamma studiava anche, per dare gli esami da privatista, quando e se sarebbe mai finita la guerra. La bisnonna poi, sapeva molte storie e raccontava bene. Nella stagione calda aprivano la finestra per far entrare il profumo del gelsomino e dell’erba Luigia, in inverno sedevano vicino alla stufa di maiolica che emanava un piacevole tepore. La legna, che veniva dai boschi di famiglia, non mancava mai.
Poco prima dell’imbrunire la nonna prendeva il suo libro di preghiere e scendevano. Spesso da uno dei salotti si affacciava il comandante tedesco, che per qualche inspiegabile motivo sembrava attratto dall’anziana signora e dalla nipotina selvatica e le salutava cortesemente. Buona sera grande signora, buona sera piccola signora, diceva in un italiano fortemente accentato.
La bisnonna si irrigidiva e senza mostrare di aver sentito si dirigeva con mamma all’uscita. Alla porta di casa c’era Bepo, il vecchio famiglio, che le aspettava con il Lupo a guinzaglio.
Era, il Lupo, un cagnaccio grande e grigio, che aveva sempre difeso con onore la casa dai malintenzionati, assieme alla doppietta di Bepo. Ma adesso la doppietta era scomparsa e il Lupo doveva stare chiuso perché, chi lo sa, magari i tedeschi avrebbero anche potuto ammazzarlo.
La bisnonna lo accarezzava e lo liberava.
Quindi lei mamma e il Lupo attraversavano il cortile senza guardarsi intorno, quel cortile che era sempre stato un via vai di operai delle cantine e che ora era pieno di uomini in uniforme straniera. Non giravano la testa verso le scuderie, dove i cavalli del nonno avevano lasciato il posto alle camionette dei tedeschi. Lo sguardo fisso in avanti, pretendendo di essere sole, si affrettavano verso i broli. L’anziana nonna alta, magra, vestita di nero da quando era iniziata la guerra, con lo strangolino di velluto fermato da un cameo antico al collo, la ragazzina introversa con la frangetta ed il grande cane grigio. Nessuno le disturbava. Nessuno rivolgeva loro la parola.
Uscivano dal cancello dei broli come tre fantasmi silenziosi.
Arrivavano in fondo al terzo brolo, dove il muro di pietre si fondeva col muro del cimitero. Lì non c’era nessuno, erano tranquille. Allora la nonna apriva il libro di preghiere e insieme, lei e mamma, iniziavano a recitare il requiem per i morti, camminando su e giù lungo i filari di viti. Seguite passo passo dal Lupo.
Finite le preghiere per i morti sostavano un momento, pensando a quelli che avevano amato e che non c’erano più. Pensando alla vita come era stata. A come era diventata. 
A tutti quelli che per la follia della guerra stavano soffrendo.
Poi la bisnonna sospirava, chiudeva il libretto delle preghiere e diceva, su Franca, torniamo a casa...


I broli erano dei campi cintati da mura. Il primo brolo ospitava il giardino e, sul fondo, l’orto e il pollaio, che era interamente coperto da un’antica rosa banksia lutea. Nel secondo brolo c’erano la porcilaia e il frutteto. Il terzo brolo era a vigneto e confinava, sul fondo, con il cimitero del paese.

4 commenti:

  1. Era da troppo che non ti seguivo Niki ed avevo dimenticato quanto fosse piacevole farlo..hai la capacità di rendere interessante tutto quello di cui scrivi..se questa arte che hai ti da piacere come tu lo rendi a chi ti legge, hai veramente un dono prezioso...

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    1. @ Antonella Gamberucci... non sono più abituata a tutti questi complimenti! Mi fai arrossire. Grazie... e si, mi piace scrivere. MI fa sentire meglio.

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    2. E a noi piace tanto leggerti.Sai farci entrare nella storia che racconti e si vorrebbe non finisse mai

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  2. @ Claudia.va, cercherò di pubblicarne altre :-)

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