venerdì 27 febbraio 2015

Un luogo vale l'altro

Ho vissuto e viaggiato in un po'di paesi e 4 continenti. E non c'è più un posto che io possa chiamare casa. Un paese che sia il mio. Un luogo nel quale vorrei tornare.
Giro usando Google map perché non ho più voglia di sforzarmi ad imparare nuove strade: ne ho imparate troppe nella mia vita!
Guardo questi bei paesaggi toscani e li apprezzo, ma così, superficialmente. Sono intensamente famigliari eppure così estranei... se domani dovrò cambiare casa non mi mancheranno. Mare, montagna, città, campagna... per me, da anni, ma ora più che mai, conta solo quanta fatica mi costa viverci.
In un certo senso dà molta libertà questo sentire. Non c'è niente che mi trattenga, non c'è niente che sia importante per me che io non possa trasportare in una valigia. Non ho grandi legami né con luoghi né con persone.
Ho molto amore per tanta gente. Ma un amore senza attaccamento, che non mi genera sofferenza, rimpianto o angoscia.
La cosa che mi rende più felice è se riesco ad aiutare qualcuno. La lotta contro la sofferenza umana è diventata la mia ragione di vivere. Ho visto troppa sofferenza in quelli che amavo, ho sofferto troppo... mi sembra che l'unica cosa per cui valga ancora la pensa di lottare sia aumentare un poco la felicità di chi conosco.
Anche il mio lavoro, per fortuna, è diretto in questo senso. E se renderà economicamente ho già un sacco di piani per come usare i soldi per altre attività. Oramai io vivo con talmente poco ed ho così pochi desideri.
Certo, una casa meno umida non mi dispiacerebbe. Sopratutto perché il freddo e l'umido mi stancano e mi rendono difficile lavorare. Ma è un desiderio così, vago. Se dovessi restare qui, pazienza, ci resterei.
E' così strano, alzarsi la mattina e non avere desideri. E' spiazzante. Cosa si fa in una vita senza desideri? Piano piano si impara, credo, a vivere in pace.
Per ora ho ancora molto dolore, ma la rinuncia arriverà anche lì. Prima o poi.
Aspetto fiduciosa.
Nel frattempo lavoro, pratico, proseguo sul mio sentiero. Lotto col dolore quando si affaccia. Vivo così, semplicemente.

martedì 24 febbraio 2015

Pasta e Nepal, La Niki Errante...

Vi ricordate Pasta e Nepal? La Niki Errante? La Casa della Leonessa Danzante?
Erano i blog di una donna fortunata, che viveva con l'uomo della sua vita e con le sue bambine feline.
La vagabonda ha perso tutto. Le rimane solo il Dharma.
Vi ricordate Tashi, Karana, Senghe... vi ricordate la pasta cotta in monastero, vi ricordate l'arrivo a Cartagena des Indias, vi ricordate i maoisti, il Mammamia, il Giardino Segreto...
Vi ricordate quando Non So alle 8 del mattino ci chiamava perché voleva andare in passeggiata? Come sono crudeli, le fotografie, e gentili al tempo stesso. Fissano per sempre un istante che rimpiangerai tutta la vita.

Dario e le bambine che lo seguono sulla montagna. I miei tesori che non ho più.



Freddo

Ho sempre sofferto il freddo.
Quest'anno che è gelato anche il cuore, lo sento di più. Infatti tutti mi regalano cose per scaldarmi: la termocoperta, il cosino cinese per scaldare le mani, calzettoni di lana spessi così comperati in Bulgaria, maglioni, giubbetti imbottiti... le mie amiche e i miei amici vogliono che mi scaldi.
Eppure ho freddo, anche appiccicata al termosifone bollente.
E' un freddo che viene da dentro, che non mi molla neanche se la giornata è tiepida.
Mi paralizza.
Così intirizzita reagire diventa difficile. Eppure si deve. Non c'è più la famiglia? Rimangono gli amici e la gente. Non c'è più l'Amore? Ma ho più compassione e c'è l'amicizia.
E' sparita la gioia? Sostituiamola con l'impegno e fingiamo che sia la stessa cosa.
A volte funziona.
A volte meno.
A volte devi farti una bevanda bollente, riempirti di cosi scaldanti, piazzarti addosso al termosifone e pregare, pregare intensamente che questo dolore passi. O che almeno ti dia una tregua.
Ma non sempre funziona.
Allora prendi il computer e scrivi, scrivi... o lavori. O ti costringi a leggere un testo complesso.
Acchiappi la mente con le mani della volontà e la costringi a mollare. La sposti. Ti sembra quasi di vederla che si dibatte come un animale selvatico ma non molli.
E alla fine, dopo un sacco di fatica, lei si arrende e fa quello che le chiedi. Studia, o lavora o medita.
Non che sia felice. Ma almeno il peggio viene arginato.
Giorno dopo giorno la battaglia si ripropone e non ne vedi la fine. Non è una cosa che possa arrivare come la vacanza alla fine della scuola, la fine della sofferenza la devi guadagnare cambiando la mente, lottando con i tuoi veleni mentali senza mollare mai.
Allora forse, un giorno ti sveglierai e scoprirai con stupore che la tua mente è in pace.


lunedì 23 febbraio 2015

Come fare il ghee

Il ghee, burro chiarificato è fondamentale per la dolciaria indiana. Ma anche per fare una buona milanese senza gli effetti deleteri del burro portato ad alte temperature. Perché il ghee ha un punto di fumo molto alto.
Per farlo dovete armarvi di tre cose: pazienza, una padella dal fondo chiaro ed un cucchiaio. Ovviamente anche del burro.
Questo è il sistema tradizionale indiano per fare il ghee.

