domenica 31 maggio 2015

Un'Ora di Pace Perfetta

Un'ora di pace perfetta è un'esperienza che auguro a tutti.

In questa casa, la mia stanza di meditazione è la camera da letto. E' una stanza tranquilla dai colori pastello. Ci sono tutte le cose che mi servono per meditare.
Mi sistemo sul letto, con cuscini che mi fanno mantenere la posizione corretta, una coperta che avvolge le gambe, un'altra che sorregge, per rispetto, le sadhane (testi). Prima ho acceso l'offerta di luce, fatto le offerte d'acqua e di incenso.
Ed inizio a meditare.
La mente si calma, il corpo si rilassa e la pratica fluisce come acqua, naturalmente, infondendo gioia in ogni particella di quella che, normalmente, è Niki, ma che oggi è scomparsa in un'onda di serenità.
Mantra succedono a mantra, visualizzazioni a visualizzazioni.

... la meditazione termina. Rimetto le sadhane nella loro custodia insieme alla mala (rosario). Chiudo la custodia con gesti calmi e precisi, stringendo il laccio che le fa da chiusura.
Alzo gli occhi, restia ad abbandonare la mia serenità e, fuori dalla finestra, vedo due merli e una cincia  staccare felici le ciliegie dall'albero di fronte e volare via col loro rosso bottino.
Mi giro, poso la custodia delle sadhane sul comodino e mi alzo. Piego le coperte, sistemo i cuscini. La mente sempre pervasa da un benessere così leggero, da una pace così luminosa, da rendere inutile il concetto di chi sono.

Un'ora di pace perfetta. Ho voluto condividerla con voi. Buona serata.

sabato 30 maggio 2015

Gioia e Vita

La vita è così breve che rendere ogni suo attimo significativo dovrebbe essere una priorità.
In questi giorni, tra una mala di mantra e l'altra,  sto pensando molto alla mia vita, sto facendo bilanci, sto cercando di guardare oltre l'apparenza. Serenamente. Quasi con gioia.
Cosa ho fatto in questi 55 anni di vita? Cosa posso fare in futuro? Cosa può rendere la mia vita più ricca, più luminosa, più vera?
Le risposte che trovo sono molte e non tutte scontate. Anzi, alcune mi sorprendono e, forse, farebbero alzare le sopracciglia e più di una persona.
E' come se questo mio accompagnare persone amate fino alla soglia, mi avesse resa più... non so come dire, più consapevole. Si, più consapevole e più libera.
Permettermi di guardare oltre la vita è stato un regalo. L'ultimo regalo.
Adesso sta a me usarlo bene. Mantenerlo vivo. Pretendere da me stessa il massimo... che non è solo impegnarmi fino allo spasimo, cosa che ho sempre fatto. E' anche essere felice, sorridere alla mia vita ed alla mia pratica. Imparare a dosare le mie forze. Essere gentile anche con me, non solo con gli altri.
I Maestri dicono che c'è un modo infallibile per capire se pratichiamo correttamente: guardare la nostra gioia. Se aumenta stiamo praticando correttamente, se diminuisce... c'è qualche cosa di terribilmente sbagliato nella nostra pratica.
Non avevo mai capito quanto importante fosse questo insegnamento fino ad ora. Perché ero intrisa di quel malaugurato senso di colpa, di inadeguatezza, che affligge molti di noi occidentali. Quel peccato originale che marchia il nostro inconscio. Beh, in questi giorni, almeno un poco, me ne sono liberata. Non ho dubbi che tornerà a fare capolino nella mia stupida mente, ma, almeno per ora, è domato. E, cosa più importante ancora, ho imparato a riconoscerlo.

Nel buio della notte del dolore, se si sa cercare bene, si può trovare la luce della gioia.

venerdì 29 maggio 2015

A Volte la Realtà è Bella

Succede che tu incontri un vecchio amico di Dario e che quello ti eviti senza apparente motivo. 
Succede che vivendo in una piccola comunità, per quanto tu ti mantenga isolata, ti arrivino voci che ti addolorano.
Succede che tu quasi ci creda, ma superficialmente. Non proprio per davvero. 
Ed infine succede che, in un giorno speciale, tu abbia la prova che erano, appunto, solo voci. Grida di gazze tra i rami della vita.
E' bello quando le nubi si schiariscono e tu ti senti più umile e, di colpo, capisci che la compassione e l'amore sono davvero le uniche risposte che non sono mai sbagliate.

L'Ultimo Regalo

Ieri mattina mi sono alzata con l'urgenza, apparentemente immotivata, di andare all'Istituto. Così mi sono infilata i jeans e, mala in mano, mi sono avviata.
Per strada ho incontrato un'amica, vai all'Istituto? Hanno appena portato M. E' in coma. E' nelle casette di legno in fondo.
Mentre mi dirigevo verso la casetta, sotto un sole stupendo, con intorno il profumo dell'erba che uno dei giardinieri stava tagliando, pensavo a lei, che è stata per Dario una sorellina.
Quando lui era un giovane monaco, e Geshe Champa Ghiatzo un giovane geshe, con ancora problemi per il rinnovo del permesso di soggiorno, M. era arrivata all'Istituto. Allora era tutto molto informale. Non c'erano grandi gerarchie, strutture rigide, compartimenti stagni. Erano molto più simili a una grande, scarruffata famiglia tendenzialmente hippy che non ad un "Istituto". Erano giovani, innamorati del Dharma ed, a volte, anche scriteriati e litigiosi. Ma col cuore grande.
M. era giovanissima e trottolina, con tutti quei capelli ricci e il musetto sorridente. Fiduciosa e allegra.
Geshe-la aveva il visto che scadeva e doveva tornare in India per sei mesi. Era preoccupato per lei, che aveva, se non sbaglio, solo 17 anni. Preoccupato di lasciarla senza una guida, un sostegno in mezzo a quella comunità vivace ma confusionaria.
Geshe -la si è sempre sentito, anche allora che era giovane, il papà di tutti. Ed era così preoccupato di lasciare M. senza la sua protezione! I ragazzi erano bravi, ma uno faceva una cosa, uno un'altra, era tutto molto slegato... e lei era così piccolina... andava seguita. Così Geshe-la prese Dario e gli disse: da oggi sei il fratello maggiore di M.. Devi prenderti la responsabilità di lei. Non lasciarla sola, non permettere che nessuno le faccia del male, aiutala, stalle vicino, va bene?
Dario, che non faceva MAI le cose a metà. da quel giorno, mi raccontava M. qualche mese fa, diventò il suo fratello maggiore. La portava al mare, la aiutava, la controllava, la consolava, le insegnava, la sgridava anche... se lei aveva bisogno lui c'era sempre. Ma proprio sempre. Perfino troppo! Mi diceva ridendo.
La mia Ricciolina, la chiamava e la chiamò così tutta la vita, anche quando lei, malata di cancro, ricciolina non lo era più, per via delle chemioterapie.

Ieri ho dedicato la giornata alla Ricciolina, che ci sta lasciando per il suo grande viaggio.
Ho pregato per lei, pensato a lei, l'ho ricordata con il cuore di Dario.
Con un bacio leggero le ho augurato ogni bene e me ne sono andata portando un po'di lei con me. Quel suo sorriso allegro, la sua tristezza, il suo coraggio, il suo amore per il Dharma che è stato il fulcro della sua vita.
Ieri sera, dopo una giornata di meditazione, mi sono accorta che la morte non mi spaventa più, né mi angoscia più. E' un passaggio, importantissimo, ma solo un passaggio. Non è la fine.
Prima o poi arriverà anche per me quel momento e so già che, se avrò vissuto nel Dharma in ogni mia giornata, lo affronterò serena, come chi, dopo tanto peregrinare, torna finalmente a casa.

p.s. Stamattina mi sento molto serena. E più consapevole della mia vita, più decisa a viverla pienamente. Perché il tempo stringe ed io voglio crescere e cambiare finché ne ho ancora la possibilità.

mercoledì 27 maggio 2015

Profumo di caffè

Spalanco le finestre e fuori c'è un tempo da lupi. Nuvoloni neri, vento freddo. In casa ci sono 19 gradi... è il 27 di maggio... sono un po'triste. Ho ancora i capelli unti di olio di sesamo da ieri... devo fare la doccia...
Concediamoci un colpo di vita!
... e mentre aspetto che la moka mi ammannisca il prezioso liquido profumato, il mio amato caffè, accendo il riscaldamento.
Dario non amava molto il caffè, aveva vissuto troppo in Asia, ma io vengo da una stirpe di maniache del caffè.
All'inizio della guerra il bisnonno Piero si era immediatamente attivato per comperare sacchi e sacchi di caffè per essere sicuro che la sua adorata Emma ne avesse a sufficienza per tutta la durata della guerra... bastò al pelo.
Mamma, quando si alzava, si preparava una moka da 6. E se la faceva fuori tutta. Per me il suo profumo, quando ci penso, è un misto di Vivara di Pucci e di aroma di caffè.
Così anch'io, ora che sono rimasta sola, mi rivolgo al caffè come ad un vecchio amico che, al mattino, mi abbraccia con suo profumo e mi conforta col suo delizioso sapore.

martedì 26 maggio 2015

Lo zio Pin

Un'altra storia dal mio passato. Remoto. Per sorridere.

