giovedì 30 aprile 2015

Piccoli Assestamenti e Grandi Disastri

Dopo giorni di brutto tempo un po'di sole si affaccia alla finestra del mio studio, ma la temperatura è ancora molto bassa.
Ho acceso il caminetto. Sono molto nervosa. 
Mi siedo in poltrona, con la tazza di tè bollente a portata di mano e cerco di fare il punto della situazione. 
Con voi come pubblico silenzioso ma confortante. Mi sopportate da così tanto tempo che mi sento sempre aiutata dalla vostra gentile presenza virtuale.

Ieri sera sono andata alla ricerca della registrazione dei testi di Pasta e Nepal nel portatile di Dario. Ne ho letto qualche pezzo, qui e là... ho ripescato delle foto... mi sono rivista davanti tutto. Nel bene e nel male.
Stamattina avrei voluto svegliarmi nel silenzio della casa di Chundevi, con le cinque gattine che mi girano tra le gambe come squali affamati, Koghendra che inizia a far partire la pompa dell'acqua, Matthew che arriva per la colazione con Dario e mi saluta col solito "good morning sunshine!", Dario che scende e accende il camino mentre io preparo per loro le crepes alle banane e miele...

Invece sono a Pomaia. Provincia di Pisa, Italia. Non a Chundevi, quartiere di Kathmandu, Nepal.

Dei mie due amori non rimane che il ricordo. Uno di loro se ne è andato dopo una malattia devastante ed uno è crollato distrutto dal terremoto, in una valanga di orrore e sofferenza.
Non c'è ritorno. Non è rimasto nulla a cui tornare.
Mi sento, in certi momenti, come se non provassi più niente, come se, alla fine, tutto questo fosse così troppo, che corpo e mente non riescono più a reggere la soglia del dolore e si anestetizzano.
Poi passa.

Anche qui accendo il caminetto, come facevamo nella casa di Chundevi e faccio colazione godendomi il tepore che emana. Il tappeto è lo stesso, quello dei loti. Le librerie anche.
Sono io che non sono più la stessa.
Vorrei fare, vorrei partire con il lavoro... sono irrequieta, anche se il buon senso mi dice che prima mi devo riprendere. Non si parte con un progetto serio per poi fermarsi causa collasso. Non mi ci vorrà molto tempo, ma un pochino si. Non fosse che per riposarmi dal trasloco.
Ma mi irrita essere stanca, mi irrita non avere capacità di concentrazione. Le mie amiche mi dicono che, con quello che ho passato, dovrei essere ancora a terra. 
Invece io vorrei essere già ripartita.
In tutti questi anni non mi sono mai fermata. Adesso la vita mi ha bloccata con una mazzata micidiale.
Quando il fastidio di sentirmi così è troppo forte, vado allo stupa di Zong Rinpoche. Non è in basso, vicino all'Istituto, ma in alto, verso Castellina.
E' silenzioso, non ci va mai nessuno. Ed è molto, molto forte. Prendo la mia mala (il rosario buddhista) e comincio a fare le core (= girare intorno allo stupa) recitando il mantra delle 100 sillabe. Il mantra di purificazione.



Faccio le core alla tibetana, a passo sostenuto. Aiuta di più.
Faccio un giro... Om Vajrasattva... e penso al passato. Riporto la mente sul mantra, accelero il passo... oramai ho fatto un sentierino tra l'erba.
La mente sfugge di nuovo inseguendo i progetti, le speranze e di nuovo la riporto indietro... samaya - manu palaya - Vajrasattwa tenopa...
Sono fortunata ad essere qui. Almeno c'è uno stupa potente. 
tishta drido me bawa... aiutatemi a pulire la mente, chiedo con forza, aiutatemi a capire che strada devo seguire. Non voglio finire qui. Non voglio rimanere intrappolata nel mio passato. Aiutatemi ad essere ancora viva, attiva, utile... suto kayo me bawa...
Faccio le core e recito. Faccio le core e prego, prego che gli anni che mi restano siano anni di vita, siano anni di impegno. Che io riesca ancora e sempre a cambiare la mia mente... supo kayo me bawa .. Vi prego, fate che io non mi fossilizzi mai, che non diventi mai vecchia dentro... anurakto me bawa  Vi prego, fatemi vedere la strada che devo seguire. Ho avuto una vita così intensa, non posso rassegnarmi alla stasi della mente... sarva siddhi me praiatsa - sarva karma sutsa me .. Vi prego aiutatemi. Penso intensamente mentre continuo a camminare ed a recitare il mantra.
...tsittam shri yam kuru hung ... aiutatemi ad essere utile fino all'ultimo respiro. A non sopravvivere a me stessa... ha ha ha ha ho bhagavan. I minuti passano, ho perso il conto di quante core faccio. Piano piano la mente si calma, l'irritazione scompare e con lei la paura, che si nascondeva nell'ombra. Mi rassereno.
... sarwa tatagata- vajra mame muntsa - vajra bawa - maha samaya sattva ah hum phet!
Finisco i mantra, faccio tre prostrazioni e torno a casa con la mente tranquilla.

Sono state due ore ben spese.