La cottura del ghee ha due effetti: far cadere sul fondo della padella la caseina e far evaporare l'acqua. Come ben sapete il burro ha una percentuale di acqua che varia dal 15 al 20% circa.

Prendete una padella ben asciutta  (avendo l'imboccatura larga la padella permette un'evaporazione più veloce dell'acqua contenuta nel burro) e metteteci dentro il burro rotto a pezzi.
Fatelo sciogliere a fiamma media.
Quando è ben sciolto mettete la fiamma bassa (non proprio al minimo ma quasi) e non mescolate più. Si formerà una schiuma bianca.
Il burro farà anche un rumore scoppiettante.
Mano a mano la schiuma diventerà meno forte, meno compatta.
Di tanto in tanto scostatela con garbo per vedere com'è la situazione sul fondo della pentola.



I residui di caseina sul fondo della padella

Il ghee sarà pronto quando: sul fondo della padella i bruscolini diventeranno di un colore marrone chiaro (come nella foto), il ghee sarà di un bel giallo oro trasparente e non farà più il rumore scoppiettante (che indica che c'è ancora acqua).
State attenti a non farlo cuocere troppo e a non far bruciare i bruscolini sul fondo.
Gli indiani non lo fanno ma io preferisco togliere i residui di schiuma.
Versate il ghee in un barattolo di vetro ben pulito ed asciutto stando attenti a non versare anche i bruscolini di caseina.





Quando il ghee si sarà raffreddato chiudete il barattolo.
Si conserva bene anche fuori dal frigorifero. Però teme l'umidità e la luce.

I tempi eroici e gli eroi sconosciuti

Nel lontano 1975 Dario divenne buddista. Erano tempi eroici, lui e i suoi amici si buttarono a pesce nell'avventura. Erano i pionieri del Dharma, giovani, pieni di fiducia, allegri.
Andavano in India, diventavano monaci. Mollavano dal detto al fatto case, famiglie, droghe, fidanzate... Fondarono, grazie alla generosità della famiglia Corona che finanziò l'acquisto, l'Istituto Lama Tzongh Khapa di Pomaia. E lo "ristrutturarono".
Vivevano insieme come una grande, sconclusionata, famiglia. Lavoravano come muli e si pagavano anche il mantenimento. Andavano al mare, facevano i muratori, pregavano per nottate intere e poi partivano per ritiri in luoghi improbabili.
I più grandi Lama di tutte e quattro le scuole venivano e davano insegnamenti incredibili, perché loro erano testoni e non accettavano di sentirsi dire "non posso venire" da un maestro. Grazie al loro entusiasmo insegnamenti preziosissimi dei grandi lama che oggi non ci sono più sono stati registrati.
Allora le sadhane le traducevano tutte Dario e Francesco, ne tradussero una valanga, di sadhane. Ma non mettevano il loro nome da nessuna parte. Scrivevano "tradotto dall'equipe dei traduttori dell'Istituto Lama Tzong Khapa" perché pensavano che fosse arroganza mettere il loro nome. Anni dopo arrivò gente che cambiò due righe, due parole al lavoro (enorme) fatto da loro gratuitamente e che sostituì il riferimento a quella anonima equipe con i propri nomi. Dario ci rimase male.
Con Lorenzo Vassallo passavano le nottate a stampare libri e sadhane. Facevano tutto loro: grafica, testi, traduzioni, stampa...
Non c'è niente che ricordi il suo passaggio all'Istituto. Nemmeno una foto appesa ad un muro. Come se fosse passato inosservato.
Ieri, uno dei miei soci, senza che io lo suggerissi minimamente, mi ha commossa dicendomi: quando saremo finanziariamente messi bene, se vuoi, facciamo entrare tutto il progetto in una fondazione a nome di Dario.
Era il suo sogno. Non una fondazione a suo nome, ma creare dal nulla un grande progetto che continuasse dopo la nostra morte. E così sarà. Ma con il suo nome.
Oggi poi è venuta a trovarmi una grande amica di Dario, che lui considerava una sorellina. E mi è venuta un'idea. Scrivere la biografia del mio amore. Perché, voi non ne avete idea, ma Dario aveva avuto una vita molto avventurosa. Quando si mise con me si era calmato parecchio.
... così ieri è nata l'idea della Dario Tesoroni Foudation.
Oggi comincia la raccolta di materiale per la sua biografia :-)

Un modo come un altro per sentirmelo vicino. Vi assicuro che, se riuscirò nell'intento, sarà una lettura interessante e molto avventurosa. Unico problema. Mi ha raccontato un sacco di cose, ma non ho idea degli anni in cui le ha fatte. Sarà una biografia del cuore, non da libro di storia.