Da giovane era stato amico di Marinetti e di D’Annunzio. Gabriele, mi raccontava, quando andavo a trovarlo al Vittoriale sparava tre colpi a salve col cannone. E rideva pensandoci.
Era piccolo di statura, magro, sempre con una sigaretta in mano che agitava spargendo cenere come se fosse una benedizione. 
Veniva a trovarci spesso. Senza avvertire, anche perché, allora, noi non avevamo il telefono ed avvisarci che arrivava avrebbe richiesto una procedura complessa: avrebbe dovuto chiamare la Speranza (la padrona della merceria) e dire che il giorno tale alla tal ora voleva venirci a trovare, aspettare che la Speranza trovasse qualcuno da mandare a casa nostra per dare il messaggio alla Giovanna. La Giovanna lo avrebbe detto a mia mamma che poi sarebbe dovuta andare dalla Speranza a telefonare il si o il no.
Troppo complicato per lo zio Pin. Preferiva venire alla cieca ed eventualmente farsi venire una crisi di rabbia se non ci trovava.
Sei matto Giaio, diceva a papà, non si può vivere senza telefono. Fattelo mettere no? Che così chiamo. Ma papà, che usava quel sistema per difendersi dalle infinite chiamate urgenti notturne, perché col sistema della Speranza chiamavano solo i malati veramente gravi, non se ne dava per inteso.
Quando arrivava d’estate, lo zio Pin sedeva al tavolo di marmo nel cortile delle ortensie e chiedeva alla Giovanna di portargli un bicchiere di Custoza della vedova del generale. D’inverno sceglieva la poltrona davanti al caminetto.
Sigaretta in mano, rilassato, rideva e chiacchierava animatamente con i miei, passando volubile da un argomento all’altro: politica, arte, medicina. Perché, anche se poi aveva deciso di fare il dentista, era rimasto un medico dentro e gli piaceva questo nipote acquisito così serio e colto.
L’ho sempre detto che hai preso da noi Franca. Diceva alla mamma. Non sei noiosa, non fai le solite cose. Quegli altri sono tutti noiosi. Guarda, ti posso fare la previsione della vita della Pierina da qua a cento anni. Vuoi che provo? E rideva. Una risata un po’secca per le troppe sigarette.
La Giovanna ne aveva un sacro timore. Non sapeva come prenderlo.
Correva incontro alla mamma che rientrava con me da una passeggiata, sussurrando concitata, la fronte imperlata di sudore, signora è arrivato il dottor Pin, quando ha saputo che lei era fuori si è messo a urlare.
E adesso? Chiedeva la mamma senza scomporsi. Adesso è di là che beve un bicchiere di Custoza e fuma. 
Invece io lo adoravo. Era divertente. Mi trattava da adulta, come la bisnonna Emma e poi non sapevi mai cosa stava per fare. Le sue storie, anche se non era bravissimo a raccontarle, era eccessivamente scarno coi particolari, erano troppo fuori dalle righe per non appassionare una bambina.
La storia di quella volta che con D’Annunzio aveva volato su di un aereo “di carta” mi piaceva tantissimo. Mi immaginavo un aereo fatto come quelli che lanciavo io dalla finestra della mia camera, fatti con le pagine dei quaderni a quadretti e sognavo di volare anch’io un giorno. Ma mi piacevano anche i racconti di quando gli prendevano i cinque minuti e buttava fuori dallo studio la contessa tale o la marchesa tal’altra perché era troppo stupida. E glielo diceva anche. Potevo quasi vederlo, lui piccolo, furente, in camice bianco e la contessa matronale ed ingioiellata che aveva detto una scemenza di troppo e veniva scortata all’uscita dalla segretaria impassibile. Eppure aveva sempre un sacco di pazienti.
I iè semi, sono stupidi, diceva passando, volubile anche nella lingua, al dialetto, e io li tratto come si meritano. Ho ragione o no? Mi chiedeva prendendomi in braccio. Per me aveva sempre ragione.
Era il figlio nato dal tragico amore tra la sorella della nonna Emma e il bisnonno Piero, quello di origine toscana. L’albero genealogico di una parte della mia famiglia è pieno di intrichi di questo genere, per cui ti ritrovavi che eri insieme nipote, cugina e non so cosa di non so che grado, con tutta una serie di persone. Alcune delle quali parecchio stravaganti, cosa che rendeva le riunioni di famiglia allargate, quelle del giorno dei morti, divertentissime.
Fin da ragazzo gli era stato dato libero accesso all’ingente patrimonio che era stato della madre. Era un’eccentrico della più bell’acqua, perfino per gli standard della nostra famiglia e tutti quei soldi non lo avevano certo reso più morigerato.
Studiava medicina a Bologna, faceva la bella vita, indossava solo vestiti che gli cuciva il suo sarto a Londra, abitudine che conservò sempre, salvo durante la parentesi della seconda guerra mondiale. Andava a Parigi, a Vienna, giocava al casinò di Venezia, correva con le macchine. 
Seduta sulle sue ginocchia ascoltavo rapita le descrizioni degli spettacoli osè parigini, dei cavalli che aveva montato nei concorsi, delle donne e degli amici che aveva conosciuto. 
Era tutto estremamente interessante.
Piccolo di statura, per niente bello, faceva impazzire le donne, che lui prendeva e lasciava nella più totale leggerezza. Senza legarsi mai a nessuna.
Sposò una donna scialba, nessuno in famiglia capì mai perché l’avesse fatto, di cui si stancò in meno di un anno. Non essendoci allora il divorzio, si limitò a comperare due appartamenti adiacenti in un palazzo in città per avere vicina la figlia che adorava, ma mantenere la sua indipendenza.
Spesso viaggiava. Era stato in vacanza in Egitto quando per la gente normale la vacanza voleva dire andare nella casa di campagna a 30 chilometri da casa. Era sempre in movimento, sempre inquieto.
Rimasto vedovo, si sposò con un’altra donna scialba, della quale puntualmente si stufò dopo un anno.
Morì di infarto, sulla soglia di casa, mentre, valigia in mano, si apprestava, a quasi novant’anni, a scappare con l’ultima amante per andare a vivere con lei a Londra.

Una fine esemplare.

lunedì 25 maggio 2015

Per Metterci una Pietra Sopra

Quando si ha una mente con una forte componente visiva come la mia, non è facile liberarsi di certe immagini. Ti perseguitano nei momenti più impensati. Ho scoperto però che un modo per guarire, o almeno attutire, i ricordi terribili, è raccontarli per iscritto. Renderli definitivi su di una pagina, inchiodarli lì. Ordinarli nella scrittura per metterci, come diceva Calvino, una pietra sopra.

La sveglia suonava nella stanza buia e fredda. L’alba era ancora lontana. Mi alzavo immediatamente, per non correre il rischio di riaddormentarmi e mi precipitavo, intontita, in cucina, passando per il lungo corridoio gelido.
Mentre camminavo, cercando di infilarmi l’accappatoio, mi ripetevo, adesso entro in cucina, lavo le mani e metto sul fuoco due pentolini a bollire: uno con l’acqua, l’altro col brodo. Poi vado sul balcone, raccolgo la menta, la lavo e la trito. Faccio cuocere il riso basmati con un pizzico di sale, all’indiana. Lo metto nel contenitore termico. Chiudo il tappo. Cuocio due cucchiai di petto di tacchino con salvia e rosmarino tritati. Plain. Li metto subito sul riso perché non si asciughino troppo e chiudo. Taglio la mela cotta e la metto nel contenitore.
Preparo i thermos. Li riempio uno di tisana di menta uno di brodo.
Preparo la bottiglietta di succo di mirtillo.
Medicine tibetane.
Metto in borsa il cambio della biancheria e del pigiama per Dario.
Vado in bagno.
Mi vesto. 
Controllo di aver messo tutto nella borsa. Dario oggi voleva il tacchino, domani ricordarsi che vuole il pesce. Segnarlo.
Metto un rotolo di carta igienica in borsa per quando piango tornando a casa.
Mi infilo il cappotto.
Scendo le scale. 
Mi metto le scarpe.
Ricordarsi l’ombrello, potrebbe piovere.
Ricordarsi le chiavi.
Apro la porta, esco, la chiudo, apro il cancello, esco, lo chiudo.
Vado in stazione, faccio il biglietto, lo convalido, prendo il treno, scendo a Gallarate.
Raggiungo l’ospedale.
Dò subito a Dario la tisana. Preparo la medicina da dargli lontana dagli antibiotici...
Mentre ricapitolavo tutto, ero arrivata in cucina, ero riuscita ad infilarmi l’accappatoio e cominciavo a mettermi in azione.
La stanchezza era oramai insopportabile. Il dolore anche. Il rischio di cominciare a commettere errori altissimo. Il rischio di piangere davanti a lui pure.
Dario aveva avuto un’emorragia e non potevo portarlo a casa. Però avevo avuto il permesso di fargli continuare la dieta tibetana anche in ospedale, visti i risultati che dava. Per lui, povero caro, che oramai mangiava pochissimo, era un sollievo avere il cibo da casa.
Così io dovevo, pur stando in ospedale 12 ore, riuscire a fare tutto.
Senza commettere errori, che per Dario sarebbero stati pesantissimi.
Mi ripetevo continuamente le cose che dovevo fare. Me le dicevo ancora e ancora. Ossessivamente. 
In casa, per strada, in treno, uscendo dall’ospedale... ripassavo incessantemente l’elenco... Per ricordarle e non far mancare nulla a Dario. Per mantenere il controllo. Per non farmi prendere dalla disperazione. Per costringermi ad andare avanti.
La sera mi alzavo dalla sedia dell’ospedale, baciavo Dario con un sorriso, mi infilavo il cappotto e, per non pensare che lo lasciavo lì da solo, ricominciavo la litania mentale.
Adesso esco, vado al supermercato, entro, compero il pesce per domani, pago, esco dal supermercato, cammino fino in stazione, convalido il biglietto, salgo al binario, prendo il treno, scendo, arrivo a casa. Apro il cancello. Apro il portoncino.
Metto giù l’ombrello e le scarpe, infilo le ciabatte, salgo in cucina, mi lavo le mani.... e così via, in un continuo, ossessivo, precisissimo elenco di azioni. Più riuscivo a puntualizzarle fin nei dettagli e meglio era. Peggio di un’iniziazione tantrica. Nella mente le immagini delle cose da fare fluivano incessantemente, come un rosario di gesti necessari, importanti, vitali, da ripercorrere ancora e ancora nei minimi particolari per non dimenticare nulla, per non commettere errori.
Fino al momento in cui crollavo nel letto gelido e desolatamente vuoto, affondando in un sonno senza sogni più simile ad un collasso che ad un riposo.

