domenica 15 febbraio 2015

Signori: si danza!

Ieri sono andata a quel concorso di danza Hip Hop. Noi accompagnavamo una deliziosa ragazza londinese di origine vietnamita. Non avevo, ovviamente, capito che tipo di danza era, o forse non ci sarei andata. E sarebbe stato un peccato.
Siamo arrivati in un posto gremito di bambini, bambine, ragazzi e ragazze e giovani adulti. Tutti eccitati.
Erano belli, brutti, grassi, magri, alti, bassi, di tutti i colori e le provenienze. Vestiti cool, normali, semplicemente malvestiti. E ballavano. E si divertivano. E si scambiavano complimenti e consigli.
La confusione era totale.
Noi ci siamo sedute sul pavimento di legno e io ho pensato: qui è meglio che mi metta in una posizione comoda per riuscire a reggere. Così mi sono assestata nella posizione da meditazione e mi sono rilassata con le mani i grembo.
La musica, di un genere che io non amo, era, ovviamente a tutto volume.



E ho pensato: invece che decidere che non mi piace sta musica, voglio capire l'ambiente, i ragazzi, le loro danze. E mi sono messa a guardarmi in giro rilassata, con curiosità.
Uno dei giudici era lì vicino, un ragazzo con un'enorme scopettone di capelli color carota e crespi che uscivano da un improbabile cappellino rosso ciliegia, il viso pallido, allegro, costellato di efelidi. Si è messo a raccontarmi con entusiasmo che lui veniva dalla danza classica, che ad un certo punto si è interessato di Hip Hop. Mi ha raccontato dei suoi allievi, di come è bello averli intorno, di come sono motivati, di quante ore di allenamento fanno. Di come per lui prendersene cura era diventato importante.
Era bello sentirlo convinto di quello che diceva. Vedere il suo viso intenso sorridere nel raccontarmi della sua vita, del suo lavoro.
Ad un certo puto è cominciata la gara. Dai bambini. Alcuni erano davvero bravissimi. I "grandi" che stavano intorno applaudivano, commentavano... tutti, in un certo senso, erano alla pari. Un ragazzo chiaramente di etnia araba, bravissimo, sui 30 anni si scambiava pacche sulle spalle con un trottolino di dieci anni, un giudice gridava un consiglio ad un fiorentino bruttissimo (ma bravissimo) allampanato. Una ragazza stupenda dondolava le trecce lunghissime in coppia con un'amica rasata.
L'energia che girava era leggera, luminosa, solare. Come se fosse tutto un grande, bellissimo gioco. E loro danzavano, si scuotevano, saltavano. Molti erano davvero incredibilmente bravi.




Anche i giudici ogni tanto ballavano, perché tutti loro erano lì per divertirsi insieme, perché ballare a loro PIACE! Era tutto così ...semplice. Naturale. Vitale.
Le ore scorrevano e io sorridevo, cominciavo a capire la bravura di uno, i punti deboli dell'altro. Mi sentivo in pace col mondo perché vedere dei ragazzi così felici di impegnarsi in una disciplina artistica così dura, ti fa sentire davvero meglio. Perché vuol dire che c'è speranza per questo vecchio squinternato mondo e quindi c'è speranza per loro. Per il loro futuro.
Danzavano, danzavano, ridevano, parlavano e dal mio angolino, seduta con le gambe incrociate e le mani in grembo io ero grata delle ore di felicità che mi hanno regalato!

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