martedì 17 febbraio 2015

Dolci Indiani: Besan Ladoo

I dolcetti indiani di solito sono tremendamente dolci. E con tonnellate di khoya, il latte condensato. Dario li adorava quasi tutti, a me, a parte poche eccezioni i dolci indiani non piacciono.
Una delle eccezioni sono i besan ladoo, che adoro.
Sono dolcetti di farina di ceci, di facilissima esecuzione. Se riuscite (noi non ci siamo mai riusciti) a non farli fuori in un paio di giorni, si conservano bene fino a 10/15 giorni.
Non mangiateli nel giorno in cui li avete preparati, sono troppo fragili ed il sapore non è ancora ben amalgamato.
L'ingrediente principale è il besan, la farina di ceci. Che in Italia si trova senza problemi. L'aroma che li rende buonissimi è il cardamomo verde.
La foto è bruttissima perché non ho dato forma ai ladoo. Li ho assemblati alla "brutti ma buoni": non avevo voglia di scottarmi le mani, li facevo per me... infatti i ladoo vanno formati quando la farina di ceci è ancora molto calda.
Non li ho nemmeno decorati con gli anacardi. Secondo me non aggiungono niente, sono solo una belluria.
Andrebbero serviti con il chai, il tè all'indiana, ma io trovo che anche con un tè normale o col caffè vadano benissimo (a me il chai non piace).

p.s. La ricetta è tradizionale. Nessuna occidentalizzazione come piaceva a Dario... India for Ever!






Besan Ladoo

120 gr ghee (burro chiarificato)
250 gr farina di ceci
250 gr zucchero
10 anacardi
i semini pestati a polvere di due baccelli di cardamomo verde
1 cucchiaio di ghee

Polverizzare lo zucchero
polverizzare il cardamomo
tritare grossolanamente gli anacardi

Sciogliete il cucchiaio di ghee e tostate leggermente gli anacardi, finché diventano dorati.
Metteteli da parte.
Sciogliete il resto del ghee nella padella, aggiungete la farina di ceci e cuocete a fuoco medio mescolando continuamente. Attenzione perché si bruciacchia facilmente.  
Quando la farine perde l’odore aspro, comincia a profumare di buono e prende un po’di colore è pronta. Ci vogliono circa 10’.
Spegnete il fuoco e continuate a mescolare per 1’ altrimenti si brucia, la farina di ceci mantiene il calore a lungo.
Aggiungete lo zucchero e il cardamomo e mescolate bene.
Lasciate riposare 1'.
Quindi, con le mani leggermente unte di ghee, date la forma ai ladoo (tradizionalmente a palla, ma li ho fatti brutti ma buoni per non scottarmi troppo). Decorateli con gli anacardi tostati. 
L'impasto sarà molto friabile, non preoccupatevi, è normale. Il giorno dopo, con lo zucchero rappreso, diventeranno più solidi ma sempre piacevolmente friabili in bocca.
Sono più buoni Il giorno dopo.
Teoricamente durano 15 gg.

Buona cucina!
Niki

lunedì 16 febbraio 2015

Pensieri Sparsi e Arance Tarocco

Ho lavorato tutto il giorno senza smettere mai, nemmeno per mangiare. Ho fatto, credo, un buon lavoro su tre diversi argomenti. Non è ancora terminato ma mi soddisfa abbastanza.
Nel frattempo è scesa la sera.
Sono stanca e di botto mi viene una tristezza infinita. Mi piacerebbe che intorno a questo tavolo ci fosse la mia famiglia. Dario, mamma e papà. Mi piacerebbe discutere con loro della mia giornata, del lavoro, dei testi, della struttura del progetto. 
Dei progetti. Perché ieri, andando con L. in una casa/centro di ritiri di sua proprietà, una casa stupenda, persa in un bosco magico, con la vista mozzafiato del mare in lontananza, con un’energia sottile, calda, meravigliosa, è rispuntata una vecchia, amata possibilità di fare un’altra cosa di guarigione. Molto molto speciale, incredibilmente potente, che però richiede un luogo molto molto protetto per farla senza che chi è il fulcro della pratica (io), non corra il rischio di stare molto male. Certo, devo allenarmi intensamente per poterla fare ma mi piacerebbe tantissimo!
Così stasera vorrei parlar con loro, con i miei cari. Del mio lavoro, della mia vita quotidiana.
Vorrei che dai fornelli arrivasse un profumo di buon cibo, da consumare insieme appena è pronto, chiacchierando tutti insieme sotto la luce calda ma un po’triste della lampada centrale.
Invece i fornelli sono spenti ed al tavolo sono sola.
E’ come se, da quando se ne è andato Dario, mi manchino di più anche i miei genitori. Li penso spesso, tutti e tre. Penso a com’erano, a quanto volevo loro bene, mi chiedo cosa mi direbbero adesso... 
Penso a loro e nel frattempo mangio un’arancia tarocco e del porridge tiepido (la mia cena) e la malinconia aumenta. 
Poi prendo un’altra arancia (le adoro) e cerco di reagire.
Ho fatto davvero la scelta giusta. Riprendere in mano dei progetti che saranno di beneficio ad un sacco di gente. E’ l’unica cosa che mi rende la mente veramente felice, l’unico rifugio di serenità in un mondo che altrimenti per me sarebbe vuoto e triste. Essere utile, poter lavorare per sviluppare Bodhicitta è l’unico motivo per cui ha ancora senso essere qui.
Penso alla mia giornata. Dedico l’energia che ho speso, l’impegno e la fatica. Lo dedico col cuore. E mi sento già meglio.