Il mattino dopo, la sveglia suonava nella stanza buia e fredda. L’alba era ancora lontana. Mi alzavo immediatamente, per non correre il rischio di riaddormentarmi e mi precipitavo, intontita, in cucina, passando per il lungo corridoio gelido.
Mentre camminavo, cercando di infilarmi l’accappatoio, mi ripetevo, adesso entro in cucina, mi lavo le mani e metto sul fuoco due pentolini a bollire...

domenica 24 maggio 2015

Ieri, Domani

La porta si apre ed entro, portando un mazzo di spighe e fiordalisi. La stanza è buia dopo il sole dei campi. Mamma mi sorride, che bei fiori Nicola e mi passa un vaso di vetro di Murano azzurro. Vai a comporli fuori, così non mi ingombri il tavolo di cucina che sto lavorando.
Dai fornelli arrivano i profumi dei peperoni allo zafferano e vino bianco e degli zucchini ripieni con patate, ricotta, basilico e maggiorana. Apro la porta che dà nel cortile ombroso, con il selciato in pietra grigia, il tavolo di ghisa e marmo ed i grandi cespugli di ortensie azzurro cupo. Comincio a disporre i fiori nel vaso, mentre Giovanna, dalle finestre del piano di sopra sprimaccia i cuscini cantando stonata.
Dallo studio di papà arrivano le voci attutite di lui e del suo amico G. che lavorano su degli esperimenti di ipnosi. Le voci sono monotone. Si fermano. Ripartono. Diventano concitate.
Grigino mi sfiora le gambe con la sua pelliccia vellutata ed io rientro con lui al seguito, il vaso pronto da mettere sul tavolo del soggiorno, davanti alla vetrata che dà sul mini giardino all'italiana delle rose antiche.
Apro la porta e la stanza si allunga, le finestre cambiano. Fuori c'è una terrazza e lontano, in basso, si intravede tra le case di pietra il lago Maggiore. Dario è seduto al suo tavolo, davanti al computer. Gli occhi verdi e grandi sono attenti, la bella bocca è sorridente mentre si gira e mi chiama per mostrarmi il lavoro che ha finito. Cosa ne dici? Metti giù la spesa, vieni a vedere. Cosa dici? Mi sembra un buon lavoro, mi piace. Aspetta, vado un momento in cucina, il tuo gelato va messo in freezer, torno subito.
Apro la porta di legno di salice bianco ed esco nel giardino di Chundevi. C'è Tashi che ride con Dario e Karana tra i vasi con la collezione di bougainvillee bonsai di mille sfumature, la passione di Dario. Madam, vieni Madam, senti cosa ha detto Sir! Mi grida felice mentre io verso in tre ciotole il cibo per le cinque gattine che incrociano lì intorno come squali affamati.
Alzo gli occhi per guardarli e la luce mi acceca, alzo una mano per schermare gli occhi e tutto scompare.
Sono sola, qui a Pomaia. Sto spazzando il cortiletto. Per un momento mi è sembrato che le porte del passato, così rassicurante, così amato, si aprissero come un abbraccio. Appoggio la scopa di saggina al muro e rientro in casa,
Accendo il computer. E tra le righe luminose dei messaggi, cerco la traccia che mi mostrerà un futuro di là da venire. Che forse un giorno si aprirà su stanze inondate di sole e visi amati che mi sorrideranno.

sabato 23 maggio 2015

Come è Nata la Crisi Economica Mondiale in cui Stiamo Affogando

Il QE o Quantitative Easing, ovvero la creazione dal nulla di montagne di carta moneta (o semplicemente di moneta virtuale), ha come conseguenze l’estinzione della classe media, la distruzione di capitale e quindi l’indebolimento, fino alla scomparsa, del tessuto produttivo. Ovvero la crisi in cui stiamo affogando.
Perché?
Semplice. 
L’impoverimento = scomparsa, della classe media, sta avvenendo tramite la diminuzione del potere di acquisto delle varie valute. La massa monetaria aumenta, ma non aumenta la ricchezza, quindi i prezzi aumentano e diminuisce il potere di acquisto.
Guadagni 100 come alcuni anni fa, ma, di fatto, è come se tu guadagnassi 60. Quindi sei più povero, puoi spendere meno (l'adeguamento dei salari è uno specchietto per allodole).
L’aumento dei prezzi porta ad aumento dei costi di produzione, ma le aziende non possono alzare i prezzi di vendita perché la gente non ha soldi. Come se non bastasse devono anche confrontarsi con la produzione dei cinesi e degli altri paesi del sud est asiatico che hanno prezzi concorrenziali. 
Aumento dei costi, realizzi uguali = distruzione del capitale.
Distruzione di capitale = sfilacciamento del tessuto produttivo fino alla sua scomparsa.
Se a questo aggiungiamo gli investimenti sbagliati dovuti al disorientamento del mercato (sempre effetto del QE, ma ne parlerò un’altra volta) abbiamo la ricetta perfetta per la recessione.
Questo fenomeno sta contagiando l’economia mondiale, ma soprattutto quella occidentale e non ci sono vie di uscita indolori.

L’Italia, ad aggravare la situazione, ha addossato ai cittadini produttivi ed alle aziende, un carico di tassazione insopportabile ed un apparato burocratico (devo dire, aiutata validamente in questo dalla follia regolamentatrice di Bruxelles) in grado di rendere più o meno inutile qualsiasi eroico tentativo di mantenere viva un’azienda.
Il meccanismo produttivo si sta fermando. Da quello che vedo e sento, temo che siamo già ben oltre il punto di non ritorno. Quanti anni ci vogliono per distruggere l’economia reale di un paese? Quanti decenni invece per farla ripartire?
L’unica vera alternativa, l’unica possibilità di sfuggire al disastro protratto nel tempo, sarebbe quella che riuscissimo ad operare una transizione veloce verso una federazione di Liberi Comuni.
Ridotta al minimo la burocrazia, liberalizzate la produzione ed il commercio, eliminate le tasse, resi i cittadini di nuovo liberi e le comunità auto responsabili, eliminata la pestilenziale “democrazia rappresentativa” e col lei i partiti, la ripresa potrebbe diventare sorprendentemente veloce.



Se avete domande sentitevi liberi di farle. Il prossimo post politico/economico sarà sul tema “cos’è l’inflazione (una tassa occulta) e perché piace tanto a governi, banchieri e grandi corporations”.

venerdì 22 maggio 2015

La Colazione più Buona di Sempre


Le crespelle con miele e banane oppure (assurdamente buone) con il burro di fragole






tempo di preparazione: 10 minuti, mezz’ora di riposo
tempo di cottura: 2 minuti per crepe

ingredienti:
190 gr farina 
2 uova
210 ml latte
90 ml acqua
1 cucchiaio di burro
1 cucchiaio di birra
burro per cuocere

Se le usate per fare dolci aggiungete un cucchiaio di zucchero all’impasto.

Mescolate bene tutti gli ingredienti  con una frusta o un mixer ad immersione. Mescolate bene finché non diventa una pastella morbidissima e liscia.. Lasciate riposare la pastella  una mezz’oretta.
Prendete una padella antiaderente di dimensione media. Mettetela sul fuoco e quando è calda ungetene il fondo con poco burro. Potete usare un pennello da cucina  per stendere lo strato sottilissimo di burro oppure usare della carta da cucina che ripiegherete più volte, in modo da non scottarvi e sulla quale metterete pochissimo burro. Quindi strofinerete la carta unta di burro sulla superficie della padella. Non è elegante ma funziona.
Scaldate la padella a fiamma viva quindi toglietela dal fuoco e versate poca pastella nella padella, alla quale farete poi fare dei movimenti circolari (velocemente) in modo da distribuire bene l’impasto ... Quando la crespella si stacca naturalmente dal fondo è pronta per essere girata. Se non avete (come me) polsi forti non provate a girare la crespella con un colpo di polso… meglio prendere un coperchio e farvi scivolare la crespella. Quindi rimettetela girata nella padella, aiutandovi col coperchio, in modo da cuocerla da ambo le parti. La crespella deve essere di colore dorato anche se non uniforme.
Riponetela su di un piatto. Continuate così fino ad esaurimento degli ingredienti. 

Farcitele con banane tagliate sottili e miele.

O con burro alle fragole (buonissimo!)


burro alle fragole

tempo di preparazione: 10 minuti all’inizio 10 minuti alla fine
tempo di cottura: qualche minuto

75 gr fragole
10 gr (1 cucchiaino) di miele
1 pizzico piccolo di sale
40 gr di burro 
1/2 cucchiaino di succo di limone

Lavate, pulite ed asciugate le fragole. Spremete il limone e tirate fuori dal frigo il burro necessario per la preparazione della ricetta.
Mettetele in una pentolina, aggiungete il succo di limone e il sale e fate cuocere a fuoco basso per due tre minuti, finché si ammorbidiscono. Togliete dal fuoco e blend it. Aggiungete il miele ( che non deve mai cuocere) e mescolate bene.
Fate raffreddare a temperatura ambiente e quindi unite il burro che avrete già fatto ammorbidire tenendolo fuori dal frigorifero, mescolate perfettamente. Trasferite il burro di fragole su una pellicola da cucina, dategli la forma di una salsiccia e sigillatelo bene con la pellicola stessa. Mettete in frigorifero a solidificare.
In freezer può durare più di 2 mesi.

Quando vi serve tiratelo fuori dal freezer, scartocciatelo e quindi tagliatene alcune fette con un coltello bagnato con l’acqua calda.

giovedì 21 maggio 2015

Gioia

La vita è così triste che non ha senso viverla lesinando, in piccole vite, senza rischiare mai niente. 
La vita è così effimera e le sue gioie così fugaci che ha senso solo per usare ogni mezzo per raggiungere l’illuminazione.
Non ho rinunciato mai alle esperienze che potevano (o possono) farmi crescere, non importa che prezzo ho dovuto pagare. 
E’ vero che le strade battute, in pianura, sono più sicure, ma sono i ripidi sentieri di montagna quelli che portano più in alto.

La gioia è un mezzo per crescere, per questo bisogna rinunciare alla sofferenza. Non credete a chi vi dice che c’è merito nel soffrire. 

