venerdì 17 aprile 2015

Disperatamente onesta

I blog, chi mi consce da tempo lo sa, mi sono sempre serviti come valvola di sfogo, come compagnia, come spazio di riflessione.
Chi li leggeva aveva l'impressione di conoscermi, perché ho sempre descritto me stessa e la mia vita senza abbellirle, le sbattevo nei blog così com'erano. Per questo avevo il divieto di Dario di parlare di lui, che era un tipo molto chiuso, segreto.
Diceva che nei blog io ero "disperatamente onesta". Lo apprezzava, trovava che fosse una pratica positiva, ma non voleva essere coinvolto. E io lo rispettavo, anche se, a volte, raccontarvi le cose lasciandolo fuori era difficile. Spesso non vi ho raccontato nulla quando lui era coinvolto.
Certo, non vi raccontavo tutto, ci mancherebbe, ma quello che scrivevo, che scrivo, è autentico.
C'è stata gente che si è seccata con me, gente che mi ha amata, gente che mi ha odiata, alcuni sono diventati proprio amici, anche in carne ed ossa, altri mi scrivono e mi parlano della loro vita...
Chi si affaccia ai miei blog si affaccia alla mia vita ed io non posso cambiarla per compiacere nessuno. I cambiamenti che cerco sono quelli del sentiero, quelli che ti liberano da dentro. Quelli che costano carissimi ma che sono davvero importanti.

Una volta, tanti anni fa, ho avuto un sogno. Uno di quei sogni realistici, vividi. Quando mi sono svegliata era l'alba, il momento, dicono i tibetani, dei sogni profetici.
Ho sognato che ero in una torre di pietra. Era buio, ma, dalle fessure intorno alla porta, entravano delle lame di luce. Intorno a me c'erano parecchie persone, che dormivano, con la testa coperta (poco dopo avrei scoperto che i monaci tibetani, se dormono vestiti, si tirano lo zen sulla testa, esattamente come nel mio sogno). Mi alzavo, spingevo la porta ed uscivo. Lasciando le persone addormentate dietro di me.
Fuori c'era freddo, ma il sole era stupendo, con un cielo terso come si vede solo in alta montagna. C'era una specie di spiazzo, pavimentato di pietre che dava su uno strapiombo con un paesaggio mozzafiato di montagne verdi, altissime, con le punte innevate.
Mi guardavo intorno e provavo un senso profondissimo di libertà e di solitudine. Una solitudine così acuta da far piangere, una libertà così assoluta da poter quasi volare. Sono rimasta a lungo a contemplare il paesaggio. Non so quanto tempo.
Poi mi sono svegliata. E l'alba stava appena appena cominciando a tingere di rosa il cielo.

Non credo che il sogno voglia dire che mi devo isolare dall'umano consorzio o dal provare sentimenti di amore. Piuttosto credo che io debba farlo in modo diverso. Più adulto, più consapevole. Ho dedicato anima e corpo a Dario, mi sono dimenticata di me stessa per amore suo.
Adesso devo aprire la porta e guardare il paesaggio. E devo affrontare la solitudine della crescita e la libertà che, penso, ne consegue.
Crescere, crescere davvero, non è una cosa che si fa in gruppo. E' una scelta che ognuno deve fare nel profondo di sé stesso. Per poi condividerla. Ma deve affrontarla da solo.
Lo sto facendo. Vediamo dove mi porterà questo viaggio.

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