Buona giornata a tutti! ...io vado allo stupa :-)

mercoledì 29 aprile 2015

Giuliette e Romei

In mezzo ai drammi epici, la vita continua ad elargire i suoi drammi quotidiani.
Sto passando ore su fb con il marito di Tashi.
Sono diventata una specie di rubrica per cuori infranti... Solo io posso trovarmi a dare consigli ad una coppietta di cui uno è in US e una in Nepal. Il tutto in mezzo ad una catastrofe immane.
Perché l'essere in mezzo ad un grande disastro non cambia niente nei sentimenti personali, se mai li amplifica e ci rende più fragili, più vulnerabili.
Così io, nel mio piccolo, cerco di alleviare e, se possibile, almeno di curare qualche dolore. Perché per me ogni essere umano è degno di attenzione.

martedì 28 aprile 2015

Il Mattino Non mi fa Paura

Da ragazza la notte era sempre giovane per me e l'alba una sconosciuta (a meno che la notte non si fosse prolungata fino all'alba). Ad un certo momento, non ricordo quando, le cose sono cambiate ed ho cominciato ad apprezzare la bellezza delle prime ore del mattino.
Dario ed io avevamo orari perfettamente sfasati. Lui veniva a letto tardissimo, io mi alzavo prestissimo.
Le prima ore del mattino erano solo mie. Con i miei ritmi e il mio post quasi quotidiano. Allora come ora scritto davanti ad una tazza piena di una bevanda calda, seduta a gambe incrociate sulla mia solita sedia in studio. Cambia lo studio, il paese in cui si trova, la bevanda e il colore della tazza... ma la sedia su cui mi appollaio è sempre la stessa.
In questa casa nuova, in questa vita nuova, spesso, con la sera, arrivano la paura e il dolore. La solitudine si nasconde nelle ombre della notte che avanza e mi aggredisce quando meno me lo aspetto. Non c'è nessun suono nella casa, nessuna voce quando spengo Skype.
Prendo le mie medicine tibetane nel silenzio rotto solo dal rumore di qualche rara auto giù in strada o di un uccello notturno che grida nella notte.
Allora mi copro fino al mento col piumino e cerco di rilassarmi raccontandomi delle storie.
La notte, per chi è rimasto solo, per chi è malato o per chi assiste un malato, è un terreno infido. Pieno di trappole e trabocchetti.
Il mattino invece, lui, lo riconosco. La solitudine del mattino è quella di chi raccoglie le forze per cominciare bene la giornata. Ha i suoni leggeri degli uccellini che cantano fuori dalla finestra. Profuma di tè o di caffè. A volte di chapati o di ciambella. Il mattino, se non ci si deve precipitare in una giornata convulsa, è gentile. I ricordi che porta sono quelli di altri mattini silenziosi, di altre ore tranquille, prima di essere aggredita dal giorno e dalle sue sfide.
Il mattino non mi fa paura.

p.s. Le albe più belle della mia vita sono state quelle in Nepal. Sia a Chundevi Marg che al mio amato monasterino sopra Boudha.

lunedì 27 aprile 2015

Il Ritorno di Pasta e Nepal (Aiutiamo Davvero il Nepal)

Molti di voi ricorderanno Pasta e Nepal, il mio primo blog. Era nato dalla mia disperazione e dal mio bisogno di comunicare. 
Mi sentivo sola, il Nepal era terra incognita per me, difficile da capire, così alieno per viverci... così, un giorno, facendo tutto da sola, senza aiuto da Dario (che ha scoperto il blog tempo dopo) ho aperto un blog. La versione 2.0 della bottiglia di Robinson Crusoe. 
Non avevo idea se mai nessuno vi sarebbe approdato. Ma io, io avevo bisogno di pensare che, là fuori, esisteva gente che aveva voglia di comunicare con me.
Ed un bel giorno sono arrivati dei lettori, qualcuno mi ha linkata e in men che non si dica c’erano, sparse per l’orbe terraqueo, un 250 300 persone che tutti i giorni facevano capolino nel mio salotto virtuale: Pasta e Nepal.
Anno dopo anno avete letto della mia battaglia quotidiana con un paese che non capivo in un momento storico pesantissimo, la presa di potere dei maoisti , grazie alle “libere elezioni” farsa volute e  “garantite” dall’ONU, e la conseguente caduta del Nepal in un vortice sempre più orribile di disastri. Avete seguito il tragico epilogo della mia storia in Nepal. Con la fuga finale verso l’aereoporto, preceduta dall’adozione in una famiglia Newari.
Molti di voi si sono lamentati, quando Pasta e Nepal è stato cancellato dal web, alcuni hanno approfittato del mese di proroga per copiarlo dall’A alla Z. In tanti mi avete chiesto di scrivere un libro sulla mia vita in Nepal. Con tutte le storie che non vi avevo mai raccontato.
Ma io non ero pronta. Le ferite bruciavano ancora troppo.
Oggi, dopo il tremendo sisma che ha colpito il mio amato/odiato Nepal, dopo che Dario è scomparso dalla mia vita e dopo la conversazione con un caro amico che ama la mia scrittura, ho deciso di cominciare a mettere mano al racconto del mio Nepal. Perché ognuno di noi ha un rapporto unico con i paesi in cui vive. Che non è per forza vero per gli altri.

Però, mentre mi accingo a scrivere le prime righe del ritorno di Pasta e Nepal, vi chiedo una cosa. Ricordate Soni? L’amica che mi mandò il sale marino grosso via posta che mi fece piangere per la gentilezza così inattesa e preziosa?
Bene, Soni è Sonia Orazi.

Ama il Nepal. Ed è una persona di enorme serietà, capace di incredibile impegno. Vi chiedo di non dare soldi per aiutare la gente del Nepal ad organizzazioni enormi che li butterebbero in stipendi da favola e strutture burocratiche fini a sé stesse come L’UNICEF et similia.
Vi chiedo di mandarli a Sonia, che li spenderà fino all’ultima rupia davvero per la gente. A Sonia, che ha imparato a sue spese cosa vuol dire lavorare in un paese difficile, dalle mille e mille sfaccettature come il Nepal. A Sonia, che ama il Nepal e la sua gente. Gente dal sorriso gentile... che spesso non è così innocente.