La mente serena è quella che vede più lontano.

mercoledì 20 maggio 2015

Tong-len (Scambiare Sé Stessi con gli Altri)

... e poi arrivano quelle giornate, come oggi,  nelle quali tutto sembra franarmi addosso. Non è che è successo qualche cosa di speciale. Succede così. Mi sveglio una mattina ed il mondo è grigio.
Mi aggiro per la casa vuota come anestetizzata dentro. Senza sentimenti, senza sensazioni se non quella di un vuoto enorme. 
Mi costringo a fare le pratiche quotidiane e per un momento sembra che funzionino. Poi la cortina cala di nuovo, ma questa volta venata di pessimismo e di irrequietezza.
I mesi scorsi stavo troppo male per riuscire a fare “realmente” qualche cosa per il mio futuro. Ed ero ancora parecchio confusa. Nemmeno ora sto così bene, ma l’urgenza di concretizzare qualche cosa diventa ogni giorno più forte. Irragionevolmente più forte.
E’ la mente stupidamente in preda al lung che crea questi squilibri.
Invece che prendere ogni giorno come viene, lavorando per costruirmi un futuro ma con pazienza, perché è normale che ci voglia tempo, visto che riparto da zero, come se avessi subito un terremoto (interno, esterno e segreto), la mente si agita, si innervosisce e piomba nella depressione. 
Allora mi distacco e la guardo che si contorce, come una scimmia appesa ad un ramo.
Lascio che il senso di vuoto aumenti fino a sommergere tutto. Lascio che il dolore, la paura, la solitudine, salgano di nuovo alla ribalta.
Quando diventano insostenibili, quasi un dolore fisico, comincio a portare dentro inspirando, la sofferenza di tutti quelli che, nel mondo, stanno avendo il mio dolore, le mia paure, la mia solitudine. Espirando offro a loro tutti i meriti di questa pratica, che portino loro sollievo.
Inspiro dolore, espiro meriti.
Inspiro paura, espiro gioia.
Inspiro solitudine, espiro amore.
Potete inspirare le sofferenze degli altri sotto forma di fumo nero ed espirare i meriti e la gioia sotto forma di luce che offrite a tutti gli esseri senzienti.
Questo è il tong-len, scambiare sé stessi con gli altri.
Non è necessario farlo per ore. Basta farlo bene, con una motivazione forte anche per pochi minuti.
La mente si calma e molla la presa.
Continuo ancora per un poco.
Il benessere aumenta, la mente si rasserena.
Ad un certo punto non riesco più a mantenere la visualizzazione quindi smetto. La mente è tornata tranquilla.


Possano tutti gli esseri senzienti avere la felicità e le sue cause. :-)

martedì 19 maggio 2015

Crisi di Panico e Burocrazia

Quando entri nel mondo parallelo della burocrazia, entri nel loro mondo, con le loro regole folli, la loro logica illogica ed inumana.
E’ un mondo pieno di trappole, complesso, reso complesso di proposito dai burocrati, per avere potere su di noi: il popolo. L’ignoranza, corroborata dalla minaccia di pesanti sanzioni, genera paura ed asservimento.
Burocrazia, banche, assicurazioni... sono un ingranaggio perverso che ci stritola, dal quale non possiamo difenderci. Quando entriamo nel loro mondo, la nostra umanità ci abbandona, non siamo più persone, siamo numeri senza dignità, senza volto, senza diritti... tranne quelli, marginali, che i burocrati ci lasciano. Ma così ben mimetizzati in una selva di leggi, leggine e regolamenti, così inestricabili per i non addetti al lavori, che ci lasciano completamente alla loro mercé.
Quando la gente se la prende con i politici ha ragione, ma dovrebbe odiare molto di più i burocrati, che sono quelli che detengono veramente il potere e che si moltiplicano ed ampliano incessantemente i loro poteri come un mostro che sta divorando tutto. I politici vanno e vengono. I burocrati rimangono e, rintanati nei loro palazzi, inventano ogni giorno nuove torture per chi li mantiene. Poi ci osservano dibatterci nella fitta ragnatela che ci hanno tessuto attorno e ridono di noi.
Sono i nuovi, piccoli, squallidi dei di questo mondo al crepuscolo.


Oggi ho una crisi di panico: devo spendere del tempo in faccende burocratiche. 

lunedì 18 maggio 2015

Partire...

Mi è bastato cominciare a stare un po'meglio che il senso di soffoco per la vita in Italia mi sta già riprendendo.
Lo so che adesso sono sola e che trasferirsi in un altro paese è difficile, che costa un sacco di fatica (e di soldi che non ho), che Dawa pensa che la mia ripresa è più un fatto di volontà testarda, che non uno di guarigione vero e proprio. Che è ancora molto preoccupato. So tutte queste cose. Eppure oggi, i rumori che mi arrivano dalla finestra mi dicono: parti. Parti ancora. Parti da sola, non importa verso dove, ma vattene.
Questo paese così bello addormenta la gente. Vattene!
In camera le ginestre messe tra le offerte profumano delicatamente la stanza inondata dal sole. La casa è più accogliente che mai. Il paesaggio toscano che vedo stando in poltrona è stupendo.
Eppure, qualche cosa, nascosto profondamente dentro di me, mi dice: vai via. Questo paese soffoca la tua vita, la tua capacità di fare cose, la tua gioia. E' un paese vecchio. Paralizzato nei suoi problemi. Vattene. Vattene appena potrai.

domenica 17 maggio 2015

Lucertole e gechi (un'ora tranquilla)

Ho preso un'ora di sole nel mio cortile, in compagnia di tante lucertole scattanti grandi e piccole e di due gechi lenti e curiosi.
Il più grande mi si è avvicinato e mi guardava fissa con i suoi occhietti, senza nessuna paura. Forse sapeva che a me, i gechi, piacciono.
Dopo un poco il sudore mi scorreva sulla pelle e la mente aveva rallentato il ritmo dei pensieri, intontita dal calore.
Il libro è rimasto dimenticato sulla sedia.
Avevo messo una musica di liuti di sottofondo ed il calore del sole mi penetrava sotto la pelle per sciogliere un po' del gelo che ho dentro.
Mi coccolava il profumo quasi da incenso delle foglie di salvia, stropicciate dalla pioggia dei giorni scorsi e le api che ronzavano, irresistibilmente attirate dalla massa azzurrina dei suoi fiori.

Un'oretta tranquilla.

sabato 16 maggio 2015

Anna

Ci sono pochissime persone che hanno un posto speciale nella mia vita.
Ci sono ancora meno persone nella mia vita che sono come Anna.
Anna che al mio matrimonio è arrivata portandomi il mazzo da sposa e la torta. Anna con cui discutevo di lavoro. Anna con cui ridevo e rido. Anna con cui mi confido e che si confida. Anna, che siamo così amiche da essere quasi sorelle. Anna che ci si capisce al volo. Anna che sa cose di me che non sa nessuno. Anna che ha assistito a molti momenti importanti della mia vita. Anna che quando poteva è venuta a trovarmi durante la malattia di Dario. Anna che ha capito tante cose. Anna che, il giorno dopo la morte di Dario c'era e mi ha lasciata piangere e piangere e piangere ancora, offrendomi il suo calore ed il suo affetto. Anna che il secondo giorno mi ha costretto a bere una birra a digiuno, sedute fuori dal bar perché dovevo sciogliere un groppo dentro. Anna che quando ha scoperto che non mangiavo da cinque giorni mi ha trascinata in pizzeria e mi ha costretta a mangiare fra un pianto ed un attacco di nausea.
Anna che, prima o poi, troveremo il tempo per stare insieme.
Perché, Anna ed io, siamo amiche.

Speriamo che Proserpina non Inciampi!

Che poi, uscendo dal buio dell'Ade, si spera che Proserpina NON inciampi!
Sembra una battuta. Ma non lo è.

Dawa, partendo, mi ha lasciato una scorta di medicine. Non tante. Secondo lui devo cominciare a far reagire il corpo da solo. Solo due medicine ho in abbondanza: quella per il lung e quella, da ricominciare ad inizio ottobre, per i polmoni.
Mi ha fatto le congratulazioni per come ho reagito, per la tostaggine dimostrata (solo lui e la mia Anna sanno come ero conciata) e poi mi ha detto: mi raccomando, non stancarti troppo, non affaticare la mente, evita le situazioni di stress perché non sei guarita dal lung. Ne hai passate troppe e reggendo il peso completamente sola. Perfino io ero in India. Adesso paghi. Riesci a tenere la mente sotto controllo bene, ma il lung è alle stelle ugualmente. Ci vorranno almeno altri due anni per rimetterlo in sesto. Quindi: non stressarti e take it easy. OK? Guarda che non sto scherzando. Ha aggiunto con estrema serietà.
OK.

Detta così sembra una passeggiata.

Ma la mente è la cosa più morbida ed insieme più dura che esista. Non è facile farle cambiare abitudini. Per questo il buddhismo insiste che tutte le azioni sono importanti, anche quelle minori. Perché generano abitudini che poi sono difficili da arginare.
Ed io sono abituata a scattare quando c'è una cosa da fare. Non importa quanto stanca sia. Tendo a non dare importanza a questo aspetto. Sono stata malata tutta la vita ed ho imparato presto che, per avere una vita normale, dovevo fingere, anche con me stessa, che tutto andasse bene e pretendere di agire di conseguenza. Se mi fossi comportata da malata non avrei fatto nulla di tutte le cose che ho fatto.
Nel 2014 questo aspetto si è rinforzato moltissimo. Andavo avanti ciecamente, distrutta, pretendendo di non esserlo, col terrore di mancargli, di non essere all'altezza... di collassare per il dolore e la stanchezza.
Così mi sono abituata ancora di più a non considerare le mie esigenze. A reggere nonostante tutto, A pretendere da me. Solo che ora, se mi sforzo a fare le cose, poi crollo.
Dawa dice che devo farle con garbo, poco per volta. Evitando lo stress come la peste. Devo imparare a dosarmi. Non è facile! Accidenti!

Che poi, ad aggravare la cosa, c'è il fatto che per venti anni, senza quasi nemmeno rendermene conto, per puro e semplice amore, sono stata l'ombra di lui. Di lui che era tosto. Di lui che era un perfezionista. Di lui che non era mai stanco. Di lui che era molto più brillante di me. Di lui che non avrei voluto intralciare in nessun modo.
Così mi sono adeguata ai suoi ritmi ed ai suoi desideri
E adesso devo mollare: trovare la mia via di mezzo.
Guardare il mondo con i miei occhi, capire che cosa voglio, come lo voglio... capire come muovermi.

