venerdì 7 luglio 2017

Passato, presente e futuro

Finalmente è arrivato un po'di caldo. Guardo dalla finestra e il sole sta facendo salire volute di vapore dal cortile. Il torrente sotto la mia camera è ancora infuriato, ma sta, piano piano, calmandosi, e tornando al suo solito, gentile, rumore di sottofondo.
Un mese e una settimana di ritiro.
Da sola.
Per la prima volta.
E' diverso stare da soli nel quotidiano o in un ritiro. La mente si comporta diversamente. E' più facile "vederla" mano a mano che i giorni passano. Non che sia facile domarla, ma almeno la si vede con più chiarezza.
Si legge che in meditazione si devono lasciare passare i pensieri come nuovole. Che bella immagine serena. Ma per una persona basica come me, non realizzata come me, i pensieri non passano come nuvole in un cielo sereno. Sono temporali sovraccarichi di emozioni, di immagini. Sono più simili alla metropolitana di Milano nell'ora di punta che ad un paesaggio mongolo, con gli orizzonti che si estendono all'infinito.
I pensieri, a volte, cedono e lasciano spazio. A volte si affollano, soffocanti.
A volte il passato diventa così lontano, come un'altra vita, di un'altra persona. Poi improvvisamente riaffiora come un coltello. Anche solo per un attimo, ma fa male.
Però succede sempre meno.
La porta alle spalle si chiude e davanti si apre il futuro, pieno di incertezza, ancora completamente nascosto dalla nebbia, ma libero. E con tanta voglia di fare.

sabato 24 giugno 2017

La mente è una cipolla

Stamattina mi sono svegliata pensando che la mente è come una cipolla: a strati.
Ne riesci ad eliminare uno, non fai neanche in tempo a rallegrarti della cosa, che subito salta fuori lo strato successivo.
Che è ancora più bastardo di quello precedente. Più subdolo. Più pericoloso. E anche più vecchio.
Eppure, anche se a giorni, nella mia testa, sembra che ci sia la sfilata degli orrori, che mi travolgono con la loro forza, sono contenta di aver scelto di fare questo ritiro da sola, a casa mia. Perché qui ho lo spazio e il tempo per affrontare i mostri.
Perché i mostri vanno affrontati o ci divorano da dentro.

sabato 10 giugno 2017

Una cosa per volta

Nel ritiro... entri, perché da quel giorno, non sei in casa tua, sei entrata in una terra diversa, dove la tua mente permea tutto. O forse sei entrata nella tua mente.
Che è un posto strano, agitato, pieno di cose, sommerso dalla polvere.
La mattina inizi insonnolita, è dura lasciare il letto, ma le sessioni sono cadenzate e non puoi dire " la faccio mezz'ora dopo... così inizi all'ora precisa, con le offerte... che secondo te, vero che è bello farle, ma se le sono inventate anche per darti il tempo di svegliarti un poco prima della prima sessione. Sono complesse, richiedono attenzione. La mente recalcitrante deve lavorare e un po'le nebbie del sonno si dissipano. Un poco.
Durante la sessione succede di tutto.
A volte è bello. A volte è pesante. Pesantissimo. A volte non riesci proprio a concentrarti e ci provi e riprovi, ogni volta con più testardaggine a riportare la mente sull'oggetto, ma niente, lei scappa da un'altra parte, allora insisti, insisti, insisti. Se qualcuno ti guardasse da fuori vedrebbe una signora tranquilla, seduta su un cuscino... e invece dentro c'è una lotta all'ultimo sangue. Tra la mente pigra che va per i fatti suoi e quella che vorrebbe fare il ritiro. A complicare le cose la mente pigra ha mille trucchi e il peggiore è che si ammanta di una specie di nebbia che ottunde i sensi.
Ma chi sono io? Quale delle due menti? O sono la mente che emerge a volte, serena. O non sono niente e tutto ciò, e quello che credo di essere è un'abitudine soltanto?
La sessione finisce e vado a farmi una tazza di tè (eliminato il caffè, mi agita troppo). La sorseggio pensando che, tutto sommato, la differenza tra una giornata di lavoro pesante e una di meditazione seria, è che con la seconda alla fine ti senti la mente serena.
Chissà come si vivrebbe meglio se si riuscisse a fare quello che dicono gli zen: quando fai una cosa: FALLA. Non mescolarla con altri pensieri.
...peccato che io, con la tazza calda e fumante in mano, sono già ripimbata in mille piccoli pensieri sciocchi e non. Forse dovrei smettere di mangiare (o bere) e fare un'altra cosa, tipo leggere o scrivere un post. Ci penserò.
Buona giornata!
Niki
p.s. visto che non vi ho abbandonati?

sabato 27 maggio 2017

Non è un brutto sentire...

Risolta una seccatura complessa, che si trascinava da tempo, ieri sera mi è crollata addosso tutta la stanchezza, non solo di questi ultimi 15 giorni di stress, ma di questi ultimi anni.
Oggi mi sento come se fossi senza ossa, non seduta, ma afflosciata sulla sedia, una specie di ameba che non riesce neanche a pensare. Non è un brutto sentire... perché non ho impegni. Anche solo uscire a fare la spesa è stata un'impresa. Quindi mi sento giustificata nella mia inattività, so che non riuscirei a fare niente nemmeno impegnandomi.
Penso che vorrei un caffè e dopo un secondo mi chiedo: ma cosa volevo fare? Me lo sono già dimenticato.
La giornata si presenta vuota davanti a me. Vuota di impegni, vuota anche di pensieri.
Scrivo questo post, pensando che forse può servire a qualcuno, però lo scrivo lentamente, le frasi si formulano a stento.
Guardo il cesto della biancheria sporca e penso di portarla giù e di fare una lavatrice. Dopo 10 minuti non ho ancora trovato la forza di alzarmi.
Non avevo ricordi di essere stata così definitivamente spossata e incapace di reagire, di pensare, di "sentire", perché anche le sensazioni mi arrivano ovattate.
Non è la stanchezza che provi dopo una botta micidiale, ma quella che arriva dopo una serie pressoché infinita di massacri, nel momento in cui puoi finalmente dire: adesso mi fermo. Adesso basta.
Questo ritiro arriva al punto giusto. Perché quando l'ottundimento comincerà a stemperarsi nel riposo, allora la mente riprenderà a chiedersi i perché, a cercare le soluzioni, a volere un po'di felicità. La mente non sa fermarsi dal desiderare sempre qualcosa. E allora la disciplina ferrea del ritiro le impedirà di prendere direzioni pericolose.
Spero.