Stasera andrò a letto presto con il libro di Pabongka Rinpoche per tenere a bada il dolore. E domani, domani mi aspetta un’altro giorno di lavoro e di pratica. Per fortuna.

domenica 15 febbraio 2015

Signori: si danza!

Ieri sono andata a quel concorso di danza Hip Hop. Noi accompagnavamo una deliziosa ragazza londinese di origine vietnamita. Non avevo, ovviamente, capito che tipo di danza era, o forse non ci sarei andata. E sarebbe stato un peccato.
Siamo arrivati in un posto gremito di bambini, bambine, ragazzi e ragazze e giovani adulti. Tutti eccitati.
Erano belli, brutti, grassi, magri, alti, bassi, di tutti i colori e le provenienze. Vestiti cool, normali, semplicemente malvestiti. E ballavano. E si divertivano. E si scambiavano complimenti e consigli.
La confusione era totale.
Noi ci siamo sedute sul pavimento di legno e io ho pensato: qui è meglio che mi metta in una posizione comoda per riuscire a reggere. Così mi sono assestata nella posizione da meditazione e mi sono rilassata con le mani i grembo.
La musica, di un genere che io non amo, era, ovviamente a tutto volume.



E ho pensato: invece che decidere che non mi piace sta musica, voglio capire l'ambiente, i ragazzi, le loro danze. E mi sono messa a guardarmi in giro rilassata, con curiosità.
Uno dei giudici era lì vicino, un ragazzo con un'enorme scopettone di capelli color carota e crespi che uscivano da un improbabile cappellino rosso ciliegia, il viso pallido, allegro, costellato di efelidi. Si è messo a raccontarmi con entusiasmo che lui veniva dalla danza classica, che ad un certo punto si è interessato di Hip Hop. Mi ha raccontato dei suoi allievi, di come è bello averli intorno, di come sono motivati, di quante ore di allenamento fanno. Di come per lui prendersene cura era diventato importante.
Era bello sentirlo convinto di quello che diceva. Vedere il suo viso intenso sorridere nel raccontarmi della sua vita, del suo lavoro.
Ad un certo puto è cominciata la gara. Dai bambini. Alcuni erano davvero bravissimi. I "grandi" che stavano intorno applaudivano, commentavano... tutti, in un certo senso, erano alla pari. Un ragazzo chiaramente di etnia araba, bravissimo, sui 30 anni si scambiava pacche sulle spalle con un trottolino di dieci anni, un giudice gridava un consiglio ad un fiorentino bruttissimo (ma bravissimo) allampanato. Una ragazza stupenda dondolava le trecce lunghissime in coppia con un'amica rasata.
L'energia che girava era leggera, luminosa, solare. Come se fosse tutto un grande, bellissimo gioco. E loro danzavano, si scuotevano, saltavano. Molti erano davvero incredibilmente bravi.




Anche i giudici ogni tanto ballavano, perché tutti loro erano lì per divertirsi insieme, perché ballare a loro PIACE! Era tutto così ...semplice. Naturale. Vitale.
Le ore scorrevano e io sorridevo, cominciavo a capire la bravura di uno, i punti deboli dell'altro. Mi sentivo in pace col mondo perché vedere dei ragazzi così felici di impegnarsi in una disciplina artistica così dura, ti fa sentire davvero meglio. Perché vuol dire che c'è speranza per questo vecchio squinternato mondo e quindi c'è speranza per loro. Per il loro futuro.
Danzavano, danzavano, ridevano, parlavano e dal mio angolino, seduta con le gambe incrociate e le mani in grembo io ero grata delle ore di felicità che mi hanno regalato!

sabato 14 febbraio 2015

La solitudine, l'amore e San Valentino

Vi avverto, questo è un post buddhista tradizionale. Dedicato a chi mi chiede da sempre come e su cosa medito. Gli altri possono saltarlo tranquillamente.
E' un post un po'duro da digerire.

Esistono giorni scemi come San Valentino che sembrano messi lì per ricordarti le cose e farti soffrire.
E non puoi nemmeno sorridere a denti stretti guardando una vignetta di Charlie Brown, perché tu non provi la sofferenza di un adolescente che si sente escluso. Ma di un adulto che sa che il suo amore è scomparso per sempre.

Si dice che tutto nel Samsara sia sofferenza. Anche l'amore, se ha un aspetto di attaccamento è sofferenza.
E' difficile amare qualcuno così, semplicemente, come si ama un bel tramonto o il riflesso della luna sul mare. Che oggi c'è e tra un momento non c'è più. Ci vuole una grande saggezza, una grande libertà. Che io non ho.
Così guardo il tramonto e penso che vorrei vederlo con Dario. Cucino i ladoo che domani viene Laura e le ho promesso un pranzo indiano e penso a come ne era ghiotto Dario. Rido e scherzo e penso che vorrei sentire la sua risata.
Mi illudo di essere tornata ragazza senza un passato importante, per trovare la forza di proseguire... ma ho i capelli grigi e davanti mi resta la parte della vita che paventiamo tutti: la vecchiaia.
E allora prendo il Lam Rim di Pabongka Rinpoche e cerco di mettere dei paletti alla mia mente grazie alla sua saggezza.