... fosse facile!

... la luce del sole acceca Proserpina che esce dalle ombre dall'Ade... speriamo che non inciampi!



venerdì 15 maggio 2015

Emergere dal Buio (Proserpina)

Ognuno di noi ha un suo sistema per reagire ai colpi della vita. Non saprei dire quale è giusto e quale sbagliato, semplicemente siamo diversi ed affrontiamo le cose diversamente.
Il mio sistema è stato quello di lasciarmi sommergere da quello che mi è successo. Non avevo modo di difendermi, così ho accettato la marea che mi distruggeva. L'ho accettata completamente. Fino in fondo.
Istintivamente, a sprazzi, cercavo di proteggermi un poco, ma poi mi costringevo a lasciarmi andare fino ad identificarmi con il dolore. Non c'ero più "io". C'era solo un dolore oscuro, straziante e senza nome.
L'ho accettato, a fatica, non ve lo nascondo, ribellandomi anche a tratti, come purificazione, come karma che è sorto da un passato senza inizio e che ora è emerso per chiedere il pagamento.
Ho pagato fino in fondo senza difese, senza trucchi, con quella che Dario definiva la mia disperata onestà.
E adesso è venuto il momento di prepararsi alla risalita. Ad emergere di nuovo alla luce del sole.
E', se volete, il mito di Proserpina in salsa buddhista. Ho accettato la morte del cuore, fino in fondo, ho accettato davvero di morire dentro. Mi sono lasciata devastare, perché solo così, pagando fino allo spasimo, potevo avere una rinascita completa.
Ho pagato e oggi, finalmente, piano piano, con il passo incerto del redivivo, sto uscendo dal mondo oscuro degli inferi. Sto uscendo dallo stretto e spaventoso passaggio del Bardo.
Non so se ad aspettarmi ci saranno i festeggiamenti di Cerere, con una nuova primavera. Di sicuro c'è una nuova vita da affrontare. Nuove sfide, nuove gioie, nuovi dolori, nuove speranze e paure.
Prego solo di avere la forza di affrontare tutto con limpidezza interiore, coraggio e, soprattutto, pratica del Dharma.

giovedì 14 maggio 2015

Le Perle della Memoria

Ad un certo momento ti rendi conto che non riesci a vivere nella monotonia, che quello che agli altri sembra normale a te sembra una tomba e ti preoccupi di diventare come loro. Per te sarebbe come morire dentro.
Ti preoccupi per nulla.
Se hai una mente che ti fa vedere le cose in questo modo, la tua vita non sarà mai monotona. Semplicemente perché la tua mente non lascia spazio per la noia. Non capisce nemmeno come si fa. Ogni singola cosa con cui vieni a contatto è viva, è importante. Ogni passaggio serve per imparare. Per cambiare sempre ed incessantemente.
Quando, da ragazzina, vivevo a Verona, mi chiedevo come faceva la gente ad andarsene, come avrei potuto io, andarmene da una città che mi andava già stretta. Sono andata e tornata diverse volte, in circostanze più o meno drammatiche e poi, all’improvviso, senza quasi sapere come, me ne sono andata e non sono tornata mai più.
Quella che era la mia città, per me, adesso, è un posto come gli altri. Non significa più nulla di speciale.
Perché il risvolto della medaglia del vagabondo della mente è che i luoghi perdono importanza, mentre le persone restano illuminate dalla luce del ricordo, dell’amore, dell’amicizia. O dell’orrore. 
Non sono i luoghi, per quanto belli o squallidi, che ti cambiano la vita. Sono le persone che incontri che ti tolgono qualche cosa o te lo insegnano. O te lo regalano.
Spesso le cose che succedono davanti ad un tramonto tropicale o in un giardino romantico negli anni svaniscono. Resteranno invece, preziose ed indimenticabili, certe colazioni davanti ad una tazza di tè con Dawa che ascolta le notizie in hindi e io che le leggo in inglese, Alessandra che ci sommerge di gamberi freschissimi e limoni profumati, Valentina che diventa una famiglia virtuale, Marta che impara a fare il chapati, qualcuno che mi chiama e, una sera, mi rende improvvisamente felice.

Le perle della memoria sono imprevedibili, ma quando ne incontri una in formazione, la riconosci subito. Hai imparato che quell’attimo lo assaporerai ancora ed ancora in un futuro di là da venire, perché, nella sua semplicità, ha già la perfezione del ricordo.

martedì 12 maggio 2015

La teoria dell'accappatoio

Un oggetto di pronto soccorso mentale da tenere in casa a tutti i costi è l'accappatoio oversize.
Deve essere morbido, la spugna deve essere generosa non quelle spugnette spellacchiate, se è bianco è meglio perché mi ricorda le giornate passate a godersela nelle SPA, circolando ovunque, anche in sala da pranzo, con addosso l'accappatoio che puzzava leggermente di zolfo.
Ma per essere veramente utile l'accappatoio in questione deve essere oversize. Ci devo annegare dentro. Le maniche devono essere rimboccate e deve fare quasi il doppio giro intorno a me. Avvilupparmi come un abbraccio affettuoso e soffice. In inverno fa il paio con le ciabattine di pelo, in estate coi piedi scalzi.
Il tutto va corroborato da una tazza piena rasa di qualche cosa di bollente.
E lì il discorso diventa più complesso perché il liquido bollente in questione cambia a seconda della stagione, dell'ora e dell'umore. Potrebbe essere una mug di caffè (arabica), o di tè inglese, così scuro da farmi pensare al tè in Sri Lanka, un orzo od una cioccolata molto densa con una punta di cannella in cima.
Le tisane non valgono. Hanno sapori troppo blandi, sono troppo leggerine... nelle occasioni da pronto soccorso ci vogliono sostegni più tosti. Devono essere "comfort beverages".
Che poi d'estate, quando avrò la testa piena di immagini di lui che gira per casa coi suoi parei di tutti i colori, che allaga il bagno con la scusa di lavarlo bene, che si porta nella doccia i secchielli "perché è più divertente lavarsi all'indonesiana"... scoppierò magari dal caldo ma al mio accappatoio nelle mattine tristi non ci rinuncerò.
Accappatoio, mug bollente e computer acceso. Che sia acceso per lavorare, leggere le notizie o chattare poco importa. In ogni caso fa compagnia.

lunedì 11 maggio 2015

Anni '70

Ieri notte non riuscivo a dormire.
Ad un certo punto mi è tornata in mente mamma.
La nostra villa, pretenziosa e fredda, sulle colline veronesi, che sia mamma che io detestavamo, aveva una grande scalinata esterna in pietra di Prum. Quella pietra rosea che si usa a Verona per le pavimentazioni esterne.
Quando mamma era stanca o depressa, si sedeva in un angolo della scalinata e guardava il paesaggio che si stendeva ai suoi piedi.
Papà non la vedeva, la Giovanna nemmeno. Solo io sapevo dove si andava a rifugiare. Ma andava bene così.
Una sera d'estate l'avevo raggiunta sulla scalinata e mi ero seduta vicino a lei.
Indossavo uno dei miei improbabili  e romantici completi, coloratissimo, capelli sciolti e sorriso aperto. Lei mi aveva guardata sorridendo, poi mi aveva attirata vicina vicina e mi aveva detto:
Come siete liberi, come siamo liberi. Credo che, nella storia dell'umanità non ci sia mai stato un periodo di tale libertà per la gente comune. Libertà di vivere come ci pare, di vestirci some ci va, di stare con chi ci piace, apertamente, senza ipocrisie o falsi pudori. Goditelo Nicola. Perché io vedo che finirà in un periodo oscuro, di libertà negate. Goditelo finché puoi. La libertà è così preziosa!
E mi aveva abbracciata forte.
Stanotte, tormentata dall'insonnia, ho ripensato a quella sera. A quegli anni. A tutte le follie ingenue della mia adolescenza e giovinezza e mi sono messa a scrivere di quegli anni.
Come eravamo ricchi, senza saperlo. Quante speranze, ideali, idee, pazzie, sogni che avevamo.
Quante cose facevamo. Quante poche regole ci bloccavano. Quante possibilità avevamo. Quanto tempo spendevamo insieme, discutendo, provando, facendo...
Così mi sono ritrovata a scrivere degli amici, delle storie, delle piccole e grandi utopie, degli amori di quegli anni.
Perché, belli o brutti che siano stati, sono stati un periodo speciale, unico, irripetibile: gli anni della mia giovinezza.

sabato 9 maggio 2015

A Volte Scelgo il Silenzio

A volte il silenzio mi fa paura. A volte, per superare la paura lo scelgo io. Scelgo di passare alcuni giorni in silenzio.
L'ho sempre fatto, anche quando ero molto giovane. Allora lo facevo quando la pressione del vivere in mezzo alla gente diventava troppo forte. Mamma lo sapeva e mi capiva. Mi allungava dei soldi e mi dava via libera. E io partivo senza dire niente a nessuno. Stavo via alcuni giorni.
Di solito andavo in montagna o a Venezia. Venezia fuori stagione è perfetta per stare da soli. Vai per calli e ponti, entri nelle chiese e nei musei. Ti riempi gli occhi di bellezza decadente ma sempre perfetta.
Stavo così sola che quando tornavo a casa faticavo a riprendere a parlare.
Poi ho sposato Dario e per 20 anni non ho più fatto le mie fughe.
Adesso, che, a volte, soprattutto la sera, la solitudine mi sembra insopportabile, ho ripreso la vecchia abitudine. Uso il silenzio per combattere il silenzio.
Adesso, visto che ho la casa tutta per me, faccio dei piccoli ritiri rilassati. Non quelli precisi da Gelugpa. Ritiri all'acqua di rose.
Mi alzo presto e faccio colazione, quindi la prima sessione di un'ora. Poi faccio Tai Ki. E poi mi bevo un tè. O un orzo.
Pulisco un po'la casa, metto in ordine qualche altro pezzo e mi faccio una mala di mantra. Vado avanti così tutto il giorno, alternando lavori di casa e pratiche. In silenzio.
E' un silenzio che cura l'anima. E' gentile. Dà spazio, non toglie il respiro come l'altro, quello che sta in agguato nelle serate.
Poi stasera ho dovuto fare delle telefonate e mandare dei messaggi su fb per conto di Dawa e così la "segregazione" è saltata... e con quella anche una certa pace che mi ero costruita... e adesso scrivo anche un post. Ma domani mi regalo un altro giorno di silenzio.
La settimana prossima sarà abbastanza agitata. Meglio prepararsi. Immagazzinare un po'di pace, una manciata di fiducia...