Vi pregherei di taggare o di condividere questo post, per riuscire a fare una bella raccolta fondi. Perché QUESTA raccolta fondi andrà veramente a chi ne ha bisogno!

DONA SUBITO
Lai, Libera associazione di idee di Venezia
IBAN : IT 81 T 03599 01899 050188518837
CAUSALE: Per il Nepal

Referente del Progetto: Sonia Orazi
Lasciaci una tua mail, se vuoi: ti aggiorneremo sui progressi della nostra iniziativa

laifornepal@gmail.it

domenica 26 aprile 2015

Il mio cuore al Nepal

A volte incontri un uomo o vai in un paese. Non è amore a prima vista, o forse si, forse lo è, ma tu non te ne accorgi.
Passa del tempo. Un giorno ti alzi e scopri che ami questo uomo... o questo paese. Con i suoi pregi ed i suoi difetti. Che ti ricambi oppure no. Che ti faccia felice o ti faccia soffrire. Che ti tradisca o che ti sia fedele.
Il Nepal è un mio amore.
Ho vissuto intensamente gli anni nepalesi. Sono stati anni difficili ma mi hanno fatta crescere, mi hanno cambiata, mi hanno resa forte. Mi hanno fatto entrare in profondità in una cultura per me aliena, in abitudini per me strane, finché il mio amore non ha accolto tutto.
Non è stato un amore facile. Tutt'altro.
Le cose facili valgono poco e lasciano tracce leggere, che il tempo spazza via. Le cose importanti richiedono tempo e cure, impegno e amore, accoglienza e comprensione. A volte anche dolore e paura.



Lo Stupa di Swayambhunat dopo il terremoto


E' passato del tempo e il dolore e la paura sono diventati come una sfumatura scura nel quadro del ricordo. Quello che, invece, si mantiene vivo è l'amore, è la ricchezza che questo amore mi ha dato. E' quello che io sono diventata grazie a questo amore ed a questo dolore.
Le albe passate a guardare i campi di riso dietro casa, le risate delle donne che stendevano i sari dai tetti, i giri a Patan per le statue, Tashi che mi accompagnava dal medico, Karana che studiava inglese con Marina davanti al caminetto acceso, io che tiravo piatti ai maoisti, Dario che, in cima al camion, vinceva contro la mafia di Tamel, le core allo stupa di Bouda, Minod che tornava al villaggio con la morte nel cuore, il dalit che ci ha traditi, Raju il falegname bihari...  una sfilata di storie e di persone che hanno cambiato per sempre la mia mente ed il mio cuore.

Nella vita, a volte, incontri un uomo... o vai in un paese. Credi che sia una cosa come un'altra e invece è uno spartiacque. Varcata quella soglia non sarai mai più la stessa.
Il Nepal è stato uno dei mie spartiacque più importanti.

Pray for Nepal!

sabato 25 aprile 2015

Kathmandu

Chissà se Karana e Tashi stanno bene. Il terremoto pare sia stato terribile. Sto cercando di chiamare Tashi ma non ci riesco...

In questa foto eravamo tutti andati a Bhaktapur per prendere le medicine dal mio farmacista ayurvedico, che era il farmacista di tutti i baba (santoni) della zona. Un omino rinsecchito che lavorava in una microscopica bottega dalla porta tutta intagliata e che parlava solo nepali.
Certo, toccava sciropparsi un'ora di strada trafficatissima e polverosissima, ma ne approfittavamo per mangiare tutti fuori come se fosse una scampagnata.
La cosa che detestavo di Bhaktapur è che gli abitanti sono molto devoti a Durga. Per cui ogni volta che ci andavamo c'erano tracce di sacrifici di sangue recenti in un tempietto all'ingresso della città. Mi rivoltava sempre lo stomaco. 



Recuperate le mie medicine si tornava a Chundevi, a casa. Karana prendeva la sua moto e portava Tashi a Bouda, poi lui andava a cena.
Dario ed io entravamo in casa e, prassi consolidata, oltre a toglierci le scarpe (abitudine che non ho perso nemmeno qui) ci spogliavamo nel bagnetto in fondo alle scale, buttando direttamente i vestiti sporchi e puzzolenti in lavatrice. Poi salivamo a fare una lunga, lunghissima doccia per toglierci di dosso polvere, sporco e odori di strada. 
Dopo di che, belli puliti, in accappatoio, uscivamo in giardino a giocare con le gattine che si nascondevano nei cespugli di lemongrass o accendevamo il caminetto e ci rilassavamo sorseggiando un bicchiere di Valpolicella.
I rumori di Khatmandu si spegnevano a poco a poco, mano a mano che la sera calava. Restavano solo, nella notte, gli ululati dei cani randagi, che battevano le strade in branchi. Allora mi alzavo e andavo a preparare la cena. A lume di candela per il quotidiano powercut.
Se chiudo gli occhi posso quasi sentire gli odori e i rumori intorno a me.

Conoscendo i nepalesi e la loro totale incapacità di far fronte agli imprevisti il dopo terremoto sarà una tragedia. Per forza di cose, non hanno un soldo, né ospedali, automezzi, capacità organizzative... arriveranno aiuti dall'estero. Spero che non saranno in danaro perché il governo nepalese non è corrotto: E' una farsa di quattro delinquenti che per il paese non hanno mai fatto e non faranno mai nulla e in questo caso non una sola rupia verrà usata per dare aiuti.

