venerdì 1 maggio 2015

I Due Aspetti della Mente, Dario, il Dharma e la Vita in Nepal

Mia madre ha sempre avuto paura, per me, di un'aspetto della mia mente, fin da quando ero una bambina piccolissima.
Era il lato fortemente ascetico della mia personalità. Il lato che mi faceva fare domande serie ed imbarazzanti agli adulti. Che mi faceva essere onesta in maniera assurda a tutti i costi. Che terrorizzava il nonno Giovanni e molti amici dei miei. Il lato che mi spingeva spesso a scelte estreme. Che mi faceva regalare agli altri bambini (andavo a scuola in un paesino poverissimo) le cose che amavo di più "tanto io ne potevo fare a meno" insistevo, con un sorriso, a detta di mamma, irresistibile (pure o scarrafone è bello a mamma sua). Che mi fece buttare fuori dalla classe di catechismo in seconda elementare, io, che ero la scolara più educata e rispettosa, per le domande a cui il prete non sapeva rispondere.
Pensava, probabilmente a ragione, che in una società come la nostra sarei stata una mina vagante la cui esplosione poteva ferire una sola persona: me.
Per contro, ero una bambina solare, la bambina più facile che ho mai conosciuto, diceva mamma, che faceva la maestra elementare da tanti anni. Non facevi mai capricci, sorridevi spesso, eri sempre gentile con tutti.
Solare ma ascetica. Sempre accomodante e sorridente, ma inflessibile sui principi che ritenevo fondamentali. Mamma si preoccupava.
Così si mise a lavorare duro per "uniformarmi" almeno un poco. Lei era stata una "strana" e sapeva che prezzo si paga, in una città di provincia, ad essere così fuori dagli schemi.
Ci riuscì a metà. E riuscire a metà, a volte, è peggio che non riuscire del tutto.
Continuavo ad essere strana in più mi ero anche confusa.
Mi vestivo elegante, andavo a cene e party della buona società veneta e poi passavo le nottate con i più scarruffati del mondo. Occhieggiavo la politica (ero adolescente nei secondi anni '70) e mi chiedevo come potessero i miei amici credere a certe scemenze, a slogan privi di significato smentiti in primo luogo dai comportamenti dei loro capi, e non solo da quello. Studiavo arte e mi chiedevo se la bellezza poteva davvero salvare il mondo. O se poteva anche solo esistere, in un mondo nel quale la figura del critico, oramai, aveva più importanza dell'artista.
Mi facevo tante domande. E non trovavo risposte.
Ricordavo vagamente la piacevole luminosità della mia mente infantile, ma non speravo di poterla ritrovare mai più.
La disperazione saliva, saliva. La confusione anche. Finché, un giorno, durante una vacanza natalizia, nella quale ero rimasta sola ad Urbino, con pochi soldi e molta tristezza, decisi di farla finita. Non vedevo una via di uscita, non vedevo una strada che avrei voluto seguire. Non sapevo cosa fare di me stessa. I miei genitori si erano separati di nuovo e, al solito, papà non mi mandava più una lira. Ero malata. Ed ero persa nella mia mente.
Collezionavo sonniferi (che papà mi dava senza problemi, perché si fidava di me) da tempo. Mi feci coraggio ed uscii nelle strade gelide di Urbino. Acquistai una bottiglia di vino, perché l'alcol aumenta l'effetto dei sonniferi. Misi in ordine la casa.
Sapevo che nessuno sarebbe venuto a cercarmi per almeno una settimana. Avevo tutto il tempo che mi serviva per morire. Mi misi a letto, la stanza era fredda, non potevo più permettermi da tempo la spesa del riscaldamento, e mi coprii bene. Poi, metodicamente, cominciai a prendere i sonniferi con il vino. Tutti i sonniferi che avevo collezionato in mesi e mesi.
Non ricordo di essermi sdraiata. Probabilmente oramai ero intontita dai farmaci.
Mi svegliai due giorni dopo.
La casa era gelida ma dalla finestra entrava il sole. Ed io ero riposata e serena.
Mi misi a ridere.
Più tardi un amico che era rimasto in città per preparare la tesi in solitudine, venne a cercarmi. Si era immalinconito e cercava sollievo. Iniziammo una tumultuosa storia quella sera stessa.
La crisi, oramai, era superata. Ma avevo capito che dovevo cercare qualche cosa che desse un senso alla mia vita. Che non potevo accontentarmi, che fermarmi a quello che era "la norma", per me, voleva dire morire dentro. Ed anche fuori, se è per quello!
Passavano gli anni e dieci di loro li dedicai a curare i miei genitori malati. Sempre cercando una risposta che mi pacificasse, che mi desse quella chiarezza della mente che desideravo ardentemente.
Finché un giorno andai a Milano ed incontrai... la medicina tibetana, il Dharma e... Dario.
Fu la svolta della mia vita.