venerdì 8 maggio 2015

Giorno dopo Giorno

La morte è così definitiva. E così insondabile.
Un momento fa avevo davanti il mio amore che moriva. Poco dopo stavo vestendo un corpo che non conteneva più il principio vitale. La mente se ne era andata.
Aggiustavo dolcemente lo zen su quel corpo che non era più la persona amata. Guardavo un viso che non avrei mai più visto ridere o sorridere o aggrondarsi per un pensiero improvviso. Un viso di cera. Perfetto nella serenità.
Federico Garcia Lorca, nel Llanto por la muerte de Ignacio Sanchez Mejias ad un certo punto dice... "non voglio, che gli copran la faccia con fazzoletti, perché si abitui alla morte che porta". Federico Garcia aveva torto, coprire il viso è un atto per noi che restiamo, non per coloro che se ne sono andati. Per noi che restiamo qui, davanti ad un simulacro di carne senza più mente. Per non doverlo più vedere. Perché è la cosa più straziante del mondo, seconda solo al dover assistere alla sofferenza dei tuoi cari senza poterla lenire.
E spesso lo strazio della la morte è preceduto dall'altro strazio. Non poterli difendere dalla sofferenza.
Non so esprimere la profondità di quello che accade in nove mesi di agonia insieme.
Posso solo dirvi che non è soltanto la solitudine che mi sta facendo soffrire, l'attaccamento per lui. E' anche il processo, lento, terribile, ma salutare, di lasciar emergere tutto quello che non mi sono permessa di guardare, di pensare, in quei nove mesi. Dovevo reggere, non per me, per lui. Dovevo sorridere, dovevo essere forte. Per lui. Era l'ultimo regalo che potevo fargli.
A poco a poco, come bolle di aria troppo a lungo trattenute, i brandelli di quegli orrori messi da parte, negati per necessità, stanno venendo a galla.
E sono devastanti.
Mi trascinano in altalene di umore (non mi arrendo facilmente) mai provate in vita mia. Mi fanno vomitare quello che mangio. Mi fanno svegliare terrorizzata nella notte, quando mi aggrappo alla mia mala come se fosse un salvagente. Mi spingono a chiedervi ciecamente aiuto, attraverso le pagine del blog o di fb, perché la vostra presenza, anche se lontana, anche se solo virtuale è un argine che mi sostiene.
Ma è un dolore necessario per guarire. Per questo lo accetto. Alla fine della giornata... lo accetto, anche se con molta fatica. Perché giorno dopo giorno, riconoscendolo per quello che è, accettando di confrontarmi con la mia sofferenza... una mattina mi sveglierò e sarò guarita.

giovedì 7 maggio 2015

... nella Stessa Giornata... un altro Post

La sera, per rilassarmi prima di dormire, sto leggendo Atlas Shrugged della Rand. Concordo con molti degli argomenti che porta, la sua lucidità è notevole. Mi impressiona per la capacità di preveggenza che ha mostrato (anche se, francamente, come romanziera la trovo abbastanza scadente).
Nello stesso tempo dissento profondamente su alcuni punti.
Il più importante dei quali è che, per me, la solidarietà a livello personale è una delle cose più preziose che l'uomo ha. Non deve essere una solidarietà estorta con le tasse. Deve essere una solidarietà vera, diretta, per scelta. Pensata, non data per caso o per conformismo, Ma è preziosa. Prima di tutto per noi stessi.
Se negassi questo negherei la base su cui ho costruito la mia vita: il Buddhismo.

Ho sempre creduto che le sei Paramita fossero la scala per raggiungere l'Illuminazione, ma anche la traccia per essere una persona di successo. Ne sono tutt'ora convinta ed il nichilismo spirituale della Rand mi sembra un pochino stantio. Troppo legato a certo pensiero della sua epoca.
Guarda lontano. Ma non abbastanza.
Comunque è una lettura che consiglio senz'altro. Fa chiarezza su molti aspetti oscuri e pericolosi della realtà in cui viviamo. Della mentalità che è imperante oggi e che ci sta portando al disastro.

... Oggi ho lavorato troppo. Così la febbre è risalita. Pazienza.
Ero troppo presa dal lavoro, troppo presa dagli spunti, dalle idee, dal bisogno di fissarli per iscritto. C'è tanto da fare.
Scarlatti come colonna sonora quando scrivo è perfetto.
La casa mi si sta avvolgendo addosso come una coperta calda e morbida, somiglia un poco alla casa in cui vivevo quando ero bambina. Anche il fazzoletto di terra all'ingresso somiglia al cortiletto posteriore fuori dalla cucina di mamma.
Il paesaggio di colline toscane alla finestra è così famigliare.

Eppure, eppure... mi si stringe il cuore nei momenti più inaspettati. E, a volte, mi si stringe così tanto che sento un dolore fisico. Anche per questo finisce che lavoro troppo. Per non sentirlo.
Ma lui rimane, sordo, di sottofondo. Vorrei scappare, ma non c'è fuga dalla propria mente.
La mente va domata. Non esiste altra strada. Non ci sono scorciatoie.
... ci sto lavorando.


Per amore di Ade ho modificato l'accesso ai commenti. Fatemi sapere, eventualmente anche su fb se preferivate come era prima o come è ora. 

Pensieri Sparsi

Guardo fuori dalla finestra e cerco di trovare la forza di volontà per alzarmi dal letto e prepararmi un tè.
Dalle finestre entra il sole e la stanza ha una temperatura piacevole. Gli unici suoni sono quelli degli uccellini sugli alberi dei giardini circostanti.
Mi sento bene in questa stanza che ha di nuovo il mio altare con le statue. La sera tolgo la copertura per poterle vedere se mi sveglio la notte.
Dal letto guardo la tangka di Vajrasattva  comperata a Lasha tanti anni fa. Non ho mai praticato tanto Vajrasattva come ora.
Jung ha studiato molto il buddhismo tibetano, perché è una miniera di archetipi. Vajrasattva è l'archetipo che aiuta a pulire la mente. Reciti il suo mantra e pensi che una pioggia leggera e purificante ti alleggerisce di tutte le oscurità, le paure, gli errori. Cammini sotto questa pioggia con gli arcobaleni che illuminano l'orizzonte e lasci cadere tutta la sofferenza, le pesantezze, i terrori, le colpe. Il passo diventa leggero. Il cuore anche.
E' la pratica perfetta per chi vuole uscire da un periodo di dolore oscuro.

mercoledì 6 maggio 2015

Del Viaggio

Nel Bodhisattvacharyavatara, Shantideva dice che il Bodhisattva, per avanzare sul sentiero, deve abbandonare il suo paese. 
E’ il viaggio dell’eroe, che deve abbandonare famiglia, abitudini, sicurezze, per inseguire il bisogno di trovare un senso alla sua vita.
Non sono un Bodhisattva, un eroe e nemmeno una grande praticante. 
Sono solo io, Niki. Però è vero che andarsene dal proprio paese è importante. Anche per gente normale come me. 
Se poi non solo te ne vai, ma non ti fermi per anni, saltando da un paese all’altro, uno più difficile dell’altro, da un continente all’altro, ad un certo punto perdi tutti i riferimenti. 
Persi tutti i riferimenti devi cominciare a ricostruire su basi completamente nuove. 
E’ una grande sfida.
A me, come riferimento, anche dopo tutti i traslochi ed i cambiamenti, le speranze e le paure, era rimasto Dario. Era lui la mia famiglia, la mia casa, il mio tutto. 
Il mio grande attaccamento.
Perderlo è stato come perdere me stessa.
Nel viaggio dell’eroe, ad un certo punto, il protagonista si trova, invariabilmente, ad affrontare la sua peggiore paura. Perché il senso del viaggio è quello di costringersi a superare i propri limiti. Per Dario le peggiori paure erano la malattia e la morte.
Le ha superate alla grande.
Per me la grande prova è la solitudine. Il non potermi nascondere dietro a nessuno. Il dover affrontare il mondo a viso aperto. Il dover fare le cose per me e non dimenticarmi sempre nell’amore per gli altri, il mio grande alibi. Il riconoscere i miei desideri ed i miei bisogni. Il saperli limitare ma senza negarli. Il guardarmi in faccia senza veli, nel male... ma anche nel bene.
Il viaggio che ho compiuto fino ad ora mi ha, piano piano, addestrata per affrontare la grande sfida. Perfino con un mezzo semplice come il blog.
Perso il mio ultimo ancoraggio, sono stata travolta. Ho continuato disperatamente a seguire rituali di vita centrati su Dario, oramai vuoti di significato, come un meccanismo la cui molla stava per cedere.
Ma, in questa casa nuova, che ho scelto per me, consapevolmente, così gradevole rispetto alle mie case degli ultimi 10 anni, sto finalmente riprendendo le fila.
Negli ultimi giorni ho fatto cose per me. Non per lui.
Ancora prendo in mano le sue cose pensando che sono sue, con un sussulto quasi colpevole, ma sempre meno. Lo sto facendo consapevolmente. Sto forzandomi a farlo.
E, forse, la febbre, è proprio legata a questo bisogno di corpo e mente di lasciarsi andare. Di riposare. Di lasciar cadere tutti i pensieri per riuscire poi a dipanarli.
Davanti a me si snoda un futuro tutto da scoprire, di difficoltà da affrontare. Forse anche con qualche gioia a punteggiare il cammino, qui e là. Il viaggio non è finito. Questa era una tappa fondamentale. Ma solo una tappa. 
Come ha detto Gomo Tulku all’ultimo dell’anno: oramai il peggio che ti poteva succedere ti è successo. Tirati su bene e poi ricomincia a lavorare.