Povero Nepal.


giovedì 23 aprile 2015

Imparare a Vivere da Sola

Oggi sono andata all'IKEA per prendere due scaffali di quelli basicissimi ed un tavolo per la cucina. Mentre uscivo stavo per dire "vado all'IKEA, torno tra tre, quattro ore".
Forse perché questa casa è una casa e non un deposito, mi ha dato per un momento l'idea che io non fossi sola.
Invece non devo dire a nessuno che esco. A nessuno interessa se rientro, cosa faccio, chi vedo. Se mangio all'ora giusta o se salto i pasti. Se accendo la luce nel cuore della notte. Se bevo un caffè di troppo. Se sono triste o se canto.
Le mie decisioni sono mie e basta. Mi monto i mobili da sola, me li trascino in casa da sola, decido da sola cosa comperare e cosa no. Cosa fare, dove andare.
Me lo ripeto spesso, perché lo dimentico di continuo. Mi ritrovo sempre ad agire pensando... non solo a me. Ma adesso ci sono solo io. E sarebbe ora che imparassi a fare le cose per me. Punto.
Sto diventando amica di altre donne che vivono sole come me. Come la mia ex vicina di casa, una simpatica trentenne ingegnere della Knauf. Abbiamo un sacco di cose in comune con queste amiche. Ridiamo anche parecchio, ci diamo una mano, quando possibile.
Certo, quando tocca piantare dei chiodi nel muro (durissimo) una mano maschile farebbe comodo. Ma, alle fine, non farò un lavoro stupendo però mi arrangio.

E per concludere con una nota filosofica... mi sa che dovrò imparare ad usare il trapano!

lunedì 20 aprile 2015

Il Difficile Training per Essere Felici

Ieri stavo per diventare nervosa.
Alvaro non si era portato aiuti ed i mei 7 mobili sono pesanti... il vento era freddo e stava cominciando a piovere fitto... trasloco con la pioggia = scatole bagnate e case luride.
Ho sentito la tensione montare (che già i traslochi mi rendono nervosa), ma, non so per quale fortuna, subito mi sono chiesta: a cosa serve se sto male?
E mi sono imposta di rilassarmi.
Piove? Pazienza, l'importante è traslocare. Alvaro non trova aiuto? Traslocherò domani. Non ci posso fare niente, stressarmi mi danneggia soltanto.

Nel frattempo Alvaro era partito alla ricerca di aiuti.

E' tornato con un ragazzo gentile, giovane giovane e palestrato. Uno dei suoi accoliti che si interessano di tutto quello che è esoterico sotto il cielo: dai Rosacroce, al Buddhismo agli sciamani mongoli. Un filino arrogante, ma a quell'età è permesso. E' segno di vitalità. E poi credi ancora che la vita con te sarà gentile. Almeno un poco.
Ha lavorato duro, come Alvaro, anch'io ho lavorato duro. Intanto la pioggia ha smesso di cadere.
Mi sono trovata, in mezzo al trasloco, con le braccia indolenzite dal portare scatoloni, a ridere e fare domande. Mi sono trovata a godermi il trasloco. Come se fosse una vacanza.
La gentilezza un po'agitata di Alvaro, l'arroganza rispettosa del ragazzo, le frasi di spagnolo che ci siamo scambiati. La bilancia energetica delle due case che cambiava ad ogni giro col Pick-up.
Certo, ieri sera poi ero stanca morta. Ma è stato bello.
E' stato bello perché io avevo accettato che potesse esserlo.

La gente crede che l'emotività sia la cosa più importante. Ma l'emotività è la malattia dell'ego. Se ti liberi dall'emotività non diventi freddo. Tutt'altro. La tua mente rimane nel benessere più assoluto.
Non smetti di amare. Senza l'altalena delle emozioni malate, il tuo amore viene purificato dalla sofferenza e resta solo la parte gioiosa, affascinante, profonda, inenarrabile.
L'ego distrugge la gioia. Non la crea. La avvelena sottilmente.

Vorrei riuscire a mantenere questa mente leggera, gioiosa, sempre.
Anzi, no, voglio arrivare ad avere sempre la mente così. Si sta troppo meglio!

domenica 19 aprile 2015

Il Giorno del Trasloco!

Traslocare è un'arte.
L'arte del convivere col caos, l'arte di restare con tre cose fuori dalle scatole e non soffrire poi troppo, l'arte di convivere con i ricordi senza farmi travolgere. L'arte di cambiare e di mettermi sempre in gioco, perché ogni trasloco è una piccola sfida alla mia capacità di reagire.

Traslocare è una fatica. Anche solo pensare al trasloco mi stanca. Ne ho fatti troppi. Poi mi dico, si, vero, ne ho fatti troppi... ma vuol dire che sono abituata, che ho poche cose (relativamente) da spostare, che non mi ci vorrà molto tempo per ambientarmi nella nuova casa, come succederebbe a chi ha vissuto una vita in un luogo...

Traslocare rende un po'tristi. Mi fa pensare a tutte le case che mi sono lasciata alle spalle. Mi fa pensare al passato. Mi fa sentire sola.

Traslocare in una casa "umana" rende un po'allegri. Il bello di vivere per mesi in una situazione di estremo disagio (umidità e freddo) in una casa squallidissima (il deposito), mi rende felice all'idea di tornare ad avere una situazione gradevole in una casa asciutta... E, ancora di più, in una casa che protegge la mia privacy!

Traslocare richiede organizzazione. Perché quando arriverà Alvaro dovrò avere bene in testa le priorità per la distribuzione delle scatole e dei mobili nella casa. O poi dovrò faticare il doppio per sistemare le cose.

Traslocare è l'epitome del caos. E mi sto rendendo conto che il disordine che ho intorno mi spinge a cercare almeno un ordine interiore. Una serenità che non viene dall'esterno, che è un disastro, ma da me stessa.