Il Dharma mi dava le risposte, i miei maestri indicavano la via e Dario, che aveva la preparazione e le conoscenze di Dharma di un ghesce, era diventato una specie di "tutore" personale. Inflessibile, duro, spesso sarcastico. Ma, a volte, inaspettatamente gentile. Era una scuola severa, ma io imparavo, cambiavo, crescevo.
... e poi andammo a vivere in India... e quindi in Nepal.
Lo shock della mia vita. Perché mi sono immersa nella vita asiatica senza barriere. Nel mio solito modo, senza creare scuse o protezioni. Senza preconcetti. O, se li avevo, disposta a lasciarmeli alle spalle.
Ed una immersione totale, senza la sicurezza di appartenere ad un gruppo, di lavorare per una NGO. Se sei legato ad una NGO le cose, ve l'ho raccontato molte volte in Pasta e Nepal, sono molto, molto più facili...
La vita è nuda in India e Nepal. La vedi in tutta la sua brutalità.
Lo sfarzo della ricchezza dei tycoon locali o dei funzionari UNICEF, ONU e compagnia cantante da un lato e, dall'altro, la miseria più nera, senza riscatto, di chi è nato povero e della casta sbagliata. Perché la casta è la condanna ultima, irredimibile. Che si tramanda come una maledizione di generazione in generazione, in una catena che blocca gli individui, ma anche la società.
Non sfuggi mai alla spietatezza della vita in quei paesi. Non come qui, dove tutto è edulcorato.
Cammini per strada, in quelle folle brulicanti e colorate, tra gli odori forti e spesso sgradevoli e ti capita di incontrare un funerale: quattro omini scalzi che portano, su di una barella di bambù, il cadavere, a mala pena coperto da un telo, i piedi gialli che spuntano fuori. Un altro omino li precede reggendo un incenso e vanno veloci, tra la gente che nemmeno si scansa, verso le piattaforme dei roghi di Pashupatinath.
Alle cinque del mattino ti succede di saltare sul letto per i suoni stridenti ed inconcludenti della "musica" di qualche matrimonio indù che viene celebrato nei dintorni. Con la pompa un po' stracciona e abborracciata tipica del luogo. Sai che la sposa non conosce lo sposo e che in quella cerimonia scopriranno con chi la loro famiglia ha deciso che dovranno condividere l'esistenza. Forse con qualcuno che detesteranno. Forse con qualcuno che potranno imparare ad amare.
Parli con una tua amica e lei ti racconta delle torture subite in famiglia, con il misto disperato di rassegnazione e rabbia, di chi sa di essere intrappolato da abitudini millenarie senza via di scampo. Rivedi un vecchio amico e quello sta per abbandonare tutto, ricchezze, famiglia, prestigio... per scegliere la libertà stupenda della via del sannyasi, come in un racconto di Kipling.
C'è chi pasteggia a whisky black label e indossa solo scarpe di pelle di vacca (entrambe le cose vanno contro la tradizione indù) per mostrare la sua superiorità e chi nascerà, vivrà e morirà per strada, senza nemmeno un tetto di lamiera sulla testa...
I giorni passano e tu devi reggere. Vivere. Lavorare. Confrontarti con il paese e la sua gente. Che è diventata la tua gente.
La mia gente. Il mio Nepal.
Ogni giorno era una fatica. Ma ogni giorno era una scoperta. Bella, brutta... poco importa. Andavo sempre più in profondità. Una caduta libera terrorizzante. Così spaventosa che solo adesso, dopo tanto tempo, capisco fino a che punto io debba riconoscenza al Nepal, che mi ha mostrato la vita, ed al Dharma, che mi ha aiutata ad accettarla ed a trasformarla nel sentiero,
E quanta riconoscenza io debba ai miei maestri, per la loro saggezza ed a Dario per il suo amore e i suoi costanti insegnamenti.
La Niki che sono oggi sta riavvicinandosi alla Nicola che ero da bambina. Con maggiore saggezza, consapevolezza, conoscenza, ma la mente limpida di allora comincia a riaffiorare.
Lo devo a loro. A Dario, al Nepal, al Dharma...
Anche se sono rimasta sola, sola davvero non lo sarò mai. Perché la solitudine più orribile che ho conosciuto è stata quella della mente confusa e infelice. Oggi posso sperimentare dolore, ma non "quel" dolore, che mi aveva portata al suicidio. E l'apparente dicotomia tra il mondo samsarico e l'ascesi sta trovando una sua logica, una sua spiegazione, un suo ruolo nella mia vita.
L'ho raggiunto a caro prezzo questo inizio di sentiero. Ma, dovessi campare mille anni, dirò sempre che ne è valsa la pena.


2 commenti:

  1. Cara amica stai diventando sempre più forte e libera. Come mi piace leggere ciò che scrivi, con grazia e profondità rare, e sempre con un umorismo di fondo. Hai davvero una dote particolare, incanti coi tuoi racconti.

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    1. @ shatten... non lo so. Mi piacerebbe.

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