martedì 26 maggio 2015

Lo zio Pin

Un'altra storia dal mio passato. Remoto. Per sorridere.

Da giovane era stato amico di Marinetti e di D’Annunzio. Gabriele, mi raccontava, quando andavo a trovarlo al Vittoriale sparava tre colpi a salve col cannone. E rideva pensandoci.
Era piccolo di statura, magro, sempre con una sigaretta in mano che agitava spargendo cenere come se fosse una benedizione. 
Veniva a trovarci spesso. Senza avvertire, anche perché, allora, noi non avevamo il telefono ed avvisarci che arrivava avrebbe richiesto una procedura complessa: avrebbe dovuto chiamare la Speranza (la padrona della merceria) e dire che il giorno tale alla tal ora voleva venirci a trovare, aspettare che la Speranza trovasse qualcuno da mandare a casa nostra per dare il messaggio alla Giovanna. La Giovanna lo avrebbe detto a mia mamma che poi sarebbe dovuta andare dalla Speranza a telefonare il si o il no.
Troppo complicato per lo zio Pin. Preferiva venire alla cieca ed eventualmente farsi venire una crisi di rabbia se non ci trovava.
Sei matto Giaio, diceva a papà, non si può vivere senza telefono. Fattelo mettere no? Che così chiamo. Ma papà, che usava quel sistema per difendersi dalle infinite chiamate urgenti notturne, perché col sistema della Speranza chiamavano solo i malati veramente gravi, non se ne dava per inteso.
Quando arrivava d’estate, lo zio Pin sedeva al tavolo di marmo nel cortile delle ortensie e chiedeva alla Giovanna di portargli un bicchiere di Custoza della vedova del generale. D’inverno sceglieva la poltrona davanti al caminetto.
Sigaretta in mano, rilassato, rideva e chiacchierava animatamente con i miei, passando volubile da un argomento all’altro: politica, arte, medicina. Perché, anche se poi aveva deciso di fare il dentista, era rimasto un medico dentro e gli piaceva questo nipote acquisito così serio e colto.
L’ho sempre detto che hai preso da noi Franca. Diceva alla mamma. Non sei noiosa, non fai le solite cose. Quegli altri sono tutti noiosi. Guarda, ti posso fare la previsione della vita della Pierina da qua a cento anni. Vuoi che provo? E rideva. Una risata un po’secca per le troppe sigarette.
La Giovanna ne aveva un sacro timore. Non sapeva come prenderlo.
Correva incontro alla mamma che rientrava con me da una passeggiata, sussurrando concitata, la fronte imperlata di sudore, signora è arrivato il dottor Pin, quando ha saputo che lei era fuori si è messo a urlare.
E adesso? Chiedeva la mamma senza scomporsi. Adesso è di là che beve un bicchiere di Custoza e fuma. 
Invece io lo adoravo. Era divertente. Mi trattava da adulta, come la bisnonna Emma e poi non sapevi mai cosa stava per fare. Le sue storie, anche se non era bravissimo a raccontarle, era eccessivamente scarno coi particolari, erano troppo fuori dalle righe per non appassionare una bambina.
La storia di quella volta che con D’Annunzio aveva volato su di un aereo “di carta” mi piaceva tantissimo. Mi immaginavo un aereo fatto come quelli che lanciavo io dalla finestra della mia camera, fatti con le pagine dei quaderni a quadretti e sognavo di volare anch’io un giorno. Ma mi piacevano anche i racconti di quando gli prendevano i cinque minuti e buttava fuori dallo studio la contessa tale o la marchesa tal’altra perché era troppo stupida. E glielo diceva anche. Potevo quasi vederlo, lui piccolo, furente, in camice bianco e la contessa matronale ed ingioiellata che aveva detto una scemenza di troppo e veniva scortata all’uscita dalla segretaria impassibile. Eppure aveva sempre un sacco di pazienti.
I iè semi, sono stupidi, diceva passando, volubile anche nella lingua, al dialetto, e io li tratto come si meritano. Ho ragione o no? Mi chiedeva prendendomi in braccio. Per me aveva sempre ragione.
Era il figlio nato dal tragico amore tra la sorella della nonna Emma e il bisnonno Piero, quello di origine toscana. L’albero genealogico di una parte della mia famiglia è pieno di intrichi di questo genere, per cui ti ritrovavi che eri insieme nipote, cugina e non so cosa di non so che grado, con tutta una serie di persone. Alcune delle quali parecchio stravaganti, cosa che rendeva le riunioni di famiglia allargate, quelle del giorno dei morti, divertentissime.
Fin da ragazzo gli era stato dato libero accesso all’ingente patrimonio che era stato della madre. Era un’eccentrico della più bell’acqua, perfino per gli standard della nostra famiglia e tutti quei soldi non lo avevano certo reso più morigerato.
Studiava medicina a Bologna, faceva la bella vita, indossava solo vestiti che gli cuciva il suo sarto a Londra, abitudine che conservò sempre, salvo durante la parentesi della seconda guerra mondiale. Andava a Parigi, a Vienna, giocava al casinò di Venezia, correva con le macchine. 
Seduta sulle sue ginocchia ascoltavo rapita le descrizioni degli spettacoli osè parigini, dei cavalli che aveva montato nei concorsi, delle donne e degli amici che aveva conosciuto. 
Era tutto estremamente interessante.
Piccolo di statura, per niente bello, faceva impazzire le donne, che lui prendeva e lasciava nella più totale leggerezza. Senza legarsi mai a nessuna.
Sposò una donna scialba, nessuno in famiglia capì mai perché l’avesse fatto, di cui si stancò in meno di un anno. Non essendoci allora il divorzio, si limitò a comperare due appartamenti adiacenti in un palazzo in città per avere vicina la figlia che adorava, ma mantenere la sua indipendenza.
Spesso viaggiava. Era stato in vacanza in Egitto quando per la gente normale la vacanza voleva dire andare nella casa di campagna a 30 chilometri da casa. Era sempre in movimento, sempre inquieto.
Rimasto vedovo, si sposò con un’altra donna scialba, della quale puntualmente si stufò dopo un anno.
Morì di infarto, sulla soglia di casa, mentre, valigia in mano, si apprestava, a quasi novant’anni, a scappare con l’ultima amante per andare a vivere con lei a Londra.

Una fine esemplare.

2 commenti:

  1. Un tuffo in quella vita che ti da un senso di sicurezza

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    1. @ Anonimo (Ade?)... si, calore, sicurezza, allegria...colore...il presente, stranamente, è grigio, il passato a colori. Che strano mondo!

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