Per lasciare alle spalle la mia sofferenza, che è il segno della presenza del veleno mentale dell'attaccamento, per tentare di raggiungere la liberazione.
Quella vera.
E per farlo leggo qualche grande verità sulla solitudine. Senza svolazzi romantici. Affronto nelle parole del grande Pabongka la solitudine suprema, la prova finale. La solitudine del momento della morte.
Perché puoi avere il tuo sposo vicino per tutta la vita, ma arriverà il momento in cui nemmeno lui potrà aiutarti. Quindi averlo perso prima deve insegnarti che la sofferenza è generata dalla tua mente.
E quando arriverà il momento della morte, non c'è amore samsarico, per quanto bello che ti possa aiutare...

"When you are caught by Yama's messengers,
What help are your dear ones?
What help are your friends?"

(quando vieni catturato dai messaggeri di Yama, il signore della morte, di che aiuto possono essere i tuoi cari? Di che aiuto possono essere i tuoi amici?)

Ed il Panchen Lama Aggiunge:

" You will be separated
From your loving, mourning dear ones..."

(sarai separato dei tuoi cari che ti amano e sono in lutto per te)

Ed avendo meditato su queste verità, poiché essere depressi non serve, riporta le frasi di Guntang Rinpoche su quale è la risposta giusta al tuo dolore, alle tua paure. L'unica cosa che ti seguirà anche nelle tenebre della morte, l'unico aiuto che potrai ricevere nel momento supremo (e io l'ho visto che funziona):

" Dharma is your guide to the undeceiving path;
Dharma supplies you for the long track;
Dharma is your captain on the difficult journey;
From this moment practice Dharma with your three doors."

"il Dharma è la tua guida sul sentiero che toglie le illusioni (la morte);
Il Dharma provvede a te per il lungo cammino;
il Dharma è il capitano per difficile viaggio;
Da questo momento pratica il Dharma con le tue tre porte (corpo, parola e mente)

Ecco, questo è il mio modo di meditare.

venerdì 13 febbraio 2015

L'Avventura è dietro l'angolo

Ero una ragazzina, era una solare domenica estiva, ed ero ospite in una bella casa di vacanze sul lago. Ascoltavo le chiacchiere del dopo pranzo degli zii e, all'improvviso mi prese un'angoscia tremenda nel sentirne la vuotezza.
Mi venne il terrore di diventare come loro da grande, di avere una vita altrettanto noiosa, priva di scopi. Mi vidi dinnanzi una serie infinita di domeniche estive prive di senso. Dietro la facciata... profondamente tristi.
Non ho mai dimenticato quella giornata.
Ho sempre avuto paura di finire intrappolata nella noia devastante della routine. La routine del lavoro, della casa, del matrimonio, della pratica del Dharma finché tutti i colori ed i sapori sbiadiscano nel grigiore.
Non mi è mai successo.
Poi ho avuto paura di essere stata azzerata dal dolore, di essere diventata una pallida copia di me stessa. Incapace di reagire, abbandonata in un angolo polveroso, lontana dalla vita. Con la pratica oramai ridotta ad una ripetizione vuota di mantra e di rituali.
Ho dovuto passare attraverso l'inferno per capire che in ogni momento ci viene data la possibilità di scegliere e che solo io potrei condannarmi al limbo di una non vita.

Solo io potrei distruggere la mia pratica e la mia vita e ridurle ad un contenitore del nulla.

Sarà il costante impegno della mia vita, non importa quanto spaventata e sofferente possa essere, anche in memoria di coloro che mi hanno insegnato il valore del coraggio, dell'impegno e dell'amore,  non arrendermi mai, lottare sempre per quello in cui credo, per mantenerlo vivo, per mantenermi viva.
L'Avventura è dietro l'angolo. Basta avere il coraggio di andarci.


giovedì 12 febbraio 2015

Le mie mani

Come si fa un chapati? Con che farine, come si impasta, come si stende, come si cuoce...
Le mie mani si muovono rapide, la farina si trasforma in un bell’impasto elastico.
Dopo mezz’ora riprendo l’impasto e di nuovo le mia mani lo lavorano abilmente, allargano la “piadina” la stendono, afferrano il matterello e la livellano con pochi giri.
La padella è calda, le gocce di acqua sfrigolano sulla sua superficie. Il chapati cuoce, fa buon profumo, le mani lo pressano gentilmente con l’aiuto di un panno, le bolle si formano e poi, di botto, il chapati si gonfia come un palloncino.




