lunedì 25 maggio 2015

Per Metterci una Pietra Sopra

Quando si ha una mente con una forte componente visiva come la mia, non è facile liberarsi di certe immagini. Ti perseguitano nei momenti più impensati. Ho scoperto però che un modo per guarire, o almeno attutire, i ricordi terribili, è raccontarli per iscritto. Renderli definitivi su di una pagina, inchiodarli lì. Ordinarli nella scrittura per metterci, come diceva Calvino, una pietra sopra.

La sveglia suonava nella stanza buia e fredda. L’alba era ancora lontana. Mi alzavo immediatamente, per non correre il rischio di riaddormentarmi e mi precipitavo, intontita, in cucina, passando per il lungo corridoio gelido.
Mentre camminavo, cercando di infilarmi l’accappatoio, mi ripetevo, adesso entro in cucina, lavo le mani e metto sul fuoco due pentolini a bollire: uno con l’acqua, l’altro col brodo. Poi vado sul balcone, raccolgo la menta, la lavo e la trito. Faccio cuocere il riso basmati con un pizzico di sale, all’indiana. Lo metto nel contenitore termico. Chiudo il tappo. Cuocio due cucchiai di petto di tacchino con salvia e rosmarino tritati. Plain. Li metto subito sul riso perché non si asciughino troppo e chiudo. Taglio la mela cotta e la metto nel contenitore.
Preparo i thermos. Li riempio uno di tisana di menta uno di brodo.
Preparo la bottiglietta di succo di mirtillo.
Medicine tibetane.
Metto in borsa il cambio della biancheria e del pigiama per Dario.
Vado in bagno.
Mi vesto. 
Controllo di aver messo tutto nella borsa. Dario oggi voleva il tacchino, domani ricordarsi che vuole il pesce. Segnarlo.
Metto un rotolo di carta igienica in borsa per quando piango tornando a casa.
Mi infilo il cappotto.
Scendo le scale. 
Mi metto le scarpe.
Ricordarsi l’ombrello, potrebbe piovere.
Ricordarsi le chiavi.
Apro la porta, esco, la chiudo, apro il cancello, esco, lo chiudo.
Vado in stazione, faccio il biglietto, lo convalido, prendo il treno, scendo a Gallarate.
Raggiungo l’ospedale.
Dò subito a Dario la tisana. Preparo la medicina da dargli lontana dagli antibiotici...
Mentre ricapitolavo tutto, ero arrivata in cucina, ero riuscita ad infilarmi l’accappatoio e cominciavo a mettermi in azione.
La stanchezza era oramai insopportabile. Il dolore anche. Il rischio di cominciare a commettere errori altissimo. Il rischio di piangere davanti a lui pure.
Dario aveva avuto un’emorragia e non potevo portarlo a casa. Però avevo avuto il permesso di fargli continuare la dieta tibetana anche in ospedale, visti i risultati che dava. Per lui, povero caro, che oramai mangiava pochissimo, era un sollievo avere il cibo da casa.
Così io dovevo, pur stando in ospedale 12 ore, riuscire a fare tutto.
Senza commettere errori, che per Dario sarebbero stati pesantissimi.
Mi ripetevo continuamente le cose che dovevo fare. Me le dicevo ancora e ancora. Ossessivamente. 
In casa, per strada, in treno, uscendo dall’ospedale... ripassavo incessantemente l’elenco... Per ricordarle e non far mancare nulla a Dario. Per mantenere il controllo. Per non farmi prendere dalla disperazione. Per costringermi ad andare avanti.
La sera mi alzavo dalla sedia dell’ospedale, baciavo Dario con un sorriso, mi infilavo il cappotto e, per non pensare che lo lasciavo lì da solo, ricominciavo la litania mentale.
Adesso esco, vado al supermercato, entro, compero il pesce per domani, pago, esco dal supermercato, cammino fino in stazione, convalido il biglietto, salgo al binario, prendo il treno, scendo, arrivo a casa. Apro il cancello. Apro il portoncino.
Metto giù l’ombrello e le scarpe, infilo le ciabatte, salgo in cucina, mi lavo le mani.... e così via, in un continuo, ossessivo, precisissimo elenco di azioni. Più riuscivo a puntualizzarle fin nei dettagli e meglio era. Peggio di un’iniziazione tantrica. Nella mente le immagini delle cose da fare fluivano incessantemente, come un rosario di gesti necessari, importanti, vitali, da ripercorrere ancora e ancora nei minimi particolari per non dimenticare nulla, per non commettere errori.
Fino al momento in cui crollavo nel letto gelido e desolatamente vuoto, affondando in un sonno senza sogni più simile ad un collasso che ad un riposo.

Il mattino dopo, la sveglia suonava nella stanza buia e fredda. L’alba era ancora lontana. Mi alzavo immediatamente, per non correre il rischio di riaddormentarmi e mi precipitavo, intontita, in cucina, passando per il lungo corridoio gelido.
Mentre camminavo, cercando di infilarmi l’accappatoio, mi ripetevo, adesso entro in cucina, mi lavo le mani e metto sul fuoco due pentolini a bollire...

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