Il trasloco è uno dei tanti "tempi sospesi" della mia vita. Un periodo di Bardo nel quale posso mettere in discussione molte cose. Ma la sua lezione la sto capendo solo oggi.
Da quando sono sola capisco molte più cose. Perché sono nuda davanti allo specchio della mia mente. Non ho più l'amore dei miei cari che mi ricopre come un velo gentile.


p.s. Da oggi mi sforzerò di sostituire la forma impersonale. Con enorme fatica sto cercando di non scrivere "mettersi, essere felici, essere tristi", ma " mi metto, sono felice, sono triste". Insomma, cercherò di essere protagonista dei miei scritti... non una presenza sfumata, ai margini.
Non avete idea di quanto sia difficile dire "io".

venerdì 17 aprile 2015

Disperatamente onesta

I blog, chi mi consce da tempo lo sa, mi sono sempre serviti come valvola di sfogo, come compagnia, come spazio di riflessione.
Chi li leggeva aveva l'impressione di conoscermi, perché ho sempre descritto me stessa e la mia vita senza abbellirle, le sbattevo nei blog così com'erano. Per questo avevo il divieto di Dario di parlare di lui, che era un tipo molto chiuso, segreto.
Diceva che nei blog io ero "disperatamente onesta". Lo apprezzava, trovava che fosse una pratica positiva, ma non voleva essere coinvolto. E io lo rispettavo, anche se, a volte, raccontarvi le cose lasciandolo fuori era difficile. Spesso non vi ho raccontato nulla quando lui era coinvolto.
Certo, non vi raccontavo tutto, ci mancherebbe, ma quello che scrivevo, che scrivo, è autentico.
C'è stata gente che si è seccata con me, gente che mi ha amata, gente che mi ha odiata, alcuni sono diventati proprio amici, anche in carne ed ossa, altri mi scrivono e mi parlano della loro vita...
Chi si affaccia ai miei blog si affaccia alla mia vita ed io non posso cambiarla per compiacere nessuno. I cambiamenti che cerco sono quelli del sentiero, quelli che ti liberano da dentro. Quelli che costano carissimi ma che sono davvero importanti.

Una volta, tanti anni fa, ho avuto un sogno. Uno di quei sogni realistici, vividi. Quando mi sono svegliata era l'alba, il momento, dicono i tibetani, dei sogni profetici.
Ho sognato che ero in una torre di pietra. Era buio, ma, dalle fessure intorno alla porta, entravano delle lame di luce. Intorno a me c'erano parecchie persone, che dormivano, con la testa coperta (poco dopo avrei scoperto che i monaci tibetani, se dormono vestiti, si tirano lo zen sulla testa, esattamente come nel mio sogno). Mi alzavo, spingevo la porta ed uscivo. Lasciando le persone addormentate dietro di me.
Fuori c'era freddo, ma il sole era stupendo, con un cielo terso come si vede solo in alta montagna. C'era una specie di spiazzo, pavimentato di pietre che dava su uno strapiombo con un paesaggio mozzafiato di montagne verdi, altissime, con le punte innevate.
Mi guardavo intorno e provavo un senso profondissimo di libertà e di solitudine. Una solitudine così acuta da far piangere, una libertà così assoluta da poter quasi volare. Sono rimasta a lungo a contemplare il paesaggio. Non so quanto tempo.
Poi mi sono svegliata. E l'alba stava appena appena cominciando a tingere di rosa il cielo.

Non credo che il sogno voglia dire che mi devo isolare dall'umano consorzio o dal provare sentimenti di amore. Piuttosto credo che io debba farlo in modo diverso. Più adulto, più consapevole. Ho dedicato anima e corpo a Dario, mi sono dimenticata di me stessa per amore suo.
Adesso devo aprire la porta e guardare il paesaggio. E devo affrontare la solitudine della crescita e la libertà che, penso, ne consegue.
Crescere, crescere davvero, non è una cosa che si fa in gruppo. E' una scelta che ognuno deve fare nel profondo di sé stesso. Per poi condividerla. Ma deve affrontarla da solo.
Lo sto facendo. Vediamo dove mi porterà questo viaggio.

giovedì 16 aprile 2015

Le mie preziose lezioni private di Medicina Tibetana

Un risvolto affascinante della collaborazione con Dawa è che sto avendo lezioni private di medicina tibetana.

Mi occupo di medicina tibetana da 20 anni, così ne so parecchio.
Ma è totalmente diverso avere un medico del calibro di Dawa che risponde alle mie domande specifiche su diete e cibi. E' una grande fortuna, un grande privilegio, me ne rendo conto.
L'imput può essere, di volta in volta, una precisa ricetta, un dubbio, un chiarimento. Da lì Dawa parte, spiega, sottolinea, amplia la spiegazione... e, devo dire, sta radicalmente cambiando la mia visione del cibo.