Le mie mani lo raccolgono bollente e lo offrono a Marta che lo mangia felice.
Guardo queste mani, le mie. 
Hanno fatto tante cose negli anni. Hanno impastato, lavato, dipinto, asciugato il sudore, massaggiato l’olio sulla pelle, hanno accarezzato gatti, raccolto panni, governato cavalli, stretto il volante tra le mani, hanno scritto tante cose sulla tastiera del computer. Hanno asciugato tante lacrime. Hanno acceso incensi, girato pagine, sgranato rosari.
Hanno sistemato i vestiti a chi se ne era andato. Hanno sostenuto chi era malato. Hanno versato vino nei bicchieri e cibo nei piatti.

Le guardo, giro il palmo verso l’alto, poi verso il basso. Quasi mi fossero estranee. Estranee come la mia vita, che non conosco più.

Conferenze... e timidezze

Quando ero adolescente, se dovevo camminare davanti a molta gente, mi sentivo impacciata. Mi sembrava che le gambe diventassero di legno ed avevo una preoccupante tendenza ad inciampare e arrossire. Crescendo ho superato il problema, almeno in parte.
Ero sempre timida e tendevo a nascondermi negli angoli a chiacchierare con qualcuno, ma riuscivo a reagire e non inciampavo più (arrossire... mi succede ancora, accidenti!).
Dopo il mio matrimonio il problema è scomparso. Avevo trovato la mia collocazione ideale, a fianco di un uomo che stimavo ed ammiravo ed il fatto di essere nella sua ombra lo trovavo confortante.
Per me, quello che contava era che quando si lavorava si era alla pari e le mie idee contavano come le sue. Il resto era ininfluente.
Ora mi trovo ad un passaggio che mi mette in crisi.
Per promuovere il progetto di Dario, pare che la persona più indicata sia io. Mi dicono che scrivo bene, che ho una voce piacevole, che quando porto delle argomentazioni a sostegno di una tesi sono estremamente convincente, che ho una buona conoscenza della medicina tibetana e un'ottima conoscenza della cucina e della dieta detox. Che sono il legante del progetto.
Insomma devo uscire dal mio confortante cono d'ombra se voglio che le cose partano.
Così in questi giorni sto scrivendo il testo della mia prima conferenza. Su un argomento complesso e da tenersi davanti ad un pubblico molto selezionato (e colto).
Ho delineato le outline, isolato i punti salienti, raccolto il materiale ed ora mi accingo a rimpolparla... sono nervosissima!
Ho anche freddo.
Non mi sento a mio agio, ecco, nei panni della conferenziera! Anche se devo ammettere che la presenza del mio terzo socio, che è un personaggio di grande spessore, mi conforta non poco. Mi aiuterà a rivedere il testo e mi darà una mano ad evitare disastri.
Per fortuna.
Devo dire che lui è molto ottimista sulle mie capacità, mi stima molto più di quanto non mi stimi io... La cosa a volte mi conforta... a volte mi fa sentire che ho la responsabilità di essere all'altezza di quello che lui pensa di me. Ossignore!

...insomma, sono nervosa. Tanto. Per fortuna che oggi vado da una mia amica monaca ad insegnarle a fare il chapati così mi distraggo un poco. Per domani vorrei avere il brogliaccio pronto. Giusto da rifinire.
Fate il tifo per me, per favore!

p.s. Ovviamente il progetto servirà a darmi la possibilità di andarmene di nuovo dall'Italia. Per quale meta? E chi lo sa?

mercoledì 11 febbraio 2015

Parlando di mamma

Mamma era una donna affascinante. Non era bella, come non lo sono mai stata io, ma aveva fascino da vendere. Era solare, intrigante, allegra, divertente, colta, complessa,parlava, a quei tempi, quattro lingue perfettamente. Era sottilmente ironica, in fondo distaccata, ma gentile con tutti.
Fino a quando si ammalò di alzheimer ebbe sempre un sacco di spasimanti (molti più di me). E a me, che la adoravo, sembrava perfettamente normale: era impossibile conoscerla e non amarla. Perfino alcuni miei amici si innamorarono di lei.
Quando i miei amici (eravamo adolescenti) avevano problemi in famiglia e scappavano di casa... venivano da noi. Io vivevo in un piccolo appartamento indipendente al piano terra. Si stabilivano da me. Mamma, dal telefono dal piano di sopra, dove abitavano lei e papà, chiamava la famiglia del fuggiasco/fuggiasca di turno e spiegava: "Si mi rendo conto, ma vede il problema è grave. Lasciatelo/a stare qui da noi finché non sbollisce la rabbia e poi vi chiamo. Tranquilli, lo/la mando a scuola regolarmente, ma, per favore, non fate sapere che sapete che è qui.
Qui è al sicuro."
Lasciava il tempo alla crisi di decantare e poi rispediva a casa il/la fuggiasco/fuggiasca. E tutto si risolveva.
Quando la mia migliore amica si mise a farsi di eroina, mamma la accolse in casa. Per mesi. Cercando di aiutarla. Ci davamo i turni per controllarla.
Non andò bene.
Mamma non cambiò attitudine per questo. Per lei tutti erano salvabili. Fino a prova contraria. Ma la prova contraria doveva essere MOLTO definitiva.
Quando arrivò Dario nella mia vita, lei, che aveva osteggiato tutti i miei precedenti fidanzati, lo accolse dicendo: avessi avuto 30 anni di meno saresti piaciuto anche a me. E rise.
Si sono sempre trovati simpatici. Fino alla fine.
Mamma aveva dei fidanzati. Anche papà aveva delle fidanzate, ma non se ne sapeva molto. Invece dei fidanzati di mamma sapevo chi erano, cosa facevano... Erano sempre un po' strani a volte molto intriganti. Il conte tedesco che si occupava di minorenni con problemi ( un uomo gentile ed affascinante che mamma lasciò quando lo sentì urlare degli ordini ai suoi cani barboni giganti... tornò a casa sconvolta. Le erano riaffiorati ricordi della guerra, non volle più rivederlo). Lo scultore famoso. Il mercante di armi. L'imprenditore con la passione per il volo...
Apparivano e sparivano dalla sua vita senza lasciare quasi traccia. Perché in fondo, lei aveva avuto un unico grande amore: papà.
Non si capivano, litigavano, ma si sono amati moltissimo. Quanto si amassero l'ho capito solo da adulta.
Mamma era una mamma fantastica. Dura e gentile, comprensiva ma che pretendeva dei risultati. Ti lasciava fare tutti gli errori del mondo (non puoi evitare ai figli di fare errori, diceva, altrimenti non cresceranno mai), ed era sempre pronta a raccoglierti col cucchiaino, come diceva. Ti lasciava libera, ma voleva che tu ti assumessi le tue responsabilità.
E' stata, come sapete, anche la mia maestra elementare. E che maestra! In una pluriclasse in montagna.
Era una grande mamma. Da giovane sognavo di diventare come lei. Non sono come lei. Io...sono io...lei...era lei. Ma mi ha aiutata a diventare la donna che sono. Mi ha insegnato la libertà, il rispetto, il senso di responsabilità, l'amore, l'impegno, la gioia delle piccole cose, l'attenzione a chi ci circonda...
E le vorrò sempre un gran bene.