giovedì 25 maggio 2017

Orizzonti temporali

Mi sveglio la mattina e so che sarà una giornata piena di grane, che si accavallano l'una sull'altra, come se ci fosse una congiura per allontanare la data dell'inizio del ritiro.
Le mie giornate, negli ultimi tempi, si dipanano in contrattempi, seccature e imprevisti. Mentre mi trascino in giro per risolverli, penso a quando chiuderò la porta al mondo, sia pure temporaneamente, come un disperato che anela all'acqua sotto il sole del deserto. O meglio, trattandosi di me, come un poveretto che cerca rifugio da una tormenta al polo nord.
I problemi, da piccoli, a medi a grossi, che mi ossessionano negli ultimi tempi, sono diventati tali e tanti che mi hanno fatta sentire soffocata dal senso di impotenza, perseguitata dall'urgenza di mettere la parola fine a questo sgradevole e apparentemente infinito preludio.
Così oggi mi sono imposta di accorciare l'orizzonte temporale. Non penso più al miraggio dell'inizio del ritiro, ma al momento in cui andrò a letto stasera.
Guardo il cielo plumbeo e fraziono il mio tempo in ore, mezz'ore, minuti. In incombenze, impegni, momenti di riposo... fino a stasera. Quando la mia mano si allungherà per spegnere la luce, sfiorando gli oggetti che affollano il tavolino di legno di rosa che tengo accanto al letto.
Il buio amico, interrotto solo dalla lama di luce che entra dalla porta di ingresso, mi avvolgerà, mentre i rumori della corte, i bambini che giocano, i genitori che urlano, Poldo che abbaia e qualche macchina che arriva o che parte, diventeranno solo il brusio di sottofondo della mia ultima meditazione serale.
Allora chiuderò gli occhi e mi lascerò cadere nel sonno.

domenica 21 maggio 2017

Un regalo

Leggevo assorta e il campanello mi ha fatta sobbalzare. Era il mio pre-adolescente preferito che voleva condividere una sua gioia. Così bello, così felice, così grande, che questo mese è cresciuto davvero tanto. Veniva a condividere una sua gioia con me.
E' da due ore che sorrido pensandoci.
A questo regalo inaspettato.
E, sorridendo, mi sono resa conto che l'inferno attraverso cui sono passata è finito. Perché l'ho accettato fino in fondo. Non l'ho edulcorato. L'ho guardato in faccia e ho vissuto quello che mi si presentava, sia pure nell'orrore e nella disperazione, senza scappare. A piede fermo.
Così oggi, da due ore, a sprazzi, mi torna in mente la creatura e sorrido.
Poi penso alla casa di Chundevi Marg e, rivedendo le cime dell'Himalaya in lontananza, nitide anche nel ricordo, posso sorridere e pensare che si, ho avuto una vita difficile, ma intensa. Che mi ha lasciato tanti ricordi e un cuore leggero.
Buona domenica, con affetto
Niki

martedì 16 maggio 2017

L'alba sul terrazzo

Mi alzavo presto la mattina. Quando i rumori delle donne che lavavano i panni iniziavano appena a sentirsi, e salivo in terrazzo.
Dal tetto, sul quale sventolava uno stendardo della vittoria, si vedeva l'Himalaya. Il sole era appena spuntato e c'era, intorno, quell'aria della vecchia Kathmandu, una perfezione fragile, leggera, che il giorno che avanzava a grandi passi insieme all'intensificarsi dei rumori, avrebbe presto spazzato via.
Con la mia tazza di tè bollente in mano assaporavo la bellezza di quella pace, sognando vagamente i picchi che si stagliavano lontano, coperti di neve.
Parte dell'incanto era la sua precarietà. Sorseggiavo il tè godendo di quella perfezione così effimera, cercavo di assorbirla in me, per quando la vita sarebbe diventata insopportabile, per poterla estrarre dai meandri della memoria, per serbare un raggio di gioia per il mio futuro lontano, che presagivo oscuro.
Poi le gattine scoprivano che ero sul tetto ed iniziavano ad ululare sulle scale. Kogendra accendeva la pompa dell'acqua, per caricare la cisterna. Il venditore di latte passava gridando per la strada e le donne salivano sui tetti delle case per stendere i lunghi festoni dei sari ad asciugare. Un odore forte di peperoncino e di aglio arrivava dalla casa del generale, facendomi starnutire.
Il cancello cieco si apriva e Karana e Tashi entravano, ridendo per qualche loro scherzo.
Il giorno, con i suoi impegni, mi aveva raggiunta. Era il momento di rientrare in casa e nella mia vita.
A volte, quando sono serena, mi sembra di essere ancora sul tetto della casa di Chundevi Marg, mentre guardo le vette dell'Himalaya.
E che la vita, giù sotto, da qualche parte, mi stia ancora aspettando.