Il Bumpa (monastero di Tashi-Lungpo, Tibet Centrale)


Sono una brava cuoca.
Mi sono sempre interessata di cucina fin da piccola ed aver vissuto in 5 paesi e tre continenti, devo dire, ha ampliato enormemente le mie conoscenze e capacità in materia. Sono anche diventata molto flessibile e creativa, per sopperire alle carenze di ingredienti e attrezzi.
Da sempre, grazie alla mia pessima salute, mi sono occupata anche dell'aspetto "healing" del cibo. Ma l'immersione totale nelle conoscenze di una tradizione medica e dietetica millenaria che sto avendo in questo periodo, è impagabile. Un'esperienza unica.
Dawa è un grande medico in senso lato. E' un ottimo diagnostico, clinico ed anche farmacista. Crede fermamente nell'importanza della prevenzione attraverso dieta, comportamenti ed, eventualmente, cure ringiovanenti. E' intelligente, flessibile, conosce sia l'Asia che l'occidente ed i cibi di questi due continenti. Quindi la sua visione dietetica è molto complessa (un medico tibetano che non fosse mai uscito dall'India, o, peggio, dal Tibet, non sarebbe in grado di seguirmi).
Anche il sistema che abbiamo adottato per collaborare mi piace.
Quando ci mettiamo a lavorare ci concentriamo profondamente. Non ci distraiamo un secondo. Focalizziamo sia lui che io, l'attenzione, per ottenere il massimo.
Una concentrazione quasi da ritiro. Tostissima.
Il lay-out del lavoro è mio, come anche i dubbi, le domande, le richieste di puntualizzazioni, la direzione da prendere. Ma Dawa è impagabile per la sua conoscenza, la sua chiarezza di esposizione, la sua disponibilità e la sua intelligenza.
Stiamo veramente lavorando molto, molto bene insieme!

... certo, poi siamo cotti tutti e due (io anche il giorno dopo). Però ne vale la pena! Assolutamente!

lunedì 13 aprile 2015

Un po'di allegria

Spero che, nella casa nuova, mi tornerà la voglia di studiare e riuscirò a riprendermi sia fisicamente che mentalmente. E' una casa tranquilla, silenziosa. Abbastanza asciutta.
Senza vicini coyote che ululano, senza vecchiette che si precipitano a parlarmi appena metto il naso fuori di casa.
E' appena fuori dal paese.




Potrò prendere il sole in pace con un libro in mano.
C'è un grande rosmarino e una bellissima salvia. Ed un vecchio ciliegio che adesso è pieno di fiori.
Certo, non è la casa perfetta per una che adora gli spazi aperti. I loft. Come tutte le case qui a Pomaia è fatta di stanzette. Ma è una casa, non un deposito! :-)
Ed ha una buona energia, è un po'nascosta e, aprendo la finestra di quello che diventerà il mio studio, vedo le colline. Non le case di quelli di fronte.

Insomma mi rende allegra.

Potrei anche farci un orto/giardino verticale se mi va.
Potrei riprendere in mano la mia vita, se mi impegnerò.

Chissà se ci troverò, nascosta in qualche angolo, un po'di felicità.

domenica 12 aprile 2015

Consigli a me stessa

Una pensa che l'avventura sia arrampicarsi sull'Himalaya in gennaio, affrontare i maoisti, partire, armi e bagagli, per un paese che non conosce. Cose così.
E poi scopre che l'avventura vera è ricostruirsi la vita dopo un disastro.
Perché lì ti giochi tutto.
Hai un ventaglio di possibilità davanti e l'unica che può scegliere sei tu. Perché, questa volta, sei sola. Non puoi appoggiarti a nessuno per decidere. Decidi tu per te. Non ci sono trucchi né inganni possibili. Ci sei tu. E TU DECIDI.
Cosa vuoi essere?
Una vedova (parola che detesto) inconsolabile, avvolta per sempre nel suo triste ruolo?
Una poveretta che si rifugia in una triste routine e diventa ogni giorno più arida e vecchia dentro?
Vuoi darti per vinta, non lottare più ed accettare l'aiuto che ti ha offerto l'Istituto diventando una specie di perpetua buddhista?
Accettare il dolore come ruolo, come finalità nella vita?
O vuoi lottare ancora e sempre per quello in cui credi, accettando il dolore come parte della tua vita e quindi superandolo?
Anche se vuol dire lottare con te stessa, arrabbiarti con la tua stessa mente che si ripiega nella sofferenza? Prenderla a calci, come hai fatto stanotte, e costringerla a non buttare le ore di insonnia, ma ad usarle per recitare mantra (visto che eri troppo stanca per fare altro)?
Guardarti dentro senza simpatia, cercando di non concederti fughe. Cercando di accettare questo periodo per quello che è: sei in mezzo all'ennesimo trasloco e sei sconvolta, stanca, anche ammalata e non puoi fare molto.
Ma puoi accettare giorno dopo giorno quello che la vita ti propone. Puoi prepararti per dopo, quando sarai sistemata nella casa nuova e ti sarai riposata un poco. Prepararti a cercare di nuovo di far ripartire il tuo progetto, il tuo sogno.
La possibilità di unire lavoro e pratica spirituale. Un sogno ambizioso, per cui vale la pena di lottare.
Vero, hai preso delle belle botte in questi mesi, non ci volevano proprio. Ti hanno atterrata.
Ma si sa che, se una cosa sarà di grande beneficio, incontrerà ostacoli all'inizio.
E anche se non fosse così, se tu non riuscissi a ripartire... bene, anche in questo caso dovrai accettarlo da protagonista. Dovrai trasformare la sconfitta in vittoria. Come, non lo sai, e, speri, non dovrai mai saperlo. Ma se dovesse succedere dovrai reagire così.

E' la tua mente che fa la differenza tra l'essere una persona sconfitta o una vincitrice.
Perché la vittoria, quella vera, è la vittoria sulla tua mente.
Cerca di ricordarlo sempre... e se, a volte, o, per essere più onesta, spesso, fai uno scivolone e cadi, rialzati subito e riprendi la tua strada.

Auguri, Niki

giovedì 9 aprile 2015

Trasloco = Delirio

Inizia la fase nella quale la casa in cui vivi diventa un disastro.
Che poi, spostandomi di casa di poche centinaia di metri, irrita ancora di più dover procurarsi le scatole. Che diventeranno immondizia da buttare (altra fatica).