Il senso della vita tornerà da quello.

martedì 5 maggio 2015

Ram, il falegname Bihari

Il Bihar è uno stato poverissimo dell’India, famoso per i suoi dakoits, i suoi banditi. Girare di notte in Bihar non è salutare...
Ma non tutti i bihari sono dakoits. Anche se tutti i bihari sono piccoli e scuri.
Ram era il nostro falegname ed era un bihari. Onestissimo. 
Non parlava una sola parola di inglese, ma adorava Dario. A volte arrivava, si sedeva vicino a Dario e non si muoveva per delle mezz’orette. Ad un certo momento Dario chiamava Tashi e le chiedeva: senti se Ram ha bisogno di qualche cosa. No Sir, traduceva Tashi ridacchiando, vuole solo stare un poco vicino a te.
Allora Dario proseguiva il suo lavoro al computer senza interessarsi più della cosa. Ad un certo momento sollevava la testa dalla testiera per rilassarsi un poco e Ram era sparito. Era stato abbastanza vicino a Sir e, silenziosamente, per non disturbarlo, si era alzato e se ne era andato.
Non accettava mai nemmeno un chai o un bicchiere d’acqua. Voleva solo stare vicino a Sir per un poco.
Era bravissimo nel suo lavoro, veloce ed intelligente. Sapeva copiare qualsiasi mobile ed aveva una squadra di “suoi” operai che faceva lavorare, se occorreva, a turni, giorno e notte. Il Nepal è pieno di operai indiani perché i nepalesi, voglia di fare lavori pesanti ne hanno poca, quando li fanno, odiandoli, danno un valore pecuniario altissimo alla loro fatica, invece gli indiani sono gente che lavora duro ed a buon prezzo.
E non si lamentano, cosa in cui i nepalesi sono campioni.
Volevi tutta una enorme parete a scaffalature in 24 ore? Gli omini di Ram erano gli unici che erano in grado di soddisfare la tua richiesta. Ed a prezzi, almeno con Sir, onestissimi.
Il sogno, ampiamente confessato, di Ram era quello di lavorare solo per Sir.
L’adorazione di Dario da parte di Ram a volte aveva risvolti inaspettati.
Un giorno Dario stava guardando dalla finestra del ristorante la strada sottostante, quando vide passare un turista. Gli sembrò un vecchio amico, Harry, e lo chiamò. Ma il turista non si voltò.
Allora Ram chiese qualche cosa a Karana e Karana tradusse: Sir, perché hai chiamato quel turista?
Sembra un mio amico americano, rispose Dario.
Karana tradusse a Ram. Che lo afferrò per un braccio e, gridando qualche cosa in un concitato nepali, lo trascinò verso le scale.
Abituato alle stranezze dei locali in generale, e di quei due in particolare, Dario non si preoccupò più di tanto. Almeno finché non vide i due correre per strada come matti ed afferrare il malcapitato turista per le braccia. 
Uno per parte.
Il mio Sir vuole vederti, strillava Karana in un inglese concitato ed a malapena comprensibile, mentre, ad accrescere il caos, Ram gridava in hindi.
Il turista si divincolava, ma loro non se ne davano per intesi, aggrappati alle sue braccia, mentre lo trascinavano a forza verso le scale. 
Devi venire dal mio Sir, insisteva sempre più frenetico Karana, che, quando perdeva la testa non era secondo a nessuno.
Dario dalla finestra osservava la scena piegato in due dal ridere.
Alla fine riuscirono a trascinarlo da Dario.
Non aveva risposto al richiamo di Dario perché, naturalmente, non era Harry. Ed era terrorizzato.
Dario si scusò molto, cercando di spiegargli il qui pro quo, ma quello, troppo spaventato ed arrabbiato per ascoltare le scuse, girò le spalle e se ne andò di corsa.

I due, per niente pentiti, andarono avanti a raccontare la storia a tutti per giorni e giorni.

Gloriandosene, ovviamente.

lunedì 4 maggio 2015

Dicono che la Solitudine....

Dicono che la solitudine sia la condizione umana.
Nasciamo soli e moriamo soli.
Per tutta la vita cerchiamo di sfuggirle.
Per tutta la vita mi sono nascosta nel tepore dell'amore dei miei cari.
Ma la solitudine mi ha raggiunta, alla fine. In questa casa così carina mi devo arrendere che è la mia condizione.
La devo affrontare, la devo blandire per renderla meno amara.
E' lei la sfida che affronto ogni giorno.
E' lei che vedo nei miei occhi riflessi nello specchio.
E' lei che condivide alle mie giornate.

La solitudine è la mia compagnia. Che mi piaccia o no.

domenica 3 maggio 2015

A Briglia Sciolta

Lo scorso anno ho tenuto la mia mente imbrigliata in modo ferreo, Se volevo prendermi cura di Dario bene, non potevo permettermi sbavature, non potevo perdere il controllo nemmeno per un minuto.
Non potevo pensare al futuro, né al mio dolore.
Dovevo vivere nel presente immediato, cercando di rendere ogni cosa il più possibile aderente alle sue esigenze. Il tempo che restava era poco.
In questi giorni la tensione si sta allentando. Sto volutamente lasciando correre la mente a briglia sciolta, in qualsiasi direzione voglia andare.
Non cerco di frenarla, non voglio indirizzarla. Reprimere troppo a lungo crea danni, incancrenisce i problemi. A volte ne crea di nuovi.
Anche troppa libertà però è dannosa, si corre il rischio di rimanere intrappolati in un circolo vizioso di autocompiacimento. Di egoismi infantili. Di piccole o grandi meschinità.
Così, in questi giorni, lascio correre liberamente la mente. A briglia sciolta. Ma ho già pronti gli esercizi a cui la sottoporrò non appena sarà pronta.
E' tutta una questione di equilibri sottili.
Spero di riuscirci con l'aiuto del Dharma.

sabato 2 maggio 2015

Requiem Aeternam (Una Storia dei Tempi della Guerra)

Quando la Wermacht decise di insediare un comando nella valle, scelse come sede la casa della mia famiglia
che fu costretta a condividerla con il comando tedesco. 
Quando glielo dissero, che i tedeschi stavano per requisire la casa, la bisnonna commentò, per fortuna che Piero non c’è più perché non avrebbe sopportato questi demoni in casa. Non disse altro.
Quando fu il momento, spiegò a mia mamma come si sarebbe dovuta comportare durante l’occupazione della casa, non devi parlargli, non devi sorridergli, ai tedeschi. Uccidono gli ebrei che sono il popolo di Gesù. Sono l’Anticristo.
Non si interessava di politica, la bisnonna Emma, ma su certe cose si era fatta delle idee personali e molto precise, pur vivendo in una situazione di quasi ritiro da sempre.
Lei, la bisnonna, risolse il problema di averli in casa decidendo di non ammetterne l’esistenza: semplicemente non li vedeva.
Dal giorno in cui i tedeschi si insediarono, nonna e nipotina si barricarono in camera. Uscivano nelle fresche albe estive o nelle gelide mattine invernali, con la strada resa sdrucciolevole da uno spesso strato di ghiaccio, per andare a messa prima, alle 5. Rientravano silenziose dalla portina e scivolavano veloci in cucina, dove la bisnonna, corroborata da una gran tazza di caffè, sovrintendeva come al solito alla preparazione del cibo. 
Era, il caffè, un gran lusso in tempo di guerra. Se ancora ce n’era in casa lo si doveva alla lungimiranza del bisnonno, che aspettandosi tempi duri, nel ‘40 si era procurato sacchi e sacchi di caffè crudo per la sua Emma. Aveva fatto venire un signore per insegnarle a tostarlo per bene sul focolare, con una palla di metallo con dei manici lunghissimi. Poteva cadere il mondo, ma la sua Emma avrebbe avuto il caffè. In effetti, bastò fino alla fine della guerra.
Finite le incombenze in cucina, nonna e nipote, si ritiravano in camera. I pasti venivano loro serviti su di un vassoio.
Passavano il tempo leggendo, ricamando, chiacchierando. Mamma studiava anche, per dare gli esami da privatista, quando e se sarebbe mai finita la guerra. La bisnonna poi, sapeva molte storie e raccontava bene. Nella stagione calda aprivano la finestra per far entrare il profumo del gelsomino e dell’erba Luigia, in inverno sedevano vicino alla stufa di maiolica che emanava un piacevole tepore. La legna, che veniva dai boschi di famiglia, non mancava mai.
Poco prima dell’imbrunire la nonna prendeva il suo libro di preghiere e scendevano. Spesso da uno dei salotti si affacciava il comandante tedesco, che per qualche inspiegabile motivo sembrava attratto dall’anziana signora e dalla nipotina selvatica e le salutava cortesemente. Buona sera grande signora, buona sera piccola signora, diceva in un italiano fortemente accentato.
La bisnonna si irrigidiva e senza mostrare di aver sentito si dirigeva con mamma all’uscita. Alla porta di casa c’era Bepo, il vecchio famiglio, che le aspettava con il Lupo a guinzaglio.
Era, il Lupo, un cagnaccio grande e grigio, che aveva sempre difeso con onore la casa dai malintenzionati, assieme alla doppietta di Bepo. Ma adesso la doppietta era scomparsa e il Lupo doveva stare chiuso perché, chi lo sa, magari i tedeschi avrebbero anche potuto ammazzarlo.
La bisnonna lo accarezzava e lo liberava.
Quindi lei mamma e il Lupo attraversavano il cortile senza guardarsi intorno, quel cortile che era sempre stato un via vai di operai delle cantine e che ora era pieno di uomini in uniforme straniera. Non giravano la testa verso le scuderie, dove i cavalli del nonno avevano lasciato il posto alle camionette dei tedeschi. Lo sguardo fisso in avanti, pretendendo di essere sole, si affrettavano verso i broli. L’anziana nonna alta, magra, vestita di nero da quando era iniziata la guerra, con lo strangolino di velluto fermato da un cameo antico al collo, la ragazzina introversa con la frangetta ed il grande cane grigio. Nessuno le disturbava. Nessuno rivolgeva loro la parola.
Uscivano dal cancello dei broli come tre fantasmi silenziosi.
Arrivavano in fondo al terzo brolo, dove il muro di pietre si fondeva col muro del cimitero. Lì non c’era nessuno, erano tranquille. Allora la nonna apriva il libro di preghiere e insieme, lei e mamma, iniziavano a recitare il requiem per i morti, camminando su e giù lungo i filari di viti. Seguite passo passo dal Lupo.
Finite le preghiere per i morti sostavano un momento, pensando a quelli che avevano amato e che non c’erano più. Pensando alla vita come era stata. A come era diventata. 
A tutti quelli che per la follia della guerra stavano soffrendo.
Poi la bisnonna sospirava, chiudeva il libretto delle preghiere e diceva, su Franca, torniamo a casa...