martedì 10 febbraio 2015

Lungo la strada

A volte mi alzo al mattino e sono serena. E' bellissimo. Mi fa sperare che, per me, all'orizzonte, ci sia ancora qualche gioia da vivere.
Poi passo la giornata lavorando al progetto. La sera sono stanca e mi chiedo se avrà successo, se riusciremo a farlo funzionare. Se davvero sarà di aiuto a tanta gente. Perché deve anche essere una cosa di beneficio, una cosa che mantiene la motivazione della pratica.
Mi fermo un poco coi pensieri, almeno ci provo, ma loro galoppano oltre, si buttano ad investigare un futuro ulteriore e si chiedono: sarò mai ancora felice? O il mio futuro si svolgerà solo circoscritto dal lavoro? Il mio futuro sarà solo quello?
Allora prendo i miei pensieri e li blocco.
Che senso ha guardare così lontano? Meglio fermarsi al presente, costringersi ad alzarsi, preparare una tazza di tè e riprendere in mano il Lam Rim. Cercando di concentrarsi su ogni singola parola.
Il Lam Rim (il Sentiero Graduale) è un vecchio amico. Era il filo conduttore della nostra vita, faceva parte del quotidiano. Ora lo sto inquadrando in maniera più formale. La formalità filosofica aiuta ad imbrigliare la mente.
Sto usando veramente tutti i trucchi che mi vengono in mente per restare ancorata al presente: non guardare avanti e nemmeno indietro.
Certo, c'è il problema che sono ipersensibile. Quando si è molto sofferto si è come scorticati. Ogni piccola cosa diventa facilmente un dolore. Ogni cosa. Anche stupida.
Ma anche lì lo studio o il lavoro servono come deterrenti. Soffre da morire? Ho paura? Apro il computer e lavoro, cercando di dare il meglio. Oppure prendo il Lam Rim e leggo 20 pagine. Seriamente, ponderando ogni parola.
Quando smetto non sono felice. Ma nemmeno così infelice. Per ora deve bastare.

lunedì 9 febbraio 2015

Di nuovo blog

Oggi mi sono resa conto che fb mi sta annoiando. In qualche modo i veri post lì ci stanno male.
Per raccontare le cose, i pensieri, è molto meglio un blog.
Così oggi ho riaperto. Ma per ora non lo dico a nessuno. 
Non sono sicura di riuscire a portarlo avanti. Proverò a scrivere per un po'ad un pubblico di ombre. Se continuerò ad andare avanti allora vi contatterò di nuovo e vi inviterò ancora a passare di qui. 
In questo che non è più un salotto virtuale, perché un salotto presuppone una casa. E io, una casa, non l'ho più.
Diciamo che vi inviterò a bere un tè virtuale nel mio carrozzone da viaggio, il furgone Volkswagen che a Dario e me sarebbe tanto piaciuto avere. Quello mitico, da hippy.




Certo, è triste, manca la persona più importante, quella di cui non parlavo quasi mai, ma che era così presente che vi sembrava di conoscerlo.
Dovrete accontentarvi di una Niki che, faticosamente, zoppicando, riprende la strada. 

Da sola.