E' che sono stanca. Fisicamente e mentalmente.
Dal dicembre dello scorso anno ho fatto un mini trasloco dalla Spagna in marzo, uno da una casa umida ad una asciutta (compresa di acquisto di mobili all'IKEA e montaggio degli stessi) a fine luglio. Ci abbiamo abitato esattamente 20 giorni.
Sono poi partita per Pomaia portandomi dietro computers e cose importanti. Altro mini trasloco.
Inizio ottobre ho smontato la casa in Lombardia. Altro traslochino.
In novembre sono andata in Spagna a recuperare mobili ed altro. Quasi quasi non andavo al meeting dei Liberi Comuni perché ero appena tornata ed ero distrutta, mentalmente e fisicamente.
Poi ho traslocato le mia cose dal Gelso alla casa attuale (il deposito umido, per capirci).
Adesso un nuovo trasloco.
Nuova residenza, contratti, casini.
Aggiungete che il mio medico non è contento di come sto (e nemmeno io, se è per quello). Ed è questa la ragione principale del cambio di casa: qui non è possibile che io mi riprenda.
Considerate che la settimana prossima ho qui il mio medico per due/tre giorni = pazienti dentro e fuori e un sacco di lavoro per il sito. Che poi a fine giugno quello mi va in India per tre mesi devo spremergli più informazioni possibili finché ce l'ho sotto mano.
Non basta? Alvaro, l'amico rosacrociano che mi farà il trasloco delle cose più pesanti e dei mobili, può farlo SOLO la settimana prossima! Quindi io devo impaccare entro martedì, quando arriva il dottore, lasciando la casa agibile per lui ed i pazienti, la cucina funzionante con padelle e piatti e posate... e il divano per me per dormire non può essere, come è ora, coperto di pacchi.

Un cocktail ideale per il delirio. Solo io posso riuscire a mettere insieme un simile caos di impegni e contro-impegni. Ma non lo faccio apposta: giuro! Le cose succedono così, una dietro l'altra.

E' che mi sto chiedendo come ne uscirò viva.

Uniche note positive: oggi ci sono 18 gradi, così ho spalancato le finestre e un po'di puzza di umido sta uscendo. E poi usando fb e skype ( = voi ) come compagnia per non sclerare. Devo dire che siate bravi 
Emoticon smile Mi fate compagnia senza intralciare i lavori di impacchettamento. Non inciampate su nessuna scatola aperta, non vi ci sedete sopra... insomma, proprio bravi.... lo so lo so, se vado avanti così avrò conversazioni profonde col cappellaio matto, ma in qualche modo devo farcela. 
Anche scrivendo idiozie! Emoticon wink

mercoledì 8 aprile 2015

Dell'attesa

E' un periodo sospeso, per me, questo.
Sospeso tra due case.
Sospeso col lavoro.
Sospeso con la salute che non migliora.
Sospeso con tanta tristezza addosso ed una nuova vita che è ancora ben lontana dal decollare. Un buddista direbbe che sono nel Bardo, il periodo di mezzo tra una vita e la successiva. Lo "stretto e spaventoso passaggio del Bardo".

Mettiamola così. Devo cercare di convincermi che questo è un ritiro sulla pazienza. E quando mi prende, come oggi, la disperazione devo cercare di guardarla come si guarda un temporale.
La disperazione non è "me". E' una cosa che mi accade. La devo guardare e lasciare andare.

Scrivere, per me, è un aiuto. E' come una meditazione. Quando scrivo e penso a voi, che leggerete, è come se prendessi un poco le distanze da me stessa. Mi è estremamente utile.

...anche se non sempre funziona.

lunedì 6 aprile 2015

La Scatola da Cucito

Ho rimesso a posto la mia scatola da cucito. Sapendola leggere e sapendo leggere le cose che contiene è piena di storie.




La scatola, rigorosamente di latta, come dovrebbe essere ogni scatola da cucito, ci è arrivata tanti anni fa piena di bustine di Yorkshire Tea, regalo di un'amica inglese. Una donna allegra e simpatica, moglie di un devoto buddista che, quando non ne poteva più di devozione, veniva a farsi due risate nella nostra anarchica casa.
La scatola non profuma più di tè, profuma di Chanel n.5. Perché tra le molte cose che contiene c'è anche il porta profumi da borsetta degli anni '60 di mamma. Quando apro la scatola il profumo mi parla di lei. Della sua eleganza, della sua gentilezza. Del suo amore. Della sua scatola del cucito persa nella nebbia della sua malattia, che era, come è la mia, piena di piccoli ricordi, di frammenti di storie. Me le raccontava quando ero bambina.

In un angolo c'è la bustina da cucito del Landmark Towers Hotel di Beijing, dove ci fermavamo sempre per andare in Tibet. Vicino al Landmark c'erano mercatini (poi scomparsi), malls e ristoranti di tutti i generi. Era un buon punto d'appoggio per passare le giornate in attesa dei visti per il Tibet. Con Mr. Zhao che ci aspettava con un carico di pizze dal Pizza Hut (allora a Beijing non trovavi altro) ed il personale che non parlava inglese. Lì vicino ho assaggiato per la prima volta la cucina giapponese autentica, ma anche quella cinese da strada.
Tornavamo dal Tibet e, di botto ci accorgevamo di puzzare come capre (in alta montagna non si sentiva). Allora svuotavamo le valige e spedivamo tutto in lavanderia: sporco e pulito. Puzzava tutto uguale!
Il Landmark, dove le nostre amale tibetane, scese per la prima volta in Cina, avevano riempito la vasca da bagno con una capra secca e la chura, il formaggio secco tibetano.