I broli erano dei campi cintati da mura. Il primo brolo ospitava il giardino e, sul fondo, l’orto e il pollaio, che era interamente coperto da un’antica rosa banksia lutea. Nel secondo brolo c’erano la porcilaia e il frutteto. Il terzo brolo era a vigneto e confinava, sul fondo, con il cimitero del paese.

venerdì 1 maggio 2015

I Due Aspetti della Mente, Dario, il Dharma e la Vita in Nepal

Mia madre ha sempre avuto paura, per me, di un'aspetto della mia mente, fin da quando ero una bambina piccolissima.
Era il lato fortemente ascetico della mia personalità. Il lato che mi faceva fare domande serie ed imbarazzanti agli adulti. Che mi faceva essere onesta in maniera assurda a tutti i costi. Che terrorizzava il nonno Giovanni e molti amici dei miei. Il lato che mi spingeva spesso a scelte estreme. Che mi faceva regalare agli altri bambini (andavo a scuola in un paesino poverissimo) le cose che amavo di più "tanto io ne potevo fare a meno" insistevo, con un sorriso, a detta di mamma, irresistibile (pure o scarrafone è bello a mamma sua). Che mi fece buttare fuori dalla classe di catechismo in seconda elementare, io, che ero la scolara più educata e rispettosa, per le domande a cui il prete non sapeva rispondere.
Pensava, probabilmente a ragione, che in una società come la nostra sarei stata una mina vagante la cui esplosione poteva ferire una sola persona: me.
Per contro, ero una bambina solare, la bambina più facile che ho mai conosciuto, diceva mamma, che faceva la maestra elementare da tanti anni. Non facevi mai capricci, sorridevi spesso, eri sempre gentile con tutti.
Solare ma ascetica. Sempre accomodante e sorridente, ma inflessibile sui principi che ritenevo fondamentali. Mamma si preoccupava.
Così si mise a lavorare duro per "uniformarmi" almeno un poco. Lei era stata una "strana" e sapeva che prezzo si paga, in una città di provincia, ad essere così fuori dagli schemi.
Ci riuscì a metà. E riuscire a metà, a volte, è peggio che non riuscire del tutto.
Continuavo ad essere strana in più mi ero anche confusa.
Mi vestivo elegante, andavo a cene e party della buona società veneta e poi passavo le nottate con i più scarruffati del mondo. Occhieggiavo la politica (ero adolescente nei secondi anni '70) e mi chiedevo come potessero i miei amici credere a certe scemenze, a slogan privi di significato smentiti in primo luogo dai comportamenti dei loro capi, e non solo da quello. Studiavo arte e mi chiedevo se la bellezza poteva davvero salvare il mondo. O se poteva anche solo esistere, in un mondo nel quale la figura del critico, oramai, aveva più importanza dell'artista.
Mi facevo tante domande. E non trovavo risposte.
Ricordavo vagamente la piacevole luminosità della mia mente infantile, ma non speravo di poterla ritrovare mai più.
La disperazione saliva, saliva. La confusione anche. Finché, un giorno, durante una vacanza natalizia, nella quale ero rimasta sola ad Urbino, con pochi soldi e molta tristezza, decisi di farla finita. Non vedevo una via di uscita, non vedevo una strada che avrei voluto seguire. Non sapevo cosa fare di me stessa. I miei genitori si erano separati di nuovo e, al solito, papà non mi mandava più una lira. Ero malata. Ed ero persa nella mia mente.
Collezionavo sonniferi (che papà mi dava senza problemi, perché si fidava di me) da tempo. Mi feci coraggio ed uscii nelle strade gelide di Urbino. Acquistai una bottiglia di vino, perché l'alcol aumenta l'effetto dei sonniferi. Misi in ordine la casa.
Sapevo che nessuno sarebbe venuto a cercarmi per almeno una settimana. Avevo tutto il tempo che mi serviva per morire. Mi misi a letto, la stanza era fredda, non potevo più permettermi da tempo la spesa del riscaldamento, e mi coprii bene. Poi, metodicamente, cominciai a prendere i sonniferi con il vino. Tutti i sonniferi che avevo collezionato in mesi e mesi.
Non ricordo di essermi sdraiata. Probabilmente oramai ero intontita dai farmaci.
Mi svegliai due giorni dopo.
La casa era gelida ma dalla finestra entrava il sole. Ed io ero riposata e serena.
Mi misi a ridere.
Più tardi un amico che era rimasto in città per preparare la tesi in solitudine, venne a cercarmi. Si era immalinconito e cercava sollievo. Iniziammo una tumultuosa storia quella sera stessa.
La crisi, oramai, era superata. Ma avevo capito che dovevo cercare qualche cosa che desse un senso alla mia vita. Che non potevo accontentarmi, che fermarmi a quello che era "la norma", per me, voleva dire morire dentro. Ed anche fuori, se è per quello!
Passavano gli anni e dieci di loro li dedicai a curare i miei genitori malati. Sempre cercando una risposta che mi pacificasse, che mi desse quella chiarezza della mente che desideravo ardentemente.
Finché un giorno andai a Milano ed incontrai... la medicina tibetana, il Dharma e... Dario.
Fu la svolta della mia vita.
Il Dharma mi dava le risposte, i miei maestri indicavano la via e Dario, che aveva la preparazione e le conoscenze di Dharma di un ghesce, era diventato una specie di "tutore" personale. Inflessibile, duro, spesso sarcastico. Ma, a volte, inaspettatamente gentile. Era una scuola severa, ma io imparavo, cambiavo, crescevo.
... e poi andammo a vivere in India... e quindi in Nepal.
Lo shock della mia vita. Perché mi sono immersa nella vita asiatica senza barriere. Nel mio solito modo, senza creare scuse o protezioni. Senza preconcetti. O, se li avevo, disposta a lasciarmeli alle spalle.
Ed una immersione totale, senza la sicurezza di appartenere ad un gruppo, di lavorare per una NGO. Se sei legato ad una NGO le cose, ve l'ho raccontato molte volte in Pasta e Nepal, sono molto, molto più facili...
La vita è nuda in India e Nepal. La vedi in tutta la sua brutalità.
Lo sfarzo della ricchezza dei tycoon locali o dei funzionari UNICEF, ONU e compagnia cantante da un lato e, dall'altro, la miseria più nera, senza riscatto, di chi è nato povero e della casta sbagliata. Perché la casta è la condanna ultima, irredimibile. Che si tramanda come una maledizione di generazione in generazione, in una catena che blocca gli individui, ma anche la società.
Non sfuggi mai alla spietatezza della vita in quei paesi. Non come qui, dove tutto è edulcorato.
Cammini per strada, in quelle folle brulicanti e colorate, tra gli odori forti e spesso sgradevoli e ti capita di incontrare un funerale: quattro omini scalzi che portano, su di una barella di bambù, il cadavere, a mala pena coperto da un telo, i piedi gialli che spuntano fuori. Un altro omino li precede reggendo un incenso e vanno veloci, tra la gente che nemmeno si scansa, verso le piattaforme dei roghi di Pashupatinath.
Alle cinque del mattino ti succede di saltare sul letto per i suoni stridenti ed inconcludenti della "musica" di qualche matrimonio indù che viene celebrato nei dintorni. Con la pompa un po' stracciona e abborracciata tipica del luogo. Sai che la sposa non conosce lo sposo e che in quella cerimonia scopriranno con chi la loro famiglia ha deciso che dovranno condividere l'esistenza. Forse con qualcuno che detesteranno. Forse con qualcuno che potranno imparare ad amare.
Parli con una tua amica e lei ti racconta delle torture subite in famiglia, con il misto disperato di rassegnazione e rabbia, di chi sa di essere intrappolato da abitudini millenarie senza via di scampo. Rivedi un vecchio amico e quello sta per abbandonare tutto, ricchezze, famiglia, prestigio... per scegliere la libertà stupenda della via del sannyasi, come in un racconto di Kipling.
C'è chi pasteggia a whisky black label e indossa solo scarpe di pelle di vacca (entrambe le cose vanno contro la tradizione indù) per mostrare la sua superiorità e chi nascerà, vivrà e morirà per strada, senza nemmeno un tetto di lamiera sulla testa...
I giorni passano e tu devi reggere. Vivere. Lavorare. Confrontarti con il paese e la sua gente. Che è diventata la tua gente.
La mia gente. Il mio Nepal.
Ogni giorno era una fatica. Ma ogni giorno era una scoperta. Bella, brutta... poco importa. Andavo sempre più in profondità. Una caduta libera terrorizzante. Così spaventosa che solo adesso, dopo tanto tempo, capisco fino a che punto io debba riconoscenza al Nepal, che mi ha mostrato la vita, ed al Dharma, che mi ha aiutata ad accettarla ed a trasformarla nel sentiero,
E quanta riconoscenza io debba ai miei maestri, per la loro saggezza ed a Dario per il suo amore e i suoi costanti insegnamenti.
La Niki che sono oggi sta riavvicinandosi alla Nicola che ero da bambina. Con maggiore saggezza, consapevolezza, conoscenza, ma la mente limpida di allora comincia a riaffiorare.
Lo devo a loro. A Dario, al Nepal, al Dharma...
Anche se sono rimasta sola, sola davvero non lo sarò mai. Perché la solitudine più orribile che ho conosciuto è stata quella della mente confusa e infelice. Oggi posso sperimentare dolore, ma non "quel" dolore, che mi aveva portata al suicidio. E l'apparente dicotomia tra il mondo samsarico e l'ascesi sta trovando una sua logica, una sua spiegazione, un suo ruolo nella mia vita.
L'ho raggiunto a caro prezzo questo inizio di sentiero. Ma, dovessi campare mille anni, dirò sempre che ne è valsa la pena.