Ricominciare a vivere è duro, durissimo

Quando perdi tutto quello che avevi, sia dal punto di vista affettivo che da quello materiale, ma non muori, ti restano due cose: la tua mente ed il tuo corpo.
E, se sei fortunato, i preziosi insegnamenti del Dharma.
A questo punto hai due scelte.
O farti travolgere dal dolore, dalla paura e dal rifiuto di vivere in un mondo che non è più il tuo mondo.
O rimetterti in gioco.
La prima soluzione è facile in apparenza. ti lasci andare alla marea nera, ti lasci travolgere, trascinare via. Ma poi paghi, perché non vedrai mai più il cielo.
La seconda soluzione è durissima. Cerchi di risollevarti, di riprendere a camminare in questo mondo in macerie che ti fa paura. Perché non sai a cosa vai incontro, perché devi imparare tante cose che non sai fare, perché non sei abituata ad essere sola, perché prima condividevi tutto con lui.
Ma lui non c'è più e non tornerà più.
Devi fare i conti col fatto che lui, che è stato il tuo mondo e la tua ragione di vita per venti anni, è il passato. Remoto. 
Ti ferisce anche solo essere sfiorata da questa consapevolezza. E invece devi guardarla in faccia e capirla bene.
Perché, adesso, tu sei sola. Sola. Non c'è ritorno.
Te lo devi dire ogni giorno, finché la consapevolezza non ti sarà entrata bene nella testa. Sola.
Nella solitudine della tua casa d'accatto, che sembra un deposito per te e per le cose che erano "vostre", ti guardi dentro e cerchi di far ripartire la tua vita con quello che hai: la tua mente ed il tuo corpo.
Ricominci con prenderti cura del tuo corpo, che, diciamocelo francamente, ti è diventato estraneo. All'inizio cominci con il dargli le medicine per fargli riprendere forza e lo tieni al caldo perché non si ammali (è molto debole).
Poi, appena senti che si è un poco ripreso, dalla mente spremi la forza per ripartire con il lavoro.
Perché il lavoro è vita. E tu alla vita ti devi riabituare. 
Ti senti con gli amici, chiacchieri, ti sfoghi, fai sfogare, ti fai aiutare, aiuti, ridi, piangi, vuoi bene.
Ma soprattutto cerchi di pianificare un rientro nel mondo. Con il lavoro. Un lavoro bello, in cui credi, che pensi possa diventare non solo un mezzo per far riprendere un'altra parte devastata del deserto in cui ti trovi, la parte economica, ma anche una forza motivante. 
Ogni tanto poi, la determinazione frana. Hai crisi tremende di dolore. Di solitudine. Di paura. Ogni volta ti costringi a riprenderti e ricominci a lottare.
E con il procedere dell'impegno di lavoro ti rendi conto che devi cominciare anche a riprendere un aspetto "civile". Sei una donna, il mondo si aspetta che tu ti trucchi, che tu ti vesta bene, che indossi gioielli. Che tu sia deliziosamente femminile.
Non ti ricordi più come si fa. Hai vissuto in una specie di ritiro laico per tanti anni.
Prendi in mano una gonna e la guardi perplessa. Chissà se ci entro ancora. Poi fai un rapido controllo delle scarpe eleganti. E di colpo ti rendi conto con sgomento che ti toccherà anche procurarti delle borse in tinta. La tua amica del cuore insiste che devi truccarti e tu, che sai che ha ragione, ti procuri tutto l'armamentario e ti trucchi. E poi ti riprende lo sgomento. Perché una cosa tira l'altra, in una catena infinita di "doveri" effimeri. Devi essere elegante, devi curare le mani, devi essere affascinante, colta, devi saperti muovere... lo richiede la promozione del tuo lavoro.
E' anni che non credi più a queste cose ma devi sforzarti di riprenderle in mano. La tua vecchia vita è finita. Per sempre. Ricordatelo.
Così ricominci a truccarti, a mettere i vestiti scegliendoli e non pescandoli a caso, la sera ti metti una crema sul viso... con la segreta paura che, a poco a poco, queste piccole, stupide cose prendano il sopravvento. Che la tua pratica ne risenta, che tu torni a motivazioni mondane. 
Qual'è il confine tra pratica e Samsara?
E' un rischio enorme. Ma non ti sei mai tirata dietro, hai sempre raccolto le sfide, per questo hai avuto una vita avventurosa, varia, e mai, nemmeno per un secondo, monotona. Per questo hai incontrato ed abbracciato il Dharma: perché era la più grande delle sfide impegnarsi per vincere te stessa.
Non ti tiri indietro nemmeno ora.
Ti armi contro i rischi di caduta aumentando le pratiche, studiando il Lam Rim come se fosse la tua barca di salvataggio e prendi il largo.
La vecchia Niki, dalla sponda del mare, ti guarda salpare, con il tuo carico di dolore, di speranza e di determinazione. 

La nuova Niki, che non si conosce ancora, dalla barca in movimento scruta l'orizzonte, sperando di intravedere, prima o poi, una nuova terra.

Dedica

Possano tutti gli esseri senzienti avere la felicità e le sue cause.
Possano tutti gli esseri senzienti liberarsi dalla sofferenza e dalle sue cause.
Possano tutti gli esseri senzienti non separarsi mai dall'estasi priva di dolore.
Possano tutti gli esseri senzienti mantenere l'equanimità libera da pregiudizi avidità e odio.