Nascosti nel metro da sarta ci sono due Dhyani Buddha di bronzo, Amitabha e Akshobia di provenienza Nepalese, venivano con noi in tutti i viaggi insieme alle sadhane. Una specie di altare portatile. Sulla cartina degli aghi c'è la protezione delle mie piccole. Realizzata con gli ultimi pezzi di una bachelite affascinante prodotta nel dopoguerra.
Sommersi sul fondo ci sono prove di ciondoli di legno e di madreperla. Aghi comperati in mezzo mondo, fili di cotone di tanti colori e gli uncinetti della bisnonna Emma, quelli che ho usato per passare le ore di guardia a papà in clinica per mesi e mesi da incubo.

Piccoli relitti di un passato che hanno un significato solo per me.

Arriva un momento, nella vita, in cui le persone che ami e che non ci sono più, eccedono in numero quelle che ancora hai vicino. Allora hai due scelte.
La più difficile è quella di non dimenticare il passato, ma di usarlo come sostegno per saper affrontare il futuro.
Ci sto provando.

domenica 5 aprile 2015

La ritirata del terzo reich

Questo racconto è un regalo per i miei vecchi lettori. Quelli che mi seguono da tanti anni. E' uno dei racconti di casa mia. Con mamma, la bisnonna Emma, quella che era anche una strega (buona), Bepo (il famiglio) e la Viola.

L’esercito tedesco era in rotta e si stava ritirando. E il paese era proprio sulla strada che, salendo verso le montagne, portava al confine. Tirava brutta aria e la gente aveva paura.
Lo zio Marcello, con la zia Tiboni e il Pucci, quello famoso, erano già in macchina con tutti i bagagli e lo zio cercava di convincere la bisnonna Emma e mamma ad andare anche loro nella casa che la famiglia aveva in montagna, nascosta nel bosco, la “casa della villeggiatura”, quando Bepo, il famiglio,  rientrò dal paese dicendo: la gente aspetta che andiate via per venire e rubare tutto.
La guerra era agli sgoccioli, ma aveva lasciato un paese stremato e tanta miseria; la casa, con le cantine piene di vino, cibo e chissà quali ricchezze, sembrava ai poveri del paese un Eldorado a portata di mano.
La bisnonna Emma disse: io di qui non mi muovo. Questa è casa mia e se devo morire, preferisco morire qui. Mamma, che non aveva ancora compiuto sedici anni disse, io sto con la nonna. E la Viola, lei, non c’era nemmeno da chiederglielo, lei restava con la Signora Emma.
Così lo zio Marcello partì, affidando tutto ad un’anziana signora, due ragazzine e un vecchio armato di doppietta. 
Per qualche giorno la vita continuò serena. Poi un mattino, dal greto del torrente, emerse, poco per volta, uno squadrone di tedeschi. Erano sbandati. Stanchi. Sporchi. Incattiviti. E armati. 
Uno di loro in pessimo italiano disse che volevano qualcuno che gli insegnasse la strada verso il confine, ma passando per i campi e stando nascosti. Che sulla strada Pippo, il caccia inglese, falciava la gente a mitragliate. Puntò il mitra contro mamma, che era una ragazzina ma che, magrolina com’era, sembrava una bambina e le disse. Tu. Ci accompagni tu. La spinsero in avanti e puntandole il mitra alla schiena scomparvero con lei nei campi. 
Tornò solo a notte fonda. Quante volte le ho chiesto cos’era successo, dove aveva portato i tedeschi, se aveva avuto paura… certo diceva, che ho avuto paura, per tutto il tempo mi hanno tenuto un mitra puntato alla schiena e poi, invariabilmente, si metteva a ridere pensando a quello che aveva trovato tornando a casa.
La nonna, la Viola e Bepo (impenitente peccatore, donnaiolo e mangiapreti) che, inginocchiati nel cortile, pregavano fervidamente e Bepo si era anche tolto il cappello. La nonna, con il rosario in mano recitava e poi tutti insieme a dire le avemarie. Non riusciva a smettere di ridere la mamma, rivedendo quelle tre figure illuminate dalla luna che si alzavano e ridendo e piangendo le correvano incontro, l’abbracciavano, la toccavano per essere sicuri che era davvero tornata, che stava bene, che era lei, che i tedeschi non l’avevano liquidata in un fosso con una scarica di mitra.


Passata la piena del sollievo, la bisnonna si mise ad impastare delle pastafrolle e mandò Bepo in cantina a “tirare il collo” ad una bottiglia di recioto della riserva, per festeggiare. Loro quattro da soli, felici di essere vivi, insieme, in quella che per tutti loro era l’unica casa nel mondo.

Bollicine astemie!

Quando ero in India sognavo l'acqua minerale con le bollicine.
Chi l'avrebbe mai detto che sarei diventata completamente astemia e che, adesso, le uniche bollicine che mi piacciono sono quelle dell'acqua minerale?
E' successo di colpo.
Da diversi mesi se anche solo provavo a bere un dito di vino, la notte mi venivano delle crisi di terrore. Duravano (ovviamente non tocco più alcol) ore. Erano così orrende che adesso anche solo l'idea di bere dell'alcol mi dà la nausea.
Pare che i grandi passaggi della vita sconvolgano anche il sistema energetico... e questa è una delle conseguenza possibili. Pazienza, Mi godo l'acqua minerale con le bollicine.

... pensare a quanti Margaritas ci siamo fatte fuori la mia amica Lupita ed io, sulla sua terrazza che dominava Kathmandu! Ridendo e sgranocchiando piatti messicani (che non amo, ma coi Margaritas andavano giù anche quelli).